A colloquio con Giorgio Salvatori, Presidente dell’Associazione Italiana Wilderness

Nella campagna romana, in questo maggio pazzo e piovoso sono in compagnia di un vecchio amico, Giorgio Salvatori, Giornalista professionista. Al Tg2 della Rai per oltre 30 anni. Qui, si è occupato, in particolare, di tutela del Paesaggio e di Beni Culturali. Per i suoi reportage ha ricevuto il Premio Italia Nostra e l’Airone d’argento Giorgio Mondadori. Ha insegnato tecniche della comunicazione presso l’Università della Tuscia’.

Giorgio nel congratularmi con te per la tua elezione a Presidente dell’associazione Italiana Wilderness, parliamo di un personaggio che è particolarmente caro a tutti coloro che si occupano di conservazione dell’ambiente Aldo Leopold un grande precursore della conservazione, quasi un visionario….

1-Si’, hai usato la parola giusta ”visionario’ ‘Ai suoi tempi parlare di conservazione suonava ancora quasi come un affronto, una idea in rotta di collisione con l’ideologia fanaticamente progressista propugnata dai teorici del ”destino manifestò’. Prima di lui solo Henry David Thoreau aveva criticato aspramente l’idea della conquista dei residui territori selvaggi del continente americano, lo sfruttamento intensivo delle risorse naturali e la lotta senza tregua contro le superstiti bande di indiani liberi che rifiutavano il confinamento in riserve governative, si ostinavano ancora a vivere di caccia e di pesca e praticavano il nomadismo stagionale senza vincoli territoriali.

Un visionario quindi come Steve Jobs,capace di cambiare il presente con una visione del futuro?

Non e’ un caso che il termine ”visionario” abbia avuto, prevalentemente, un valore negativo nella nostra cultura mentre rappresentava un valore aggiunto tra gli indiani americani che ricercavano ardentemente una ”visione” spirituale per comprendere il senso vero della vita. Ecco, Aldo Leopold era un visionario in questo senso.

Aveva capito che conservare gli ultimi lembi di natura selvaggia, di Wilderness è fisicamente e spiritualmente importante, un valore fondamentale per restare uomini degni di questo nome.

Leopold sviluppa il suo pensiero in un periodo di grande difficoltà socio economica, gli anni 30 della grande recessione negli Usa, in un contesto di grande sconvolgimenti ambientali capisce che così si rischia di distruggere tutto.

Gli errori dell’eccessivo consumo di suolo si cominciavano già all’epoca a manifestare. Leopold era rimasto inorridito dalle conseguenze del ”Dust Bowl”, le tempeste di sabbia che devastarono le pianure del Nordamericani negli anni trenta, per effetto dello sfruttamento eccessivo delle praterie convertite velocemente in sconfinate coltivazioni intensive. Fu il primo a capire il valore immenso dell’aforisma di Tatanka Yotanka, Toro Seduto: ”Se pensi di avere sbagliato strada non avere paura di ritornare sui tuoi passi, solo così si ritrova la via maestra”.

Un testo importante per capire la connessione tra economia ed uso compatibile delle risorse è un altro progetto futurista per l’Italia, Wildlife Economy-Nuovo paleolitico del prof Ragni, filosofia che se applicata potrebbe un importante volano economico per la ruralità

Sono anni che, timidamente, ogni tanto, si riaffaccia la proposta di alcuni produttori, diretti o indiretti di selvaggina, di dare un valore economico alle carni degli animali selvatici abbattuti, carni com’è noto, generalmente più sane di quelle provenienti dalle filiere industriali e dagli allevamenti intensivi perché prive di ormoni e di antibiotici.

Una proposta comprensibile e di pubblica utilità’. Gli ostacoli però non sono soltanto di natura burocratica, operazione più lenta e farraginosa in Italia rispetto ad altri Paesi della UE.

Ancora più forti sono le cosiddette opposizioni di natura ”etica”. Gli animalisti, in Italia, hanno preso il sopravvento sulla visione correttamente conservazionista della natura. La differenza è nota a molti, ma vale la pena di ricordarla. Mentre i conservazionisti sono difensori rigorosi della natura selvaggia, della biodiversità e delle specie in declino numerico, gli animalisti hanno una visione ribaltata, rovesciata, della natura: a loro non importa tanto difendere la ”Wilderness” e le specie selvatiche, ma il singolo animale, domestico o selvatico, sia esso autoctono o ”clandestino’ ‘cioè’ proveniente da territori esotici.

Una visione miope e disastrosa per i territori svantaggiati?

Esatto. e questo muro di ostilità e di intransigenza provoca diversi problemi di conservazione ( molte specie alloctone sono pericolose o competitive per la  nostra fauna, ma non si possono eradicare perché’ l’animalismo insorge e fa quadrato contro ogni tentativo di ”bonifica”).Si tratta di opposizioni che fanno riferimento al principio ”etico” della difesa della vita, ”tout court’ ‘per ogni creatura vivente( tralasciamo qui le evidenti contraddizioni dell’affermazione) mentre, a rigore di logica e secondo il buon senso, basterebbe, per il vegetariano o vegano in buona fede, non mangiare carne se, individualmente, non si approva l’uccisione di una animale lasciando però agli altri la possibilità di farlo nelle forme e nei modi che ognuno, in cuor suo, ritiene più opportuno, rispettando, ovviamente le specie protette ed evitando episodi o forme di crudeltà sia negli allevamenti animali, sia nell’esercizio venatorio a carico delle  specie selvatiche legalmente cacciabili.

Nessuna obiezione, quindi, alla cosiddetta wild economy. Ben venga. Ne trarrebbe vantaggio non soltanto la caccia legale e obbediente a delle regole condivise, ma anche l’economia ad essa collegata e la salubrità delle carni che mangiamo. I mezzi di comunicazione di massa, però, dovrebbero evitare di demonizzare, sempre e comunque, la caccia e innalzare sul trono della santità l’animalismo astratto e intransigente.

Ma tutto ciò come si può coniugare con l’esistenza di alcune aree protette che sembrano essere nate più come bacino elettorale che per la conservazione ambientale? Alcune Riserve Naturali intorno a Roma non offrono esempi esaltanti di azioni per la conservazione, esiste di tutto dall’abusivismo selvaggio alle discariche incontrollate.

Sì, condivido con rammarico la tua constatazione. Abbiamo tutti assistito con senso di frustrazione e di tristezza alla graduale trasformazione del sistema delle aree protette, nate per tutelare la natura, in un altro serbatoio di poltrone per politici trombati ed ennesima opportunità per assunzioni clientelari non mirate alla specifica e capillare difesa del paesaggio, della fauna selvatica, dei boschi e della flora spontanea. C’è’ da aggiungere che le aree protette rischiano di trasformarsi in qualcosa di diverso rispetto alla loro ”missione” istituzionale per l’eccessiva connotazione turistica e ludica che stanno assumendo a causa delle pressioni di amministratori locali, politici nazionali ed anche di alcune associazioni ambientaliste. Triste vedere che queste abbiano perso di vista l’inderogabile necessita ‘di difendere le autentiche caratteristiche di un’area protetta che sono riassumibili in natura intatta, assenza di turismo di massa e di raduni automobilistici, sportivi e/o chiassosi, impalpabile emozione della scoperta di luoghi dove è bandita ogni forma di disturbo causato da strumenti riconducibili alla civiltà delle macchine e dell’elettronica.

Ed in questa situazione il ruolo di AIW, l’associazione italiana per la Wilderness, qual è?

Rivendicare con rigore e tenacia questa visione della conservazione ambientale prioritaria e indifferibile. Abbiamo dato reale protezione e certezza di conservazione a centinaia di aree Wilderness per le quali i proprietari si sono impegnati a non modificare lo stato dei luoghi per i prossimi cento anni, lasciando naturalmente intatti gli usi e le consuetudini dell’uso razionale delle risorse

Giorgio da appassionato della ruralità, amante dei cavalli e cacciatore di lungo corso come vedi il futuro della caccia? Ha senso ancora parlare di ATC e di ripopolamenti pronta caccia?

Se il sistema delle aree protette andrebbe rivisto e corretto altrettanto, però’ si dovrebbe fare per la caccia così come è gestita, attualmente, nel nostro Paese.

La legge 157/92 ha fallito il suo obbiettivo principale, il legame del cacciatore al territorio. Sarebbe il caso, ma questa è una mia personale convinzione, di riaprire il confronto sul contestato articolo 842, quello, cioè’, che consente al cacciatore di entrare in un fondo agricolo senza il permesso del proprietario. Esperienze all’estero, ma anche in alcune regioni italiane, indicano nella costituzione di consorzi e di riserve comuni e condivise lo sbocco positivo all’eterno scontro tra chi in campagna lavora (o vi si reca per svago) e chi invece vi si muove per inseguire la selvaggina. Ma questo è un terreno delicato e complesso e varrebbe la pena di approfondirlo in un dibattito aperto e privo di pregiudizi personali e ideologici.

di Alessandro Pani