Chukar: la minaccia che viene da lontano (nel tempo e nello spazio)

La coturnice orientale (Alectoris chukar) è un fasianide diffuso in Asia dal Pakistan e dall’Afghanistan, a est, fino all’Europa sud-orientale, a ovest. È stata largamente introdotta e si è stabilita negli Stati Uniti, in  Canada, in Nuova Zelanda e nelle Hawaii. In Gran Bretagna sono comuni ibridi tra questa specie e la pernice rossa (Alectoris rufa), anch’essa introdotta sull’isola. Rappresenta una seria minaccia per le popolazioni di Coturnice (Alectoris graeca) che risultano ovunque fortemente soggette a rischi di tipo genetico, conseguenti ad attività di ripopolamento. Come riportato sul piano nazionale per la Coturnice (link) il rischio di inquinamento genetico delle popolazioni riguarda anche l’introduzione della Pernice rossa (Alectoris rufa), spesso a sua volta interessata da introgressione genica (ibridazione) da parte di Alectoris chukar, a ridosso o nell’areale della prima specie. Si tratta di una minaccia particolarmente insidiosa e realistica, considerato che attualmente in Italia sono rari gli allevamenti che producono la Coturnice e la Pernice rossa in purezza e/o  geneticamente controllate. La stessa esistenza poi di tre popolazioni distinte di Coturnice (Alectoris graeca saxatilis, diffusa sulle Alpi dalla Francia all’Austria e nella ex Yugoslavia occidentale; Alectoris graeca orlandoi, localizzata sull’Appennino centro-meridionale dalla Calabria alle Marche comprese. Alectoris graeca whitakeri, endemica della Sicilia) complica ulteriormente il quadro ai fini della conservazione e soprattutto delle eventuali attività di reintroduzione. In tale direzione è fatto, giustamente, divieto di immissione di Coturnici, provenienti da allevamento, non controllate geneticamente, Chukar (in tutto il territorio nazionale) o Pernice rossa (al di fuori del suo areale originario).

Ma come sono arrivate le Chukar in Italia? Chi sono i responsabili?

Questo scriveva Alessandro Ghigi, nel libro “La Caccia” UTET nel 1963:

La differenza morfologica dalla nostra coturnice, è quasi nulla. L’orientale è priva di quella piccola briglia nera, che separa la base del becco dalla palpebra. Ne sono invece molto differenti le abitudini. Le coturnici delle Alpi, dell’Appennino e di Sicilia sono molto selvatiche, anche se allevate in voliera e fanno presto a perdere, in un grande recinto o in un giardino chiuso la familiarità. La coturnice orientale, sia indiana, come del resto quella dell’egeo (Rodi, Stampalia, Scarpanto, Coo) è familiare come un pollo. Vi fu un momento, dopo il 1930, che l’importatore Cristiano Terni ne introdusse in grande quantità e i nostri negozianti di selvaggina la distribuirono in numerose riserve. Nel 1935 acconsentii che il Terni ne depositasse un buon numero in una delle voliere coperte dell’istituto zoologico dell’Università di Bologna, perché si potessero rimettere dagli strapazzi del viaggio. In quelle condizioni, appena giunte dall’india in piccole gabbiette, alcune pernici deposero qualche uovo. Un bel gruppo di 6 coppie furono immesse in ottime condizioni di salute, nell’isola di Vulcano, una dell’arcipelago delle Lipari. L’immissione venne effettuata personalmente da me, presenti le autorità dell’isola, i carabinieri e alcuni membri della Compagnia di navigazione e dell’Associazione Cacciatori di Messina. Scelto fra le rocce un luogo adatto con sterpi e ciuffi d’erba, apersi la cassetta. I cotorni uscirono, uno ad uno, starnazzarono, cantarono e, per prima cosa, si spollinarono sulla terra asciutta e poi si allontanarono quetamente. Meglio di così l’immissione non poteva andare. Dopo un paio di mesi assunsi informazioni e seppi che le coturnici si erano avvicinate ai casolari ed erano andate a bere negli abbeveratoi delle galline. Gli isolani le avevano mangiate tutte, senza che le autorità del luogo avessero mosso un dito. Il cotorno indiano è un bellissimo uccello da parco e da giardino, ma non è selvaggina: è un uccello familiare che diviene terribilmente aggressivo verso tutti gli altri gallinacei della corte.

Per chi non lo conoscesse Alessandro Ghigi è stato uno zoologo, naturalista ed ambientalista italiano. E’ stato professore e ha diretto l’Istituto di zoologia all’università di Bologna, ateneo del quale fu successivamente anche rettore. Tra i fondatori della «Rivista Italiana di Ornitologia» si adoperò per promuovere la creazione del Parco nazionale d’Abruzzo. Uno degli aspetti più interessanti della sua carriera è stato che nel 1933 fondò il Laboratorio di zoologia applicata alla caccia, denominato successivamente Istituto nazionale per la Fauna Selvatica (INFS), oggi inglobato in ISPRA.

Questo semplicemente per sottolineare come, giustamente e senza ombra di dubbio, questa specie non vada introdotta e come rappresenti una minaccia per specie autoctone che hanno una priorità gestionale e conservazionistica. Però le responsabilità degli errori del passato, dovuti anche a conoscenze non paragonabili alle odierne, non possono ricadere su una sola categoria. Sicuramente il mondo venatorio ha avuto le sue responsabilità ma supportato da quelli che erano l’accademia e il riferimento culturale dell’epoca. Ad accogliere i Chukar sull’isola di Vulcano, parafrasando De Andrè,  “c’erano tutti dal commissario al sacrestano…c’erano tutti con gli occhi rossi e il cappello in mano, a salutare chi per un poco senza pretese, senza pretese a salutare chi per un poco portò le Chukar nel paese

Giuliano Milana