Il foraggiamento dei fagiani: le ragioni di questo intervento

Rifacendomi alla promessa fatta nell’articolo, di carattere generale, su un’efficace gestione della piccola selvaggina all’interno di un’Azienda Faunistico Venatoria, mi sembra necessario partire dal fagiano. È infatti questo galliforme ad avere maggiormente sofferto gli effetti di alcune recenti trasformazioni ambientali.

La prima e principale causa del rovinoso declino di questa specie è senza dubbio la crisi della cerealicoltura. Oggi, la coltivazione dei cereali a semina autunnale e primaverile in terreni poco produttivi è divenuta economicamente assai poco redditizia. Se a questo aggiungiamo l’incentivazione dei terreni lasciati a riposo, abbiamo individuato i principali fattori che hanno determinato la crisi del fagiano.

La diffusione di terreni lasciati a riposo, incolti, o addirittura abbandonati, ha finito per creare una sorta di vera e propria prateria. Un habitat senza dubbio ideale, ad esempio, per un erbivoro come il capriolo, le cui popolazioni, non a caso, hanno conosciuto un prodigioso sviluppo. Ma un ambiente, viceversa, assai negativo per un granivoro come il fagiano, specie da sempre strettamente legata per la propria alimentazione alle stoppie cerealicole. Proprio le stoppie, d’altro canto, sono diventate un miraggio anche in quegli ambienti dove la coltivazione dei cereali risulta ancora remunerativa. In questi casi, infatti, l’aratura segue la mietitura nello stretto giro di pochi giorni.    Morale della favola: tanto nella nuova prateria quanto nella tradizionale area cerealicola, l’alimentazione naturale dei fagiani è andata letteralmente a farsi benedire.

            L’estrema rarefazione dei grani rinvenibili sui terreni durante l’autunno e l’inverno ha, ovviamente, un riflesso quanto mai negativo nei confronti della sopravvivenza dei fagiani durante la cattiva stagione. Tuttavia l’effetto maggiormente negativo di questa situazione si riflette però soprattutto sulle fagiane in primavera e in estate, al momento della riproduzione. La stagione riproduttiva ha per la femmina di fagiano un costo energetico impressionante: si calcola che essa, tra deposizione e incubazione delle uova e allevamento della prole, prosciughi di fatto le proprie riserve di energia. Il serbatoio energetico, se così ci si può esprimere, della fagiana, è il grasso che essa conserva nella cloaca. In condizioni di carenza di questa scorta, la femmina ha scarse possibilità di successo riproduttivo. Ne consegue, che la fagiana, per giungere all’inizio della primavera in condizioni fisiche ideali, ha uno stringente bisogno di un’adeguata alimentazione.

            Se questo è vero per una fagiana selvatica, lo è a maggior ragione per una fagiana allevata in cattività immessa nella precedente estate o al termine della stagione venatoria. Le femmine immesse patiscono, infatti, un grosso handicap: i devastanti effetti delle parassitosi inevitabilmente connesse con l’allevamento in cattività. Queste patologie sono tenute sotto controllo all’interno di ogni buon allevamento mediante la costante somministrazione, tramite il mangime e l’acqua di abbeverata, di adeguati presidi sanitari. Esse, inoltre, rimangono pressoché silenti durante tutto l’arco di tempo compreso tra il momento dell’immissione e la fine dell’inverno. Con il sopraggiungere della primavera e il manifestarsi degli stress connessi con la prima fase della riproduzione, queste parassitosi tendono ad esplodere. In tal modo, agli effetti negativi derivanti da un’insufficiente alimentazione si sommano anche quelli, in vero assai più devastanti, del precario stato sanitario.

            Denutrizione e malattie, da parte loro, facilitano oltremodo il compito del predatore: la volpe. La predazione è la vera causa dell’insuccesso al quale vanno inesorabilmente incontro tanto i ripopolamenti estivi quanto quelli tardo invernali. Non è un caso che la predazione agisca non solo durante la nidificazione ma anche, e in misura maggiore, dopo. Le fagiane esauste finiscono loro malgrado per essere dei facili bocconi. Non solo, ma le fagiane, perfino quelle selvatiche, se denutrite, in caso di fortuita perdita del nido, così come avviene sovente durante la falciatura dei prati, non sono in grado di provvedere a quanto madre natura a loro concesso: ovvero di portare a termine una seconda, o addirittura anche una terza, covata.

            Anche i maschi soffrono a causa di un’insufficiente alimentazione preriproduttiva e del manifestarsi degli effetti delle parassitosi primaverili. L’insufficiente sviluppo e colorazione dei loro bargigli fanno di questi maschi degli eccellenti centrocampisti: maschi cioè incapaci di conquistare un proprio territorio lungo i margini di boschi, siepi, macchie, calanchi ecc. e quindi destinati inesorabilmente a rimanere, appunto, al centro dei campi, del tutto incapaci di attrarre presso di sé le fagiane per riprodursi.

            Queste, in sintesi, le ragioni che giustificano il ricorso al foraggiamento dei fagiani. In particolare delle fagiane immesse, in quanto è stato dimostrato come il foraggiamento sia di fatto l’unico strumento a disposizione per contrastare validamente l’insorgere in esse delle parassitosi. Avremo modo nel prossimo articolo di illustrare i principali accorgimenti indispensabili per predisporre una valida strategia di foraggiamento.

Roberto Mazzoni della Stella