Tanto rumore per il nulla

Si è aperto il finimondo sulla questione della riforma dell’articolo del codice civile.

Senza nemmeno aver capito di cosa si tratta molti sono giunti alla conclusione, affrettata ed immotivata, che abrogare l’842 in un quadro di riforma complessiva della 157 significherebbe di colpo abolire la caccia o privatizzarla rendendo impossibile al cacciatore medio la pratica venatoria.
Niente di più sbagliato.
Una riforma dell’attività venatoria dovrebbe prendere spunti da modelli europei piu virtuosi e funzionanti del nostro in un collage che adatti tali modelli alla nostra realtà.
Qual è il punto in comune di questi modelli? È che in nessun caso lo stato anche tramite gli enti locali gestisce l’attività venatoria.
Lo stato è fuori dalla gestione, detta le regole del gioco attraverso leggi e regolamenti ma mai e poi mai si occupa di amministrare la caccia. La quale è demandata a realtà locali di agricoltori e cacciatori, agricoltori che espressamente permettono uno per uno l’ingresso nei loro terreni ai singoli cacciatori. Con vari sistemi anche laddove la proprietà è frammentata si sono creati consorzi di gestione diretti da un tecnico e governati da un piccolo consiglio che si occupano di caccia ed in modo assai efficiente di gestire la fauna problematica, nell’interesse della biodiversità e della produzione agricola. E le cose funzionano egregiamente in armonia con i territori privati che provvedono direttamente al controllo faunistico. Niente pagamenti di tasse che poi ritornano in frammenti agli agricoltori danneggiati, gestione diretta sul campo della fauna problematica nella santa alleanza cacciatore agricoltore.
Del resto un modello simile esiste in Friuli Venezia Giulia con le riserve di diritto alcune delle quali funzionano dal punto di vista faunistico molto bene.
L’accesso a questi consorzi in Europa è diritto di ogni cacciatore, i prezzi generalmente non sono esorbitanti e proibitivi e la caccia sociale esiste e prospera. Le tasse sono basse intorno ai 30/50 euro per le tasse governative con nessuna tassa locale. Quello che si risparmia va’ direttamente agli organismi di gestione che in parte li ristornano agli agricoltori. Niente intermediazione inutile di stato o regioni.

Il modello italiano degli atc è oramai arrivato al cortocircuito fondamentalmente per il conflitto di interessi dei sindacati venatori ed agricoli che gestiscono i soldi pubblici per fini essenzialmente personali, vivendo quelli venatori sul tesseramento che porta benefici evidenti a tutti i dirigenti. Finiti i tempi del sindacalismo ad oltranza anche le associazioni venatorie sono ripiegate su se stesse, incapaci di esprimere qualsiasi risposta virtuosa per la caccia demandata ad atc governati malamente e coacervo di interessi privati.

In questo quadro a tinte fosche ci sono pochi esempi virtuosi basati più che altro sulla gestione di cervi daini e caprioli. Di piccola stanziale parliamo in termini fallimentari con milioni di euro sprecati ogni anno con ripopolamenti che soddisfano le clientele delle tessere ma non i cacciatori né i dettami di legge che prescrivono la ricostituzione di nuclei da gestire con censimenti e prelievi mirati. Tutto rimane lettera morta.
Ancora peggio la gestione della migratoria, lasciata al caso e venduta con permessi annuali e stagionali da molti atc. Soldi incassati e mai reinvestiti in interventi ambientali o indicazioni gestionali che rendano la caccia più ordinata e corretta e meno predatoria.
Se in Italia si cacciano ancora gli acquatici il merito è da ascriversi quasi esclusivamente a privati piccoli e grandi che con gli appostamenti fissi e le afv hanno ripristinato e migliorato l’ambiente.
Nessun intervento invece dagli atc in questo campo solo improvvisazione con le poche zone umide rimaste spesso presidiate con bivacchi notturni e con una confusione venatoria che allontana gli acquatici e minimizza i carnieri.
Il risultato è la crisi inarrestabile che convince ogni anno migliaia di appassionati a non rinnovare o a portare all’estero i propri soldi per una vacanza venatoria. Nessuna politica è in campo per avvicinare giovani leve alla caccia in un contesto sociale in cui non siamo visti bene, contesto sociale che è diretta conseguenza anche della mala gestione e della incultura della dirigenza venatoria che mai ha investito in comunicazione e proselitismo.
Il decisore politico infine fiuta l’aria ed a tutti i livelli media a ribasso.
La strada è quindi obbligata: cambiare togliendo la gestione del territorio alla politica ed ai sindacati e portarla a coloro che in tutto il mondo fanno lobby e difendono la caccia e cioè gli agricoltori

Non è uno scherzo, Ne va della sopravvivenza della caccia.

Alessandro Pani