Cinghiale problema o risorsa?

Neanche il dilemma shakespeariano avrebbe potuto dirimere meglio la diatriba che si è creata quando le maggiori associazioni agricole (confagricoltura e coldiretti in primis) hanno incontrato le maggiori associazioni venatorie domenica a Lamezia Terme nel cuore della Calabria. In realtà con Marco Franolich già scendendo le scalette dell’aereo c’eravamo posti il problema se in una giornata grigia di nubi cariche di pioggia e un vento marino consistente, giornata peraltro  dedicata alle votazioni europee e a quelle amministrative in molti paesi della piana lametina fosse ideale incontrare i maggiori addetti ai lavori del settore e più semplicemente se fossero venuti.

Ad accoglierci con una rara ospitalità il prof. Salvatore Vescio presidente di EPS Calabria, animatore di molti riuscitissimi seminari venatori e cacciatore di lungo corso. La sua carnagione levigata e bronzea come la liquirizia calabrese,  la sua acuta dialettica  è garanzia di esperienza, acutezza e grande determinazione, potevamo stare tranquilli.

Nella bella sala congressi dell’Hotel T ci siamo in breve tempo ritrovati di fronte a decine di esponenti del mondo agricolo e venatorio calabrese oltre a funzionari regionali e medici veterinari, tre ore intense di dibattito, riflessione e approfondimento su un tema inedito per quelle terre e che Salvatore Vescio teneva a portare in maniera determinata e carismatica sul tavolo della politica regionale. Gli strumenti per informare i cacciatori e gli agricoltori che in effetti un altro modo è possibile, che al disordinato, scomposto, fatalistico ricorso a braccate più o meno organizzate sarebbe indispensabile affiancare e potenziare quegli strumenti di gestione che meglio di altri sono in grado di attivare processi virtuosi nella popolazione di cinghiali e nell’equilibrato sviluppo dell popolazioni per classi di età e sesso. Non si tratta di lezione di alta formazione ma l’illustrazione appassionata di professionisti di fama europea come Marco Franolich dell’approccio corretto, della risposta tangibile ad una sete di conoscenza veicolo di crescente passione per molti cacciatori. Le best practice nel campo della gestione e la contaminazione di un sogno, chimera per gli scettici, opportunità per gli audaci, la possibilità di chiedere alle autorità politiche ed amministrative di mettersi al tavolo e costruire un nuovo modo di fare gestione oppure in alcuni casi l’avvio stesso di una corretta gestione, con iniziative legislative regionali e qualche iniezione di protocolli e di infrastrutture leggere, punti di stoccaggio, celle frigorifere e formazione di ausiliari in grado di discernere le carni evidentemente sane da quelle sospette da sottoporre a controllo veterinario. Nulla che non sia stato già realizzato in altri territori europei e in alcune realtà nazionali. Dulcis in fundo un richiamo alla ricerca di cultura imprenditoriale, di sfruttamento intelligente delle risorse che la terra offre creando una cultura dell’utilizzo della selvaggina improntata sulla creazione di distretti e di sistemi enogastroturistici, con un neologismo, ovvero l’opportunità di fare soldi, di creare lavoro nel modo più bello del mondo divertendosi da un lato ed offrendo con un orgoglio raro, quello calabrese, le straordinarie bellezze del territorio. In territori navigati come la Toscana man non solo, hanno utilizzato il cinghiale per guarnire bottiglie di eccellenti vini rossi, per colorare felpe, per insaporire pietanze ricercate, per costruire un turismo naturalistico di nicchia. Perchè allora non importare questo modello nelle terre calde e colorate del sud Italia? Questo il quesito che abbiamo lasciato nell’aria, questa la naturale conseguenza di un convegno riuscito alla perfezione, l’obiettivo di lasciare appesa una suggestione, di instillare un ragionevole dubbio e magari di romper gli indugi e quella coltre di scetticismo troppo spesso particolaristico, per le imprese agricole soggette a potenziali danni da fauna selvatica, e di individualismo predatorio di cacciatori spesso più attratti da soli numeri che invece da un sano approccio quali-quantitativo.

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