La Regione Abruzzo aggira la sentenza della Corte costituzionale sull’impiego dei cacciatori nelle attività di controllo: i dubbi e le perplessità del caso

Com’è noto, anche la legge sulla caccia della Regione Abruzzo è stata di recente bersagliata dalla Corte costituzionale, per quanto attiene all’impiego dei cacciatori nelle operazioni di controllo ex. art. 19 L. 157/1992.

I Giudici della consulta, per verità, non sono mai entrati con evidente cognizione di causa nelle questioni venatorie. Come nel caso della caccia agli ungulati in presenza di neve, cosa che dovette essere risolta dal Parlamento con un tratto di penna.

L’unica logica seguita dalla Corte costituzionale è quella per cui ogni discostamento dalla L. 157/1992 da parte dei legislatori regionali è lecita solo se ha un intento restrittivo. Ergo, se la categoria dei cacciatori non è contemplata in tale norma, la stessa non può essere impiegata dalle Regioni, secondo le proprie legislazioni, negli interventi di controllo. La Corte non fornisce un motivo oggettivo in grado di spiegare la circostanza, ma si limita a verificare (e di conseguenza a censurare) la violazione formale della cosa.

Su questa premessa, l’Ufficio caccia della Regione Abruzzo si è trovato nella difficoltà di assicurare gli interventi di controllo lì dove non può arrivare la caccia di selezione, ineluttabilmente legata a diverse regole e divieti, ben più restrittivi rispetto al controllo: si pensi solo alla possibilità di usare fonti luminose, visori notturni, di violare le distanze per l’esercizio venatorio rispetto ad immobili strade, ecc., allo sparo da veicoli, alla mancata applicazione delle giornate di silenzio venatorio. Per giunta, la caccia di selezione è inesorabilmente stretta nella costruzione di un piano di prelievo e all’assegnazione dei capi, distinti per classi di sesso e di età. Dunque, non potrebbe essere attuato alcun intervento di abbattimento, ad esempio, se, scorto in un campo di grano a far danni, vi è un esemplare di cinghiale fuori o già escluso dal piano di prelievo assegnato, o già solo se ciò capita di martedì o venerdì.

Per giunta lo strumento del controllo può essere attuato in tutti gli istituti faunistici soggetti a divieto venatorio (aree cinofile, zone di ripopolamento e cattura, oasi, ecc.) e, soprattutto, come detto, nei pressi di strade, centri abitati ed altro.

Ai sensi di quel che resta della norma specifica della Regione Abruzzo dopo la sforbiciata del legislatore costituzionale, le azioni di controllo possono essere poste in essere mediante l’adozione di piani “attuati dalle guardie venatorie dipendenti dalle Province e dalle guardie venatorie volontarie”. E tali soggetti attuatori “possono avvalersi dei proprietari o conduttori dei fondi sui quali si attuano i piani medesimi, purché muniti della licenza per l’esercizio venatorio, nonché delle guardie forestali, delle guardie comunali munite di licenza per l’esercizio venatorio”.

L’impiego dei proprietari o dei conduttori dei fondi “sui quali” si attuano i piani medesimi è un’affermazione letteralmente inequivoca e legata al concetto per cui il legislatore del 1992 ha consentito una sorta di “autodifesa” del fondo.

Tale interpretazione è stata avallata anche dalla sentenza della Corte costituzionale n. 392/2005, che ha ancorato la possibilità d’impiego dei proprietari/conduttori al mero dato oggettivo della coincidenza fra pertinenza proprietaria o di conduzione ed ivi dello svolgimento delle attività di controllo.

L’Ufficio caccia della Regione Abruzzo, invece, in evidente stato di creazione giuridica, ha inteso svincolare l’esercizio dell’attività di controllo da parte del proprietario/conduttore del fondo rispetto alla materialità territoriale del fondo di pertinenza affermando che: “essi possono essere impiegati anche al di fuori del fondo in cui esercitano la proprietà o la conduzione”.

A fronte di tale interpretazione, che ci sembra gravemente illegittima, nonché chiaramente protesa ad aggirare con molta chiarezza l’ordine imposto dal Giudice costituzionale, si stanno sollevando diverse fondate perplessità. Dapprima la Provincia di Teramo ha sospeso tale forma di controllo e, quindi, anche l’ATC Sulmonese ha diffidato la Regione dal pretendere perentoriamente tale utilizzazione dei proprietari/conduttori dei fondi al di fuori delle possibilità di legge.

La clamorosa svista, in cui crediamo che sia incappato l’Ufficio caccia regionale, non solo appare pesante per i profili di incostituzionalità indiretta determinati, ma suggerisce, altresì, al mondo venatorio di dover prestare la massima attenzione, giacché in caso di sinistri è ben possibile che le compagnie assicurative si rifiutino di coprire gli eventi e che, anche in un caso di contenzioso civile, sia ben possibile che il giudice civile chiamato a dirimere la controversia disapplichi o dichiari comunque non conforme a legge l’interpretazione regionale e che escluda la validità della polizza di assicurazione.

La redazione