La caccia come indicatore sociale e culturale

La storia della caccia, è uno straordinario indicatore sociale e culturale, che ci mostra i cambiamenti intervenuti nel corso del tempo.

Nel passato riservata alla Corte e ai nobili di alto rango, con la rivoluzione francese fu decretata la liberalizzazione della caccia, dando al popolo libertà di cacciare su tutto il territorio nazionale, comprese le riserve di caccia.

In qualche decennio la deregulation della caccia produsse un eccessivo prelievo della fauna con il rischio di scomparsa di diverse specie animali. Fu così che nacquero le prime associazioni dei cacciatori che funzionavano come le vecchie Corporazioni di arti e mestieri: dandosi delle regole ferree e controllando i propri associati stabilirono tempi e modalità della stagione venatoria con l’obiettivo prioritario di preservare il patrimonio faunistico.

Per avere un’idea del funzionamento di queste associazioni di cacciatori basti leggersi, ad esempio, lo statuto di quella di Brescia, patria degli artigiani armaioli (oggi industriali): chi cacciava fuori stagione, quando avviene la riproduzione delle diverse specie animali, veniva espulso dall’associazione, condannato a pagare una ammenda e gli poteva essere ritirato anche il permesso di caccia.

In Italia, fu il fascismo che mise fine a questo sistema di autoregolazione, chiudendo le associazioni dei cacciatori e obbligandoli a iscriversi a l’unica associazione nazionale del fascio. Inoltre, il fascismo elevò l’ammontare delle tasse per ottenere la licenza e istituì nuove aree protette fino agli anni ’30 quando si verificò una svolta: la caccia venne esaltata come una grande scuola di massa per creare lo spirito del soldato, la capacità di inseguire e stanare il nemico (la preda) e ucciderlo. E quando l’Italia fu colpita dalle sanzioni nel 1936, la caccia venne ulteriormente esaltata per il suo valore economico: la riduzione dell’import di carne dall’estero. Ma, il più radicale cambiamento si registrò negli anni ’50 e 60 del secolo scorso con l’avvento della motorizzazione di massa. La caccia non avveniva più in un territorio vicino e limitato ma il cacciatore poteva con l’auto andare a cacciare dovunque senza più considerare i danni al patrimonio faunistico. Si era rotta la connessione tra cacciatori e territorio di appartenenza con la perdita di un rispetto per il patrimonio faunistico, e non solo, di regole e controllo sociale. Emerse in quegli anni la nuova figura dello «sparatore»: nato e cresciuto in un contesto urbano, senza alcun rapporto con il patrimonio ambientale e l’ecosistema rurale, che praticava la caccia come una passione e sparacchiava su tutto quello che si muoveva! Era finita per sempre un’epoca, si era reciso per sempre il legame con l’antico spirito della caccia.