Libero Ani..giornalismo fazioso

Negli ultimi giorni rimbalza sui social la notizia, apparsa su diverse testate ta cui La Stampa, nella quale viene in qualche modo additata la gestione venatoria, a giustificazione delle crescenti densità, quale responsabile della destrutturazione delle popolazioni di cinghiali. Un’analisi approfondita che porta alla eccessiva strumentalizzazione del problema, compito che dovrebbe spettare alle istituzioni, a questo punto risulta assolutamente necessario.

In primis alcuni aspetti relativi alla riproduzione vanno “rettificati”: sicuramente il cinghiale è l’ungulato più prolifico, il suo periodo riproduttivo si distribuisce su vari mesi fino all’intero anno, con un picco delle nascite in primavera. La riproduzione è legata al ciclo estrale che ha cadenza mensile e si interrompe solo durante la gestazione e l’allattamento. Gli incrementi annuali sono influenzati dalla disponibilità di alimento, dal clima e dalle caratteristiche della popolazione. La maturità sessuale delle femmine è condizionata dal raggiungimento di un peso-soglia di circa 30 kg e non dall’età: anche femmine di età inferiore all’anno (dai 7 mesi) che abbiano raggiunto il peso-soglia possono riprodursi. In anni in cui la disponibilità alimentare è elevata e le condizioni ambientali sono favorevoli, un numero maggiore di femmine si riproduce e le cucciolate sono di dimensioni maggiori (in media 4-6 animali). Quando le condizioni ambientali o climatiche sono meno favorevoli, si riproducono solo le femmine adulte e in migliori condizioni fisiche. In alcune popolazioni si osserva un secondo picco annuale delle nascite, meno accentuato, in tarda estate–autunno dovuto alle femmine più giovani che raggiungono il peso-soglia solo in primavera. La possibilità che in condizioni ambientali favorevoli alcune femmine adulte in buone condizioni fisiche partoriscano due volte nello stesso anno, non ha mai trovato solide evidenze scientifiche ed è da ritenersi un evento possibile, data la biologia della specie, ma del tutto straordinario (Fonte ATIT Associazione Teriologica Italiana).

Uno degli articoli più citati dai contestatori, che appare ormai ciclicamente da qualche anno, si intitola “Wild boar populations up, numbers of hunters down? A review of trends and implications for Europe” ed è stato pubblicato sulla rivista Pest Management Science, vol. 71. Aprile 2015, pp. 492-500. Probabilmente chi cita questa autorevole fonte non ha letto nemmeno i riassunto introduttivo (abstract) figuriamoci l’intero articolo. L’articolo non sostiene affatto che la sola caccia possa in qualche modo aumentare il numero di cinghiali ma indica tra le cause dell’aumento altri fattori non trascurabili. Di fatto le cause che hanno favorito l’espansione e la crescita delle popolazioni sono molteplici. Quello che abbiamo potuto vedere nel nostro paese vale a grandi linee anche per l’Europa. Sicuramente un ruolo lo hanno avuto le immissioni di cinghiali a scopo venatorio, iniziate negli Anni ’50 (spesso con il benestare di amministrazioni locali e nazionali) con soggetti catturati all’estero e proseguite con animali provenienti da allevamenti nazionali. Molto importante è risultato anche il progressivo spopolamento di ampie zone rurali e montane, con la conseguente diminuzione della persecuzione diretta e il recupero del bosco in zone precedentemente utilizzate per l’agricoltura e la pastorizia. A queste di origine antropica si aggiungono cause di tipo naturale come l’intrinseca elevata capacità di colonizzare nuovi ambienti, l’enorme potenziale riproduttivo della specie e le condizioni climatiche divenute mediamente più favorevoli e pertanto meno limitanti. Nello stesso studio pubblicato su Pest Management Science si evidenzia invece un costante aumento dei cinghiali in tutta Europa, mentre il numero dei cacciatori è rimasto più o meno stabile o è diminuito nella maggior parte dei paesi. Detto questo va comunque detto che esiste certamente una risposta adattiva del cinghiale alla pressione venatoria. Come tutti sappiamo nel nostro paese la caccia al cinghiale si svolge principalmente attraverso la “braccata”, questa  a differenza della mortalità naturale, si concentra sugli individui adulti e provoca un’alterazione della struttura naturale delle popolazioni, abbassando progressivamente l’età media degli animali. Il disturbo provocato da questa forma di caccia altera il comportamento dei cinghiali che, oltre a diventare più schivi e attivi quasi solo di notte, possono arrivare a spostarsi anche per decine di chilometri. Come vedremo non sempre è così ovunque, a dimostrazione di come le variabili in gioco siano molteplici; la distribuzione degli organismi viventi è parte integrante dello studio della nicchia ecologica occupata da ogni specie nei diversi ecosistemi. Il complesso delle diverse variabili ambientali quali bioclima, caratteristiche botaniche ed eco-fisiologiche rappresentano la nicchia realizzata della specie. Questi concetti sono alla base dello sviluppo degli studi di carattere predittivo basati sui modelli di distribuzione delle specie e dei suoi relativi cambiamenti dovuti alle diverse variabili.
Le risposte delle specie animali e delle loro popolazioni alle variabili hanno dimostrato di essere non sempre lineari ma piuttosto curvilinee (logaritmiche) di conseguenza questo tipo di risposta si dimostra essere meno prevedibile di una risposta lineare. Pertanto, quando si sviluppano modelli predittivi è meglio considerare il maggior numero di variabili per “pesare” il contributo di ciascuna apportato al fenomeno studiato.

Esistono metodi alternativi al controllo effettuato attraverso l’attività venatoria?

PREDATORI: Il cinghiale è una delle prede più frequentemente rappresentate nella dieta del lupo, che consuma anche le carcasse di cinghiali morti per altre cause.  Data l’importanza della specie per il lupo, quindi, non è un caso se il cinghiale ha contribuito significativamente alla recente espansione del carnivoro nel nostro Paese. Può il lupo contenere le popolazioni di cinghiale? A livello europeo l’impatto del lupo sulle popolazioni di cinghiali causa una sottrazione di individui stimata tra il 4 ed il 45% della popolazione, in particolare animali giovani, cioè quelli che darebbero un contributo modesto all’incremento della popolazione. Sebbene In Italia non siano stati condotti studi specifici, i pochi dati disponibili stimano un impatto della predazione inferiore al 10%. Date le caratteristiche biologiche del cinghiale, la predazione del lupo non è ritenuta un fattore di regolazione (ovvero in grado di mantenere la densità del cinghiale a valori inferiori rispetto a quelli che si osserverebbero in assenza di predazione) e il suo effetto è considerato essenzialmente compensatorio (ovvero gli animali predati morirebbero comunque in assenza di predazione a causa di altri fattori di mortalità). Più che limitare il numero di cinghiali, si ritiene quindi che il lupo contribuisca a mantenere in buone condizioni le popolazioni, sottraendo gli individui più deboli o in peggior stato di salute.

STERILIZZAZIONE: Il controllo della fertilità presuppone elevati sforzi economici e logistici, può essere attuato mediante sterilizzazione chirurgica o vaccini contraccettivi. La sterilizzazione chirurgica (leggi anche qui), implica cattura, intervento chirurgico e decorso post-operatorio degli animali. Allo stato attuale sono disponibili solo vaccini contraccettivi la cui somministrazione può avvenire tramite iniezione, rendendo necessaria la cattura degli animali al fine di iniettargli la corretta dose di vaccino; ciò comporta evidenti limiti sul numero di animali trattabili. Inoltre i vaccini attualmente disponibili non garantiscono un’efficacia illimitata nel tempo ed è possibile che gli animali trattati riprendano a riprodursi. Indipendentemente dalla tecnica e dai vaccini utilizzati, per garantire una riduzione rilevante della capacità riproduttiva del cinghiale, è necessario sterilizzare in poco tempo la stragrande maggioranza delle femmine di una popolazione. Tale obiettivo è ad oggi impossibile da raggiungere nelle popolazioni a vita libera per evidenti motivi di ordine pratico ed economico.

Attualmente la caccia rimane il sistema che contiene il maggior numero di cinghiali, probabilmente non in tutti i contesti è un metodo sufficiente e devono essere contemplati nuovi approcci per  ridurre l’inevitabile conflitto in primis con il mondo agricolo. Non mancano gli esempi virtuosi di gestione della specie che riescono a mantenere basse le densità. Questo è possibile solo se non si approccia per settori specifici escludendo zone, come parchi e aree protette, che fungono da “source” (serbatoio). Molti dei problemi di carattere ecologico ed economico causati dalla presenza del cinghiale derivano proprio dalla rigida suddivisione del territorio in istituti di gestione faunistica con differenti finalità. Da una parte quelli in cui è prevista l’attività venatoria e dell’altra quelli in cui la caccia è del tutto vietata. Un esempio di tali problemi è appunto il flusso di animali in uscita e entrata dalle aree protette. Per cercare di superare tali problemi l’unica soluzione è quella di mettere in atto una strategia che permetta di gestire in modo efficace ed unitario la specie in aree che si differenziano per le finalità, ma che spesso risultano omogenee dal punto di vista ambientale. La nascita di un confronto tecnico-scientifico sereno tra mondo venatorio, agricolo ed ambientalista, presuppone il superamento delle contrapposizioni legate agli interessi di parte ed è in grado di dare dei frutti solo a patto che esso avvenga su base di un approccio  finalizzato all’adeguamento delle consistenze del cinghiale alle esigenze di un uso molteplice de territorio (turismo, conservazione, agricoltura, caccia) (Dall’Olio et Al. 2004).

MINACCIA PESTE SUINA AFRICANA E NON SOLO

Quindi ci preme sottolineare come determinati articoli faziosi, anche a fronte di una minaccia incombente sul nostro paese rappresentata dalla peste suina africana (su cui a breve sarà nostra cura dare massima informazione e formazione sulle metodiche da seguire in caso del ritrovamento di carcasse di cinghiale), possano creare solo confusione e allarmismi. La gestione faunistica, attraverso il controllo diretto delle popolazioni, ha il compito di contenere e/o strutturare le popolazioni in modo corretto, laddove si è alla ricerca delle responsabilità nei fallimenti della gestione risulta necessario verificare se la gestione del territorio è risultata omogenea e laddove risultasse a macchia di leopardo risulterebbe corretto verificare motivazioni e/o responsabilità di chi non ha permesso o attuato le direttive generali della gestione. Si rileva, di fatto, oggi inutile scavare nel passato dello scorso trentennio, risulta invece istituzionalmente essenziale verificare le motivazioni che spingono alcuni enti gestori a non aderire ai modelli di gestione delle linee guida. Le popolazioni degli ungulati, tutti, ancora non sono in grado di utilizzare spazi programmati e l’uomo ha solo il compito di attenersi agli elementi che l’ecologia applicata ci indica, lasciando il suo inutile perbenismo a personaggi come Greta e la Capitana, lampi mediatici di superficiali ricordi.

Marco Franolich & Giuliano Milana