Lettera aperta ad un anticaccia

Vivo a Roma, ho 69 anni e ancor prima di prendere la licenza di caccia mi son sentito sempre cacciatore, forse perché fin da bambino seguivo le orme di mio padre. Ho praticato un po’ tutte le forme di caccia in Italia ed ora, non solo per l’età, ma anche per colpa di una feroce antropizzazione, sono “costretto” a dedicarmi soltanto a due specie, guarda caso però quelle che rappresentano oggi, delle vere e proprie criticità:
la cornacchia ed il cinghiale.
La prima per contrastare il divulgarsi di uno dei più pericolosi predatori per moltissime altre specie. Avrai notato la sua “urbanizzazione”, con le pesanti conseguenze che ne derivano.
La seconda, come ormai è sotto gli occhi di tutti, per effetto del suo proliferare arreca ingentissimi danni in agricoltura. Con la mia squadra, nelle zone a noi assegnate, ci impegnamo al fine di ottenere il suo contenimento.
Tra l’altro sempre più spesso crea problemi alla circolazione, rendendosi responsabile di incidenti stradali, nonché vista sua presenza nelle città, suscita panico tra la popolazione.
Ora non sono qui per farmi ringraziare o chiederti dei riconoscimenti che non sento di avere, però consentimi solo di esprimere un concetto:
“possibile che sei sempre pronto a demonizzare indiscriminatamente tutti i cacciatori, nessuno escluso?” Beh no, non ci sto. La caccia non deve essere vista sempre come un gioco, un divertimento cruento e sadico, fine a se stesso.
La caccia è anche una risorsa.
Lo è per l’agricoltura, per l’ecosistema, per la biodiversità.
Non banalizzare come il tuo solito e cerchiamo invece di verificare se ci sono le condizioni per il riconoscimento dei ruoli, senza isterismi e con realismo.

Lettera inviata alla redazione dal Sig. Antonio Bucciarelli