Il Colchide nostrano, pollo ruspante o straordinaria macchina da guerra?

Propenderei per la seconda…, e cerco di spiegarne il perché: in effetti con buona pace degli ATC troppo spesso strani fantasmi spelacchiati e con improbabile code si aggirano con moto ondulatorio tra strade e fossi in cerca di un giaciglio dove attendere volpe e morte certa.

Succede invece che in territori complessi o inimmaginabili per la caccia o nelle nostre grandi aree urbane adibite a parco si incappi in fagiani selvatici o quanto meno frutto di antiche immissioni, e la musica cambia.

Mi fregio del titolo di specialista sul fagiano, cosa sempre più rara visto la qualità delle immissioni e dei pre-ambientamenti “in gabbia”, e considero pertanto la caccia al fagiano una straordinaria palestra venatorio e una lotta tra preda e predatore dai risvolti epici.

Il Fagiano maschio è un animale rustico, possente, fiero si nutre con voracità di granaglie ma non disdegna piccoli insetti che fulmina con saettate di uno dei becchi più generosi tra le specie cacciabili, una macchina da guerra appunto…, la muscolatura è sorprendente, fasci di muscoli lo avvolgono dalla punta delle zampe alle cosce per sostenere un torace largo e generoso con spalle e petto in grado di azionare le ali con la classica frullata. Il volo è coerente con la struttura, uno scatto da centometrista se non fosse per il peso della struttura portante.

Nell’azione di caccia il fagiano mette in mostra tutta la sua abilità e soprattutto un’intelligenza da calcolatore, un mix tra “pedina” e “involo” lo porta spesso a “frullare” ai limiti del tiro utile e spesso fuori visione. Nella macchia, il sotto bosco autunnale foderato di foglie secche la classica pedinata, tradisce la specie, falcata possente e frequenza del passo lo fanno riconoscere senza vederlo, ad un orecchio molto esperto ovviamente…

Non dimenticherò mai un fantastico maschio che riuscii ad “incarnierare” la stagione venatoria successiva dopo sei o sette uscite a vuoto. Si trattava probabilmente di un’immissione degli anni precedenti, un maschio alpha, territoriale che, si dilettava a prendere il sole nel prato di fronte alla selva di Corbara, in Umbria, l’unico accesso era una mulattiera in salita che dopo un dosso di terra palesava il campo e la quercia solitaria di fronte alla linea della macchia. Era lì tra la quercia e la macchia che il fagiano nel prato amava scorrazzare. Ad ogni minimo rumore, alzava la testa, si appiattiva nell’erba e “scivolava” indietro di pedina fino alla macchia per poi sparire dalla visuale fino a frullare senza poterlo vedere neanche per un’istante. Aveva trovato il percorso “perfetto” al riparo da cacciatori e predatori, per questo motivo il primo anno non riuscii ad ingaggiarlo in nessun modo. Il secondo anno dopo un tentativo andato a male provai più volte a prenderlo a rovescio ma in entrambi i casi frullò nel fitto senza poter sparare. Si piegò solo un giorno in cui decisi di lasciare il cane legato ad un ramo nella mulattiera prima del dosso e proseguii a ritroso nella macchia come le volte precedenti ma senza cane e camminando lentamente, riuscì a sorprenderlo alla fine del prato, mi arrivò, questa volta tardivamente, quasi in bocca per poi “accandelarsi” con la classica “mitragliata” che solo i capi selvatici o re- inselvatichiti sanno fare, un rumore quasi metallico, da macchina da guerra appunto…

Un aneddoto personale a cui sono molto legato questo, perché spiega in sintesi i sensi e l’intelligenza del Fagiano, una vista sorprendente ed un udito raffinato abbinato ad occhi e padiglioni auricolari generosi per l’appunto.

Una caccia splendida, credetemi, pretendiamo immissioni qualitative e non beceramente quantitative e selezioniamo riserve di caccia che garantiscano ripopolamenti adeguati al fascino di questo splendido animale.

Andrea Severi