I Santi e la Caccia

  • Di Sant’ Uberto da Liegi si racconta una favolosa storia che ha come protagonista un cervo con una croce fra le corna che conduceva il cacciatore in paradiso.
    Il cervo appare in tante altre leggende agiografiche medievali, basti pensare a quelle dei Santi: Giuliano l’Ospedaliere, Eustacchio, Giovanni di Matha, Fantino, Felice di Valois e Meinulfo.
    La caccia al sacro animale era diffusa in tutta l’area indo-europea fin dall’antichità e il simbolismo  celeste di questo animale venne recepito successivamente dai bestiari cristiani. Plinio il Vecchio, raccogliendo notizie dai naturalisti greci, scriveva nella Storia naturale: “I cervi lottano contro i serpenti: ne cercano le tane e con il soffio delle narici li fanno uscire nonostante la loro resistenza. Perciò mezzo eccellente per scacciare i serpenti è l’odore di un corno di cervo bruciato mentre contro il loro morso il principale rimedio deriva dal presame di un
    cerbiatto ucciso nel ventre della madre”.
    Una monumentale testa di cervo sormontata da una croce, si trova sul timpano della chiesa di sant’Eustacchio a Roma.
    Tre sono i Santi Italiani protettori dei cacciatori, dei quali, grazie alla minuziosa ricerca condotta da Alfredo Cattabiani pubblicata in Santi D’Italia ed. BUR (Biblioteca Universale Rizzoli 1999 -2004), ne abbiamo conosciuto le vite leggendarie.
    Corrado Gonfalonieri o meglio San Corrado da Piacenza, nacque in questa città nel 1284 o 1290 da una nobile famiglia del luogo. Sposato giovanissimo con una giovane di Lodi divenne soldato di ventura. Un giorno durante una battuta di caccia, non riuscendo a stanare la selvaggina, ordinò di incendiare la macchia. Il fuoco, alimentato da un forte vento, distrusse boschi e campagne per molte miglia. Corrado e i suoi uomini tornarono furtivamente in città per non destare sospetti.
    Poco dopo le guardie del governatore arrestarono un vagabondo che dopo una lunga tortura fu costretto a confessare quel che non aveva mai compiuto. Condannato a morte, fu salvato da Corrado che confessò il misfatto dicendosi disposto a rimborsare tutti i contadini danneggiati dall’incendio.
    I danni erano così ingenti che Corrado dovette dilapidare tutto il patrimonio familiare. Ciononostante il santo non se ne preoccupava perché sentiva che quello era un segno della provvidenza, un invito ad una nuova vita come servitore di Cristo. Ne parlò alla moglie che non contrastò il suo desiderio ma, siccome non avevano avuto figli, entrò anche lei in un convento, fra le Clarisse.
    Dopo un lungo peregrinare si stabilì a Noto dove venne ospitato nell’ospizio di San Martino e successivamente alle celle dietro la chiesa del Crocifisso vicine al Castello Reale. In quel luogo incontrò un eremita, fra Guglielmo Buccheri, che nel 1537 venne beatificato da Paolo III°, fissandone la festa il 4 di aprile.
    Anche Guglielmo era cacciatore e scudiero di Federico II° d’Aragona. Un giorno il re, che si trovava a Catania, venne invitato dalla nobiltà cittadina a una partita di caccia in un bosco dell’Etna.
    Il sovrano, raccontava Guglielmo a don Luca di Lorenzo, cappellano della chiesa dell’Arciconfraternita di Scicli, snidò un grosso cinghiale che ferì con un colpo di lancia senza riuscire a ucciderlo. L’animale si avvicinò al cavallo che s’impennò e il re cadde a terra. Guglielmo, che si trovava dietro di lui, saltò da cavallo e, sollevato il re tirò un colpo di lancia alla belva.
    Il cinghiale lasciò il cavallo e si avventò contro lo scudiero mordendolo a un fianco e gettandolo a terra. Quando gli altri cacciatori, uccisa la bestia, lo soccorsero, Guglielmo giaceva in una pozza di sangue. Portato subito a Catania le sue condizioni erano disperate.
    Mentre Guglielmo giaceva mezzo assopito gli apparve la vergine Agata mandata dal cielo per fargli conoscere che il Sommo Dio gli aveva fatto la grazia di guarire e di conservarlo in vita sino alla vecchiaia a patto che abbandonasse il mestiere delle armi e fare vita da Eremita. Guglielmo obbedì e poco dopo si accorse che la ferita era guarita e non sentiva più dolori. Rimasto claudicante, chiese al re la dispensa dalla vita militare, pregandolo di trovargli, tramite il patrizio di Noto, una cella nel romitorio del santissimo Crocifisso. Era il 1343 otto anni dopo arrivò Corrado. Trascorrevano molte ore pregando insieme ma il figlio di Guglielmo, che provvedeva al padre portandogli ogni giorno del cibo, non vedeva di buon occhio quel forestiero che predicava una vita eccessivamente austera e cominciò a trattarlo sgarbatamente. Questo non era l’unico motivo di disagio di Corrado che ormai tutti conoscevano e che visitavano per chiedergli aiuto e conforto. Questa situazione impediva a Corrado di pregare e si allontanò dall’eremo per un luogo meno frequentato,  scelse così le Grotte nei vicini monti Pizzoni. In un ampia e profonda caverna accomodò alla parete un’immagine del Crocifisso e ne fece dipingere un altra che rappresentava la Madre di Dio .
    Appesa in un angolo una zucca disseccata con dell’acqua, dormiva sulla nuda roccia con una pietra per guanciale.
    Rimase alle Grotti fino alla sua morte 19 febbraio 1351. Per la venerazione che i notigiani avevano per l’eremita, venuto dalla nativa Piacenza ad abitare in mezzo a loro, fra Corrado venne sepolto nella più bella tra le splendide chiese di Noto,la chiesa di s. Nicola che nel 1844 divenne la cattedrale della nuova diocesi.
    San Corrado si festeggia l’ultima domenica di agosto mentre il suo dies natalis è il 19 febbraio.
    Di San Giuliano l’ospedaliere patrono di Macerata si narrano solo leggende.
    La sua prima menzione si ritrova nel Martirologio dell’Usuardo, un monaco francese vissuto nel IX secolo che ricordò il suo dies natalis al 31 agosto.
    La leggenda giunta fino a noi risale al XII secolo. Fu scritta in Francia da Vincenzo de Beauvais e copiata in Italia da Jacopo da Varagine nella Leggenda Aurea. Si narra che un giorno un il giovane Giuliano stava cacciando un cervo. Ad un tratto l’animale che fuggiva tornò indietro e quando si trovò di fronte al cacciatore disse: “ Come osi inseguirmi tu che ucciderai il padre e la madre?” A quelle parole Giuliano, non soltanto abbandonò la caccia ma, atterrito dalla profezia, decise di allontanarsi dal suo paese senza avvertire i suoi genitori.
    Dopo un lungo peregrinare arrivò in un luogo lontanissimo dove entrò al servizio di un principe che aveva intuito di avere a che fare con un nobile. Si comportò così bene in pace e in guerra da diventare presto capo della milizia. Sposò una nobile che aveva in dote un castello. Nel
    frattempo i genitori si aggiravano per il mondo alla ricerca del figlio. Finchè un giorno arrivarono per caso al castello abitato da Giuliano. Furono ricevuti dalla moglie perché il marito era in viaggio.
    Quando i due vecchi ebbero narrato la loro storia, la donna immaginò che fossero i suoceri perché il marito gliene aveva parlato a lungo. Ma non disse loro nulla per prudenza. Si limitò ad ospitarli, cedendo la camera da letto e andando a dormire altrove. All’alba del giorno successivo se ne andò alla messa e nel frattempo giunse a casa Giuliano, il quale recandosi subito in camera per svegliare la moglie si accorse che nel suo letto vi erano due persone. Credendo che fosse la moglie con l’amante si precipitò su di loro uccidendoli in un impeto d’ira. Quando Giuliano uscendo di casa incontrò la moglie che stava tornando dalla chiesa, le domandò meravigliato e preoccupato chi fossero quelle due persone che aveva trovato nel suo letto. “Sono i vostri genitori che tanto vi hanno cercato” rispose lei “ e che io stessa ho invitato nella vostra stanza”. La profezia del cervo si avverò e Giuliano disperato insieme a sua moglie girarono per il mondo in attesa del perdono di Dio. Dopo un lungo peregrinare giunsero sulla riva del fiume Potenza, dove i due pellegrini fondarono uno ospizio per raccogliere i poveri e aiutare chi voleva attraversare il fiume che in quel luogo allagava tutta l’ampia vallata trasformandola in un lago. Molti anni trascorsero finchè una notte, mentre Giuliano stava riposando intirizzito dal freddo, udì una voce lamentarsi che invocava il suo aiuto per attraversare il fiume. Si alzò subito andando incontro a quell’uomo che stava per morire assiderato; lo invitò in casa sistemandolo davanti al camino, ma nemmeno il fuoco era sufficiente a riscaldarlo. Lo portò quindi sul suo letto coprendolo accuratamente. Ad un tratto quell’uomo, che
    sembrava malato di lebbra, divenne splendente di luce e levandosi in aria, disse: “ presto tu e la tua sposa riposerete nel Signore”. Poi l’Angelo scomparve e dopo pochi giorni Giuliano e la moglie morirono santamente. Il culto di San Giuliano risale alle origini di Macerata. In questa città in suo onore fu istituita la Società dei Cacciatori alla quale appartenevano i cittadini più importanti e il cui capo chiamato Signore della Caccia, doveva dirigere la festa del santo tenendo per quel giorno il governo della cittadina. La Società Cacciatori fece scolpire nel XVII secolo una statua equestre, ora conservata all’interno del Duomo, dove egli regge nella sinistra il falcone mentre ai piedi del cavallo vi sono il cervo della leggenda e due cani. San Giuliano si festeggia il 31 agosto.
    Altro protettore dei cacciatori è il Patrono di Matera Sant’Eustacchio, che difese, insieme a sua moglie Santa Teopista e i due figli Agapito e Teopisto, la città dall’attacco dei Saraceni. Anche Eustacchio, durante una battuta di caccia, s’imbattè in un branco di cervi fra i quali ve ne era uno bianco e maestoso che fuggì su un altissima rupe e mentre s’apprestava ad ucciderlo, fra le corna dell’animale apparve una croce luminosissima con l’immagine di Cristo. L’apparizione del Sacro animale cambiò radicalmente la vita del Santo. Sant’Eustacchio si festeggia il 20 maggio.

Luca Bececco