Umanizzare gli animali: un errore conservazionistico

Gli elefanti non sono umani, sono animali e tutte le popolazioni animali hanno bisogno di essere gestite. Così titola un interessante articolo apparso su “Daily Maverick” (qui), nel quale si cerca di spiegare le ragioni che portano alla gestione di un animale, o meglio delle sue popolazioni, in Africa.

Il giornalista Jens Ulrik Høgh scrive: “mantenendo una popolazione di animali selvatici al di sotto della capacità portante dell’habitat – abbattendo ogni anno gli individui in eccesso – manteniamo basso il rischio di eventi imprevedibili che possano decimare la popolazione. Questo è un approccio  utilizzato praticamente in tutto il mondo. In Svezia (paese in cui vivo) gestiamo popolazioni di alci, cinghiali, caprioli, castori, orsi e lupi, solo per citare qualche specie. In Africa le specie sono diverse, ma i principi sono gli stessi.

L’articolo prosegue con un linguaggio semplice ed accessibile:

Gli elefanti sono animali carismatici ma sono pur sempre animali e come tali dovrebbero essere gestiti. Molte persone non ritengono di dover fare un distinguo tra uomini ed animali e c’è chi considera il “culling” e la caccia in genere agli elefanti come un qualcosa di paragonabile al ritorno della schiavitù. Si potrebbe quindi affermare che i cacciatori, agli occhi di costoro, siano in qualche modo assimilabili a figure come quelle dei nazisti, degli schiavisti, o di completi psicopatici. Nulla di nuovo da aggiungere al dibattito instaurato tra le parti, ogni volta che un anticaccia sta esaurendo le argomentazioni reali finisce con il giungere a questo tipo di conclusioni “effimere”. Naturalmente, l’abbattimento di uno o più elefanti non può essere paragonato in alcun modo alla schiavitù, o a qualsiasi altro crimine di cui si sia macchiato l’uomo. Stiamo parlando di gestione della fauna selvatica non possiamo paragonarla alla privazione dei  diritti umani a carico di milioni di persone innocenti. Queste persone sono state brutalmente assassinate, stuprate, uccise e private della libertà. Trovo del tutto irrispettoso, verso chi ha subito la schiavitù, una qualsiasi connessione con la gestione della fauna selvatica.

Ma come gestire gli elefanti?

La maggior parte delle persone non ha esperienza o una qualche  “connessione”, neanche minima e/o remota, con l’agricoltura. Per questo non è in grado di cogliere le condizioni minime per consentire la crescita di una popolazione animale, su un’area limitata di terra, senza l’instaurarsi di una qualche forma di “conflitto”. Gli animali indisturbati si moltiplicano e si moltiplicheranno fino a superare la naturale capacità portante del loro habitat. Quando questo accade, per forza di cose una parte della popolazione morirà a causa della riduzione delle risorse non più sufficienti a soddisfare la crescita della richiesta. Solo dopo un crollo numerico la popolazione tornerà a crescere. È un ciclo infinito e i principi che lo regolano sono i medesimi per diverse specie animali quali elefanti, lupi, cervi, orsi e così via.

Una popolazione di elefanti che supera la capacità portante finirà quindi decimata dalle cosiddette “cause naturali”. Se si interviene prima che ciò accada, mantenendo le densità della popolazione al di sotto della capacità portante, si salvaguarderanno contemporaneamente la popolazione stessa, quelle di altre specie che ne subiscono l’impatto e, nel caso di specie problematiche per le coltivazioni, l’agricoltura stessa (con buona pace dei vegetariani).

Attualmente in Africa meridionale ci sono popolazioni di elefanti molto consistenti. Durante le periodiche siccità, possono morirne di fame a migliaia o a decine di migliaia. A densità elevate la probabilità che scoppino epidemie letali aumenta anche perché la popolazione è indebolita a causa della mancanza di cibo e acqua. Le conseguenze possono essere devastanti. Una gran parte dell’intera popolazione può essere persa a causa della combinazione di fame e malattie. Si potrebbe perdere il 10%, il 20%, il 50% o l’80% degli elefanti. L’alternativa è la gestione. Ovviamente è palese che  questo non sia naturale ma un artificio . Tuttavia, non ci sono nemmeno le condizioni ambientali per poter sopportare la crescente popolazione di elefanti. Mentre in passato le popolazioni vagavano per l’intero continente attualmente,  i restanti 400.000 individui, si concentrano in aree ristrette tra terreni agricoli e città. Vivono quindi la loro vita in condizioni create comunque dall’uomo e, da un punto di vista conservazionistico, la popolazione non trarrà alcun beneficio da una completa mancanza di gestione attiva che ne implichi l’abbattimento.

Sappiamo che mantenendo una popolazione di animali selvatici al di sotto della capacità portante del suo habitat manteniamo basso rischio di “morte di massa” per cause naturali. Gli animali non saranno indeboliti dalla mancanza di cibo ed acqua, essendoci minor competizione intraspecifica. Inoltre, come ulteriore vantaggio, abbiamo l’opportunità di utilizzare gli animali abbattuti come cibo (e non solo) e le popolazioni africane hanno bisogno di questa fonte proteica. Senza tener conto della forte riduzione del bracconaggio. Questa soluzione pragmatica si dimostra quindi vincente, contando che in ogni caso, gli elefanti in eccesso morirebbero. Questo è il modo in cui le popolazioni di animali selvatici sono gestite in tutto il mondo. Inoltre, dal punto di vista del benessere degli animali, l’abbattimento è molto più umano delle cause di morte naturali .

Naturalmente gli abbattimenti necessari dovranno essere effettuati  da personale qualificato e preparato (professionisti) in quanto il prelievo degli elefanti non deve provocare in alcun modo la destrutturazione e la distruzione dei branchi. Non vi sono comunque motivi per evitare di coinvolgere cacciatori, opportunamente formati o accompagnati da tecnici locali nelle operazioni gestionali. Perché non lasciare che le nazioni africane facciano reddito con  questi animali? Il reddito servirebbe non solo come incentivo ma come fondo utilizzabile per la conservazione degli elefanti stessi e di molte altre specie meno carismatiche nell’attrarre fondi.

Non è certo un caso che la maggior parte della popolazione di elefanti viva in quei paesi dove è sviluppato il turismo venatorio. I numeri non mentono, non importa quanto la gente cerchi di “piegare” i fatti a proprio favore.

Il parallelo con la nostra realtà nazionale è inevitabile, pur non avendo noi a che fare con i pachidermi. Se solo si riuscisse a comprendere che la gestione, oltre a garantire una migliore convivenza con la fauna selvatica, garantirebbe sicuramente un futuro più roseo alla fauna stessa si farebbe un enorme passo avanti. E’ innegabile che questo debba passare anche attraverso un’educazione ed una formazione dei cacciatori coinvolti e/o dei loro rappresentanti, in modo da acquisire la consapevolezza della enorme responsabilità. La conservazione si fonda sul mantenere la/le specie e se il prelievo di qualche individuo di queste specie non minaccia la specie stessa il problema non sussiste. Sicuramente è qualcosa di artificiale, un sostituirsi alla “Natura”…cosa che facciamo regolarmente con ogni nostro, seppur minimo, comportamento.

Giuliano Milana & Manuela Lai