Riserve di Caccia? In Italia a marchio DOP

L’Italia è un paese incredibile, basta oltrepassare di pochi chilometri il confine di Stato e la grandeur francese è pronta a celebrale con cartelli turistici autostradali 4 alberi e una chiesetta che in Italia probabilmente in Italia finirebbe nel dimenticatoio esposta a teppisti ed intemperie.

Abbiamo un patrimonio naturalistico unico al Mondo, una percentuale di territori a scarsa antropizzazione invidiabile, alcuni distretti del turismo e del food and beveradge che attraggono turisti da ogni dove, da ultimo un grande flusso turistico dalla Cina, un territorio per tre quarti circondato dal mare e un patrimonio storico, artistico e archeologico che non merita neanche commenti.

In Italia abbiamo anche una straordinaria cultura dell’impresa agricola familiare e un culto del coltivare prodotti di alta qualità con una percentuale di “Bio” altissima rispetto a Paesi dome l’agricoltura intensiva rappresenta al contrario un’industria più che un fattore di qualità nella filiera.

Eppure nonostante i nostri fantastici territori e un ricchissimo bacino di aziende sul turismo venatorio siamo ancora molto indietro. Quasi sempre si tende a investire molti più soldi in improbabili viaggi all’estero, magari propinandoci selvaggina pronta caccia che se ci importano nei nostri ATC siamo pronti a bocciare tra l’indignazione generale. Questo magari rinunciando alla propria arma, talvolta al proprio ausiliario, salvo complicarsi la vita e sottoporlo a stress non certo ottimali, magari intossicandoci con cucine improbabili e molto turistiche.

Di contro le nostre aziende faunistiche troppo spesso sono ostili ad ostentare le proprie “bellezze” e come se un ‘istinto padronale” neo medioevale convincesse alcuni, troppi, concessionari a non fare troppa pubblicità oppure non investire un euro per valorizzare la propria impresa. Certo le normative italiane non aiutano, l’impossibilità di far sparare un americano in una nostra riserva perché non ha un porto d’armi riconosciuto oppure la “calvinistica” norma che ritiene le aziende faunistiche imprese obbligatoriamente senza scopo di lucro non aiuta il mercato, il quale purtroppo rimane al palo.

Ciononostante la riduzione esponenziale degli appassionati al culto di Diana, la crescente specializzazione e la necessità di mettere a frutto il capitale terra, dovrà in ogni caso far riflettere il settore. Dal nostro punto di vista possiamo dire di iniziare a muoverci con una ritrovata energia, se L’Italia è bella, se le aziende sono invidiabili allora non si capisce perché non rilanciare il settore in due direzioni.

La prima quella di convincere i cacciatori italiani a riappropriarsi del gusto di andare a caccia a KM 0, tralasciando lunghe, faticose e costosissime trasferte, spesso deludenti. Con la metà della spesa si possono acquisire quote o pacchetti nelle zone in cui alcune forme di caccia sono nate nel Mondo (si pensi alla caccia al cinghiale in maremma).

La seconda è quella di andare oltre, di ribaltare dalla testa ai piedi il mercato, proporre in Italia viaggi venatori turistici inimitabili ed indimenticabili per uno straniero che voglia venire in Italia a cullarsi nel Rinascimento e magari, perché no, a conoscere dal vero una battuta di caccia con il falco, sperando, prima o poi, di poterla anche praticare legalmente.

La risposta? La dovranno dare le fantastiche aziende faunistiche e il loro mercato di riferimento e noi?

Noi siamo pronti a raccontarvele.
Andrea Severi