Gestione faunistica: argomento da Bar

La gestione faunistica, ai tempi di facebook, diventa argomento da bar e si sa che gli italiani sono un popolo di santi, poeti, navigatori, allenatori e tecnici faunistici.
Senza entrare nel dettaglio della materia e per cercare di erudire anche qualche “animalaro”, credo sia il caso di sottolineare alcuni aspetti semplici eppure fondamentali.
Lanci, ripopolamenti, introduzioni, reintroduzioni, progetti, “starne”, “pernici”, cinghiali ecc. ogni astante al “bancone virtuale” ha la ricetta migliore. Ma la Natura è un “contenitore” complesso e al suo interno le dinamiche delle popolazioni animali seguono meccanismi di risposta ai cambiamenti quasi mai lineari e per questo non facilmente prevedibili. Chi ad esempio accusa i soli cacciatori, di aver favorito l’esplosione dei cinghiali, sottovaluta come non basti semplicemente liberare animali in un determinato territorio per farli proliferare. Milioni di fagiani vengono liberati ogni anno ma difficilmente si insediano popolazioni stabili di questa specie; a concorrere nel successo intervengono diversi fattori: qualità e selvaticitá degli animali ma sicuramente contribuiscono anche le variazioni nelle condizioni ambientali e il cambio d’uso del suolo occorsi negli anni. Guardandosi attorno, un po’ in tutto il nostro “bel paese”, ci si rende conto di come il bosco e la macchia recuperino spazio. Questo recupero procede a scapito di terreni agricoli e, dove l’agricoltura permane, vira su conduzioni di tipo intensivo. In questi contesti ambientali alcune specie sono sicuramente favorite mentre altre risultano sensibili alla minima alterazione ed è normale, con le diverse attenuanti “specifiche” del caso, che gli ungulati godano di miglior “salute” in questo nuovo scenario creatosi in Italia.
Possiamo incaponirci quanto vogliamo e continuare a liberare starne a milioni in un determinato territorio e, anche se nostro padre o nostro nonno continuano a ripeterci che ce n’erano fino a 50 o 40 anni fa, il territorio e le modifiche subite rifiuteranno una volta ancora l’accanimento terapeutico su un malato terminale.

Giuliano Milana