In difesa della braccata al cinghiale

La braccata al cinghiale, cioè la caccia con l’impiego di mute di cani da seguita, ha origine nei piccoli paesi incastonati tra gli immensi boschi che ricoprono le Colline Metallifere, nella Toscana meridionale, a cavallo tra le province di Siena, Grosseto e Pisa. Nasce all’incirca nella seconda metà del XIX secolo, presumibilmente in concomitanza con il diffondersi del fucile ad avancarica, e viene impiegata per cacciare il cinghiale naturalmente presente in questa vasta area: il Sus scrofa majori, popolarmente conosciuto come cinghiale maremmano. Si tratta di una specie autoctona, di dimensioni minori, come del resto tutta la fauna legata agli ambienti mediterranei, rispetto ai suoi conspecifici europei.

            Sono i pochi cacciatori presenti in ciascuno di questi piccoli borghi che formano le prime squadre e che, impiegando altrettanto pochi cani, si inventano la braccata. I cinghiali, all’epoca, sono prede assai rare che vivono nei luoghi più inaccessibili in quanto subiscono la pesante concorrenza dei loro cugini domestici: i maiali. Quest’ultimi appartengono ad una razza antica, già raffigurata nel XIV secolo da Ambrogio Lorenzetti nell’allegoria del Buon Governo all’interno del Palazzo Pubblico di Siena: la cinta senese.

            Questi maiali sono allevati allo stato brado, sono cioè lasciati pascolare liberamente all’interno dei querceti per alimentarsi delle ghiande. Sono decine di migliaia: solo nella provincia senese ne è documentata, negli anni ’50 del XX secolo, la presenza di circa 60 mila. Le castagne, invece, trasformate in farina, la famosa farina gialla, sono di fondamentale importanza per l’alimentazione delle popolazioni locali. A disposizione dei cinghiali rimangono dunque solo le poche risorse alimentari presenti nei siti difficilmente raggiungibili dai maiali. Ecco il reale motivo della scarsa diffusione e contenuta prolificità di queste popolazioni di cinghiali.

            Ogni rara volta che la squadra riesce ad abbattere un cinghiale è festa grande per tutto il paese. A Monticiano, piccolo paese della provincia di Siena, vera e propria “capitale” della caccia al cinghiale, ad esempio, il rituale per annunciare all’intera popolazione la lieta novella è sempre lo stesso: la piccola squadra si ferma al limitare del borgo e tutti i cacciatori, all’unisono, sparano in aria un colpo di fucile ed emettono il tradizionale grido di: Viva Maria!

            Tale equilibrio, minimamente alterato dalla braccata, rimane pressoché stabile fino al passaggio del fronte di guerra nell’estate del 1944. I mesi e gli anni immediatamente successivi sono però tremendamente difficili: la fame la fa da padrona. I cinghiali sono oggetto privilegiato del bracconaggio, ma mai viene superata la soglia dell’estinzione.

            All’inizio degli anni ’50, il Comitato Provinciale della Caccia di Siena richiede al Ministero dell’Agricoltura e Foreste di vietare la caccia al cinghiale per dare modo alla specie di riprendersi dalle devastazione della guerra. Ma già qualche anno dopo lo stesso Comitato decide di riaprire la caccia al cinghiale dal 1° dicembre al 1° gennaio. Anche alcuni riservisti, fra tutti il mitico Conte Edoardo Scroffa, proprietario dell’altrettanto leggendaria Riserva di caccia di Pentolina, richiedono, e ricevono, l’autorizzazione a riprendere la caccia al cinghiale.

            Con il sopraggiungere degli anni ’60 si verifica una vera e propria rivoluzione. L’allevamento allo stato brado della Cinta senese cessa, viene abbandonata altresì la raccolta delle castagne, la produzione del carbone di legna e il taglio stesso degli alberi per la legna da ardere. In una parola, finisce l’antica economia del bosco.

            Queste trasformazioni aprono al cinghiale un’enorme nicchia ecologica: d’ora in avanti ghiande e castagne rimarranno a suo esclusivo beneficio e il bosco, integro e privo di qualsivoglia disturbo, sarà il suo regno. Questo è il reale fattore ecologico alla base del vertiginoso incremento delle popolazioni di cinghiale verificatosi da allora in poi in queste zone. Le squadre che vi cacciano non avranno mai pressanti necessità di attuare ripopolamenti per il semplice motivo che i cinghiali ci saranno sempre a sufficienza.

            Negli anni ’70 aumenterà il numero dei cacciatori e crescerà di conseguenza il numero degli aderenti a ciascuna squadra e aumenterà a vista d’occhio il numero stesso delle squadre. Un paese come Monticiano, ad esempio, diverrà una vera e propria università del cinghiale, presso la quale impareranno a cacciare in braccata tantissimi cacciatori della Toscana e delle altre Regioni italiane.

            La braccata si diffonderà così in tutta Italia e con essa anche i cinghiali. I ripopolamenti, inizialmente attuati addirittura dagli Uffici caccia delle Amministrazioni Provinciali, diverranno nel tempo, ahinoi, una pratica attuata dai cacciatori ricorrendo a cinghiali di origine europea e, non di rado, a soggetti incrociati con i maiali domestici. Ma questa è un’altra storia. Le popolazioni di cinghiali di Monticiano, conserveranno invece, come dimostrano recenti ricerche scientifiche, caratteristiche genetiche assai prossime a quelle della popolazione pura di Sus scrofa majori presente nel Parco Presidenziale di Castelporziano.

            In conclusione, il fatto che la braccata e le popolazioni dei cinghiali delle Colline Matallifere, coesistano tranquillamente da quasi due secoli a questa parte, senza generare alcune problema di conservazione per la specie e per la restante fauna selvatica, è la prova migliore che dimostra come questo metodo di caccia, sia pure praticato all’interno di vasti ambienti boscosi, non provoca, così come peraltro provato anche da numerose ricerche scientifiche, certo guasti: rappresenta solo una tradizione di squisito carattere popolare meritevole, alla stregua di tante altre, di considerazione e rispetto.

Roberto Mazzoni Della stella