Cacciatori 2.0

Come è cambiata la figura del cacciatore negli ultimi 100 anni e cosa è, o meglio, cosa si chiede e cosa vorrebbero essere i cacciatori oggi?

Indubbiamente, nel tempo, il cacciatore ha subito un’evoluzione o comunque si è visto “costretto”, per via del ruolo chiamato a ricoprire, ad adeguarsi ed a correggere l’approccio alla propria passione. Nonostante ormai ci sia una larga diffusione di un sentimento che potremmo definire contrario alla caccia, non appare comunque  possibile immaginare un mondo in cui la pratica venatoria sia completamente eliminata. La caccia, o meglio e più in generale le attività faunistico-venatorie, hanno radici profonde di ordine storico e culturale per i tanti significati che tali attività hanno avuto nell’accompagnare il cammino dell’umanità. Ciò che probabilmente è cambiato è sicuramente e soprattutto il contesto culturale nel quale si opera e ci si muove oggigiorno. Quindi se negli anni ’60 o ‘70 era comune e normalissimo che un cacciatore o la caccia potesse tranquillamente comparire financo nella trama di film (e.g. Totò, Fantozzi), oggi la situazione, almeno a livello nazionale, è probabilmente capovolta, con la categoria relegata a canali tematici a pagamento e/o a scarse apparizioni televisive anche quando, di fatto, si affrontano tematiche care al mondo venatorio. E’ comunque innegabile che la caccia svolga tuttora funzioni di carattere economico-sociale (fonte di alimenti e redditi, ricreazione, socializzazione) e di carattere ambientale, come fattore regolatore di equilibri (fra fauna e mondo agricolo/forestale e fra specie animali diverse) che non si possono auto-annullare né eliminare per legge, aspetti che abbiamo trattato anche parlando di Wildlife Economy (qui).

Probabilmente c’è stato un punto cruciale che ha sancito questo cambio di rotta; come ho già accennato in un altro articolo (qui), fino ad un certo momento il mondo venatorio è stato il riferimento per quanto concerne la selvaggina e la fauna selvatica in genere e, se non proprio il riferimento, quantomeno un buon interlocutore per “l’accademia” dell’epoca. Successivamente gli interlocutori sono cambiati, a favore di associazioni di “presunti” ambientalisti o “protezionisti”, che hanno eclissato il pregresso delegittimando la figura del cacciatore che ne è uscito come unico responsabile di scelte gestionali nelle quali era partecipe ma di sicuro non unico portatore di interessi. In tempi recenti il cacciatore ha dovuto quindi maturare maggiori sensibilità, forse sopite ma non estranee, adottando una visone della caccia etica e sostenibile. Visioni queste capaci di restituire una figura “moderna” e di fatto compatibile con l’ambiente  e con la salvaguardia dello stesso. Un cacciatore quindi partecipe sia nella tutela che nella gestione della fauna selvatica.

Di sicuro dobbiamo essere orgogliosi di chi ci ha preceduto, delle nostre tradizioni e di quanto l’eredità dei nostri padri ci ha tramesso, convinti però che quel mondo è cambiato. Non fuggiamo dalle responsabilità certi che non siano esclusivamente da ascrivere alla categoria ma, con quell’orgoglio che ci caratterizza, guardiamo avanti consci del nostro ruolo e delle responsabilità che questo ci carica. La collaborazione delle diverse categorie coinvolte, nella gestione faunistico-venatoria, ovvero cacciatori, agricoltori e ambientalisti è però fondamentale al fine di poter trovare un punto di equilibrio tra principi diversi e diversi interessi. Il mondo venatorio avrà sicuramente un futuro meno incerto  se saprà essere in grado di svolgere la propria attività in un’ottica di utilità generale finalizzata alla gestione razionale di risorse, quali paesaggio, ambiente e fauna, senza la cui conservazione ogni uso attuale o futuro  è e sarà di fatto impossibile.

Giuliano Milana