Il lupo è tornato, ne siamo tutti consapevoli?

Spesso capita di ricevere la richiesta di esprimere la propria posizione in merito alla questione “lupo”. Vorrei, pertanto ripercorrere i fatti che ci hanno portato all’attuale stato di criticità nella consapevolezza dei ruoli.

IL FATTO,

che il lupo sia tornato ad abitare le montagne italiane, e non solo quelle, facendo anche……. incursioni sempre più frequenti nelle campagne, fin lungo le coste, è ormai percezione comune, ma l’Ispra, l’Istituto Superiore per la protezione e ricerca ambientale, ha voluto dare un senso più preciso a questa presenza del grande predatore sul nostro territorio.

In Italia il lupo era diffuso sull’intera penisola fino alla metà del XIX secolo; è stato poi deliberatamente eradicato dall’uomo sia dall’intero arco alpino sia dalla Sicilia all’inizio del XX secolo.

È sopravvissuto nel Centro-Sud Italia lungo gli Appennini e nelle zone confinanti dei Carpazi e delle Alpi Dinariche dove ha raggiunto un minimo storico negli anni settanta Da allora il lupo ha recuperato parte del suo territorio originale sull’Appennino e ha iniziato a ricolonizzare naturalmente le Alpi sud-occidentali di Italia e Francia per naturale dispersione dalla popolazione appenninica.

Dati certi della presenza della specie sulle Alpi in Francia si hanno già nel 1992, ma è solo nel 1993/1994 che è stata documentata la presenza del primo branco transfrontaliero nel Parco Nazionale del Mercantour (Francia meridionale).

Dall’inverno 1995/1996 la presenza del lupo risultava stabile sul territorio alpino italiano con un branco nel Parco Naturale della Valle Pesio (CN) nelle Alpi Liguri-Marittime e successivamente uno in Valle Stura (CN) ed un altro nel Parco Naturale del Gran Bosco di Salbertrand.

Dopo il declino proseguito fino agli anni ’70, gli ultimi 40 anni hanno fatto registrare una netta inversione di tendenza. Dal 2006 al 2012, è stato ricordato, “la popolazione occupava il 18,04% del territorio nazionale e dati preliminari relativi al periodo 2012-2018 indicano che la proporzione è cresciuta al 23,02%.

Gli ultimi campionamenti certificano inoltre che nelle Alpi sono presenti “47 branchi, 6 coppie e 1 individuo solitario e un numero minimo di 293 individui” (dati progetto ‘Wolfalps’). Maggiore incertezza c’è invece sulla presenza numerica nelle altri parti del Paese: alcune stime parlano di 1580 animali, altre di una quantità di lupi compresa tra un minimo di 1269 individui ed un massimo di 1800.

COME AVVIENE IL REINSEDIAMENTO DEL LUPO

In una prima fase si assiste alla comparsa di singoli giovani maschi che vagano su ampi territori dove, se trovano cibo a sufficienza, diventano stanziali e solo in un seconda fase si può notare la comparsa di giovani femmine. Si formano ben presto delle coppie e, se la riproduzione va a buon fine, in aree tranquille e ricche di selvaggina si insediano stabilmente piccoli branchi familiari.

Nel tempo l’andamento sopra descritto genera la terza fase quella della diffusione sul territorio con una riproduzione periodica che comporta una crescita annua della popolazione tra il 20 e il 30%.

LA SFIDA IN UNA SOLUZIONE PRAGMATICA

Rielaborando le fasi sopra descritte, quando i singoli lupi trovano cibo a sufficienza in zone ricche di selvaggina (fase 1), l’impatto sulle popolazioni di selvaggina è quasi impercettibile sino a quando non risulta evidente la predazione del bestiame. In questa fase il prelievo sarebbe la soluzione più pragmatica.

Quando i giovani lupi sono raggiunti dalle femmine solo l’impiego di cani da guardiania risulta utile per la protezione delle greggi ma, questa soluzione, si rileva del tutto momentanea in quanto la colonizzazione di altri territori da parte di lupi prosegue rapidamente esportando il problema in nuove zone. Il pragmatismo della soluzione precedente a questo punto dovrebbe tener conto  dell’eventuale riproduzione e, quindi, sarebbe inevitabile parlare di gestione.

Quando i lupi hanno popolato buona parte dei biotopi adatti e si nutrono prevalentemente di selvaggina le popolazioni di ungulati diminuiscono e si assestano su un nuovo livello ma nella maggior parte dei casi le ripercussioni sull’agricoltura sono sostenibili solo con il contributo dello Stato. Ma quando la soglia della densità socio compatibile è largamente superata e si verificano danni ingenti agli animali da reddito, forti perdite nell’ambito dell’esercizio della caccia o dove le misure esigibili per la protezione delle greggi sono inattuabili chi è il responsabile? Vero che l’obbligato in solido resta sempre e comunque lo Stato, ma la responsabilità delle ingenti perdite economiche a chi va indirizzata? Potrebbe diventare un tema da class action, un danno predestinato a causa dell’inerzia e/o immobilismo che, nella descrizione delle prime fasi, non ha trovato attori preparati e pragmatici che spostano il confronto tra le diverse forze sociali (agricoltori, cacciatori, ambientalisti).

A parer mio la responsabilità resterà delle istituzioni tutte sino a quando il lupo non sarà considerato una specie gestibile al pari di tutte le altre popolazioni selvatiche. Ecco perché è necessario:

  • informare la popolazione sul modo di vivere del lupo e far sì che ne riconosca l’importante funzione di predatore;
  • ridurre al minimo i conflitti con l’agricoltura, la caccia, il turismo formulando principi per la prevenzione e il risarcimento dei danni affidabili;
  • impedire che la presenza del lupo comporti restrizioni inaccettabili nell’ambito dell’allevamento di animali da reddito;
  • formulare criteri per il prelievo di singoli lupi responsabili di danni o che costituiscono una minaccia significativa per l’uomo.

Farsi carico “sul serio” delle responsabilità istituzionali per chi governa è un dovere che deve prevenire la trasformazione degli agricoltori in vittime o danneggiati. Di associazioni agricole, venatorie ed ambientaliste che si fanno trasportare dall’onda motivazionale dei vari radicati e/o emergenti politici non ne abbiamo bisogno. La società necessita di indirizzi basati sulla conoscenza delle misure di prevenzione dei danni e della consulenza per coordinare l’attuazione di tali misure, coadiuvati da un osservatorio nazionale che ne stimi le conseguenze economiche. Solo così potrà essere redatto un piano di azione che, in modo pragmatico, definisca le linee guida, qualsiasi esse siano, assumendosene la responsabilità. Ben tornato lupo, be patient!

Marco Franco Franolich