Emergenza Cinghiali a Roma fenomeno incontrollato e pericoloso

Ormai sono due anni che il circuito mediatico generalista ha sbattuto in prima pagina, carta stampata e web, l’emergenza cinghiali a Roma.

Il problema ormai è conclamato e alcuni incidenti e il morto come si direbbe in gergo “ci è già scappato.”.

Per quanto possa essere paradossale di fronte ad eventi così gravi la risposta delle istituzioni è stata solo cartacea. La Regione ha prodotto tutto ciò che era necessario per ridurre quel push pull factor di cinghiali che premono letteralmente sulla città e alimentano la crescita demografica anche all’interno del GRA.

Roma Capitale non ha prodotto e diffusa nessuna corretta informazione ai cittadini, prima di tutto il divieto assoluto di alimentare eventuali cinghiali in cerca di cibo, fenomeno che su un suide potrebbe essere devastante ai fini della radicazione sul territorio.

La Regione dal canto suo ha prodotto tutto il supporto normativo e attivato i cosiddetti Ambiti Territoriali di Caccia delegandoli al rispetto di un dettagliato piano di abbattimento di centinaia di capi nella ciambella comunale esterna al raccordo, il territorio agro Silvo pastorale dove è consentita la caccia.

Ciononostante la risposta è fortemente inadeguata, gli abbattimenti sono molto inferiori alle aspettative, l’obiettivo del piano di prelievo è lontanissimo, si tratta di un ibrido e non a caso le modalità sembrano più simili ad un piano di controllo che ad uno selettivo, con tutti i rischi giuridici conseguenti.

Nella stragrande maggioranza dei piani in tutto il Bel Paese e anche nelle province esterne del Lazio, la selezione avviene con modalità assai diverse e anche molto più efficaci, le postazioni vengono affidate ai singoli selettori come fossero temporaneamente proprie e sotto la propria responsabilità, questo ovviamente produce una serie di effetti benefici tra i quali la fidelizzazione con i proprietari dei fondi, la conoscenza del territorio e quindi anche una maggior sicurezza, la conoscenza e il monitoraggio della fauna presente ed eventualmente la maggior responsabilizzazione del singolo selettore rispetto alla posta a lui assegnata permanentemente. Il piano viene suddiviso per il numero dei selettori impegnati attribuendone i capi individuali e le relative fascette e premiando o sanzionando (con una graduatoria di merito) coloro che non raggiungono il piano per colpe proprie e per fatti non congiunturali ma relativi al singolo. Gli appostamenti sarebbero maggiormente curati e l’utilizzo di esche finalizzate decisamente più continuo ed efficiente.

Dal canto suo l’ATC reagisce attribuendo eventuali inefficienze al tessuto normativo regionale, sarà vero? oppure alla pressione di soggetti interessati, le squadre di braccata? di questo non ne abbiamo certezza è tutto un chiacchiericcio da bar ma i fatti inchiodano la realtà e, ad oggi, il problema cinghiale a Roma e intorno Roma è un fenomeno ancora in costante crescita e lontanissima da una soluzione. Teniamo presente che l’abbattimento è l’ultima spiaggia e se non produce risultati questo il problema si risolve in due tipi di responsabilità possibili: l’inadeguatezza di un piano gestionale oppure l’inadeguatezza delle strutture tecniche preposte ad applicare il piano, delle due l’una ma di certo la Regione Lazio tenga sotto stretto controllo tutta la filiera gestionale fino all’ultimo dei selettori a partire dagli ambiti territoriali di caccia che li dispongono sul territorio.

Andrea Severi