Le “armi” dei veterinari

Il titolo, è indubbio, si riferisce alle “armi” per telenarcosi.
Tralasciando aste, archi e balestre, ci si riferisce normalmente alle più usate cerbottane o ai “fucili” in grado di lanciare (impiegando gas compressi o munizioni a salve) particolari siringhe contenenti le dosi di narcotico da somministrare ad animali per scopi zootecnici, di gestione faunistica, di pubblica sicurezza e quant’altro.
Qual è la disciplina normativa dell’impiego di questi strumenti? La risposta sembra essere uno scherzo, perché il legislatore del 1975 ha stabilito che deve essere rilasciata apposita licenza del questore per “cartucce che lanciano sostanze e strumenti narcotizzanti destinate a fini scientifici e di zoofilia “. Non si capisce se la licenza del questore debba servire per l’uso, l’acquisto o la detenzione, ma una cosa è certa: le “cartucce che lanciano sostanze e strumenti narcotizzanti” non esistono. Esistono armi e strumenti che lanciano strumenti (siringhe) narcotizzanti, ma non altro, e quindi siamo dinanzi ad una disciplina che non c’è e che sembra essere frutto del lavoro di un buontempone che non sapeva che pesci prendere.
Nel dubbio, la scomparsa Commissione consultiva centrale per il controllo delle armi, vigente ancora il Catalogo nazionale, ha classificato tutti i fucili per tele narcosi come “armi comuni da sparo”. Ciò sta a significare, ai sensi di legge, non solo che hanno “attitudine a recare offesa alla persona”, ma che devono essere acquistate, detenute e portate o trasportate secondo precise disposizioni.
Le cerbottane rimangono nel limbo, ma per l’uso cui sono destinate, anche queste hanno attitudine a recare offesa alla persona, e non gli può essere intimata un’offensività limitata come le armi ad aria compressa di potenza inferiore a 7,5 Joule. Potrebbero, piuttosto, dirsi (come aste ed archi) “armi improprie”, come ad esempio i fucili per la pesca subacquea, il cui porto è vietato e punito se non coperto da un “giustificato motivo”.
Quali sono le conseguenze?
Chiariamo, innanzitutto, che la menzionata licenza del Questore non serve a nulla, men che mai per comperare i dardi per tele narcosi, per detenerli od usarli, posto che non sono ”cartucce” in senso proprio, ma oggetti inerti.
Avendo a che fare con armi comuni da sparo, e semplificando di molto la complessa (e, sovente, poco chiara) normativa, salvo che gli strumenti per telenarcosi non siano tra le armi in dotazione a: Il Capo della polizia, i Prefetti, i vice-prefetti, gli ispettori provinciali amministrativi, gli ufficiali di pubblica sicurezza, i Pretori e i magistrati addetti al pubblico Ministero o all’ufficio di istruzione. O che non siano tra le armi in dotazione agli agenti di pubblica sicurezza, o che non possano dirsi armi per difesa personale per altre categorie di soggetti, occorre possedere necessariamente  – per l’acquisto, la detenzione, il trasporto e il porto (e quindi l’impiego) – una licenza del questore per il porto di armi lunghe da fuoco ex art. 42 Tulps.
Precisando che i principali titoli che consentono l’acquisto, la detenzione, il trasporto ed il porto delle armi comuni, da caccia o sportive sono tre: il nulla osta (che serve solo per l’acquisto e si esaurisce con il compimento di questo), il porto per uso sportivo (ancora chiamato “per uso di tiro a volo”), per difesa personale o per uso di caccia.
Cambiano, fra questi titoli, le diverse possibilità di detenzione e/o di porto/trasporto, a seconda del luogo e del tipo di armi.
Torniamo ai fucili per telenarcosi. Con il semplice nulla osta possono essere soltanto acquistati e detenuti, ma non trasportati o portati. Tolto questo, tutti e gli altri tre titoli consentono il “trasporto” dei fucili per telenarcosi, purché scarichi ed in custodia. Ma allorché debbano essere impiegati, è difficile dire che gli stessi possano servire per difesa personale a mezzo armi lunghe o che attengano ad una disciplina sportiva esercitabile in poligoni pubblici (sezioni di Tiro a segno nazionale) o privati. Rimane, non senza forzature, l’unico titolo adeguatamente legittimante che è il porto di fucile “ad uso di caccia”, che consente il “porto” (e non solo il trasporto, quindi l’uso, quale arma carica e libera da custodia, pronta per l’impiego), forzandosi il concetto di gestione faunistica implicito nella rubrica legislativa della l. 157/1992 e, in parte, passim, in diverse disposizioni del testo normativo citato.
Ovviamente, in quanto armi, vanno denunciate di detenzione (e custodite secondo apposite cautele speculari al reato di cui all’art. 20 bis l. 110/1975) presso «l’ufficio locale di pubblica sicurezza o, quando questo manchi, al locale comando dell’Arma dei carabinieri».
In mancanza di specifiche disposizioni legislative e finché il Banco di prova (che si è sostituito alla Commissione dopo la soppressione del Catalogo) non “declassificherà” i fucili lancia siringhe dalla categoria delle armi comuni da sparo, questa appare l’unica idonea soluzione per non incappare in gravi responsabilità penali (con ogni ulteriore conseguenza per eventuali sinistri).
Come corollario, non trattandosi di esercizio venatorio in senso stretto, scontato che dovrà essere pagata la tassa di concessione governativa per la validità annuale del titolo, non sembra peregrina la maggior sicurezza di possedere anche la polizza assicurativa obbligatoria ai sensi dell’art. 12 comma 8 l. 157/1992. Inutili gli altri adempimenti (tesserino venatorio, pagamenti di iscrizioni ad Atc o Ca o di imposte regionali).

Giacomo Nicolucci