Il conduttore di cane da traccia

Il cane da traccia nasce dopo la rivoluzione del 1848, cioè dopo lo smantellamento dei grandi territori di caccia e l’abbandono degli antichi metodi di caccia in favore di quella alla posta, vi fu la necessità di disporre di un cane ” dopo il colpo di arma da fuoco ” in grado quindi di eseguire il recupero del selvatico ferito ai giorni nostri viene inoltre utilizzato per la ricerca di animali feriti a seguito di un incidente stradale.

Il primo cane da traccia fu quello che ad oggi siamo abituati a chiamare Segugio di Hannover nato a cavallo fra i secoli XVIII e XIX Ma, in particolare nei territori di caccia di montagna, rimaneva indispensabile disporre di cani che, benché specializzati nel lavoro al guinzaglio, non fossero meno resistenti e tenaci nel seguire la preda ferita. In queste zone il segugio di Hannover era troppo pesante.

Non dimentichiamo infatti che principale caratteristica dell’Annoveriamo è proprio la struttura forte e robusta, costituita da una muscolatura massiccia che lo rendono un cane piuttosto pesante nell’aspetto ma non nel movimento.

Per ottenere i risultati voluti anche su terreni di montagna, il barone Karg-Bebenburg von Reichenhall selezionò, dopo il 1870, un cane più leggero, di razza stabilizzata e migliorata incrociando il segugio di Hannover con segugi di montagna di colore fulvo diede così origine al Bavarese, attraverso una selezione incentrata su individui di taglia più ridotta e più leggeri in modo da avere un cane con maggiori doti di agilità e velocità, seppur forte e muscoloso, più adatto alla caccia in montagna.

Nel bavarese poi molto probabilmente si è immesso sangue del segugio austriaco nero-focato (ilbrandlbracke).
Questo cane progressivamente preso il posto delle altre razze nei territori di caccia di montagna, cosicché oggi il segugio di Baviera è divenuto il compagno classico dei guarda caccia e delle guardie forestali.
Nel 1912 fu creato il “Club del segugio di Baviera ” la cui sede era a Monaco. In Germania questo club è il solo accreditato per questa razza.

LA RICERCA DELLA SELVAGGINA FERITA

Sangue!
E a un tratto vidi anch’io le macchioline rosse sul fogliame color ruggine, il primo sangue del primo animale ferito della mia vita.
Era esattamente dove poco prima non avevo visto nulla…” (Franz Mueller) Nonostante la grande attenzione prestata all’esecuzione di un colpo di carabina che procuri una rapida ed il più possibile indolore morte al capo di ungulato che è oggetto delle ricerche del cacciatore, accade che il proiettile non vada a segno così come previsto, bensì colpisca altrove e ferisca solamente l’animale.
Purtroppo l’errore umano non è eliminabile. Indagini statistiche condotte in diversi Paesi concordano nel far ritenere che circa il 10% dei selvatici a cui si spara vengono feriti in modo più o meno grave.
Almeno 10 animali su 100 ma, in realtà, sappiamo che questa è una stima minima che diventa addirittura una considerevole sotto stima se si parla di selvatici di grandi dimensioni come i cervi ed i cinghiali.

Che fare?

La prima regola è quella legata al comportamento del cacciatore il quale deve rimanere fermo ed in silenzio, aspettare quindici o venti minuti almeno e poi, con molta cautela, avvicinarsi al punto in cui si trovava il capo di selvaggina al quale si è sparato. Il comportamento del cacciatore è molto importante che sia sempre il medesimo sia quando l’animale è caduto sul posto, sia quando si è allontanato!
Soffermiamoci tuttavia al secondo caso: il selvatico, immediatamente si è allontanato, più o meno velocemente ed è scomparso nel bosco.
Quando l’animale non è caduto il colpo è stato sbagliato?
Quando non si riesce a ritrovare sangue sul punto del tiro, il colpo è stato sbagliato?
È di assoluta importanza pensare che: NON ESISTE COLPO SBAGLIATO! …
sino a Prova contraria!
È vero: tale modo di pensare rischia di essere rivoluzionario, però è necessario che il cacciatore bravo – professionalmente preparato – pensi esattamente in questo modo!
Ricapitolando :

* dopo il colpo il cacciatore deve ricaricare immediatamente l’arma

* si deve rimanere, in assolto silenzio, fermo al proprio posto

* rimanere concentrati per poter esplodere un eventuale secondo colpo

* devi memorizzare esattamente il luogo ove era l’animale al momento del tiro

* devi rimanere in questa condizione almeno per 15 – 20 minuti

Queste regole sono di assoluta importanza, sono inderogabili e valgono in tutti i casi, sia ad animale a terra, sia ad animale allontanatosi. Ogni comportamento diverso ha come risultato certo l’aumento delle difficoltà di poter ricuperare un selvatico ferito.
Colui che non si comporta come descritto è un PESSIMO CACCIATORE! Senza appello!
Queste regole erano già state elencate, ora passiamo ad un’altra fase che inizia dopo i fatidici 15 – 20 minuti

minimi:

* ci si avvicina con cautela al capo o al luogo in cui era l’animale al momento del tiro, tenendo la carabina pronta * si esamina con molta cura il terreno per verificare la presenza di segni – pelo, sangue, frammenti di ossa o di altri tessuti, segni degli zoccoli, qualsiasi altro indizio sia presente * se si ritrova qualche indizio si cerca di capire da esso se l’animale possa essere ferito o meno * se si ritrovano indizi essi vengono coperti con poche fronde ed il posto preciso viene segnalato per poterlo ritrovare a distanza di tempo

* non si segue la traccia di sangue che eventualmente fosse presente!