Cinghiale: una risorsa con tanti rischi

Come abbiamo più volte sottolineato nella nostra rivista, in Italia nel corso degli ultimi anni si è assistito  ad una vera e propria “rivoluzione” dell’ambiente naturale e delle attività antropiche ad esso associate. Il progressivo recupero di macchia e bosco correlati all’ abbandono di vaste aree marginali, il concentrasi delle attività agricole (per lo più intensive) solo in specifici comparti territoriali nonché la rarefazione o scomparsa dell’allevamento e della pastorizia, hanno determinato la profonda modifica di molti habitat naturali. Se per alcune specie selvatiche autoctone questo fenomeno è stato motivo di rarefazione, ed in alcuni casi di estinzione, per altre ha permesso l’incremento fino alla moltiplicazione incontrollata.  Gli ungulati in genere e nello specifico il cinghiale si sono dimostrati, tra le specie animali selvatiche, quelli che hanno saputo meglio approfittare di tali cambiamenti fino a rappresentare, nel caso del suide, un vero problema.

Questo aumento della densità di popolazione del cinghiale, insieme al crescente numero di persone che si dedicano alla sua caccia, hanno di fatto determinato un drastico aumento delle occasioni di contatto tra cinghiale e  specie animali domestiche e tra cinghiale ed uomo, ponendo spesso grossi problemi non solo di incolumità, ma anche di ordine sanitario. I cinghiali, infatti, possono rappresentare dei pericolosi serbatoi per un gran numero di virus responsabili di gravi patologie sia negli uomini che negli animali.

In estrema sintesi, potremmo suddividere i più importanti patogeni che colpiscono il cinghiale in tre categorie:

  • Zoonosi, ovvero malattie che dal cinghiale possono essere trasmesse all’ uomo
  • Malattie con impatto sugli animali domestici
  • Malattie con impatto sugli animali selvatici

Queste categorie non sono esclusive, lo stesso patogeno potrebbe infatti ritrovarsi in più di una. In questo articolo non scenderemo troppo nei dettagli, anche per non dilungarci eccessivamente, riservandoci in futuro di dedicare eventualmente ulteriori articoli alle singole malattie.

ZOONOSI

Due zoonosi per cui il cinghiale è spesso chiamato in causa sono la brucellosi e la tubercolosi.

La brucellosi è una malattia infettiva provocata dai batteri del genere Brucella. La brucellosi ha molti sinonimi, derivati dalle regioni geografiche in cui la malattia è più diffusa: febbre maltese, febbre melitense, febbre mediterranea, febbre di Cipro, febbre di Gibilterra; o dal carattere discontinuo della febbre: febbre ondulante, tifo intermittente. Il cinghiale può essere serbatoio, anche in alcune popolazioni del nostro Paese, come ad esempio in Emilia Romagna, di Brucella suis (in particolare la biovar 2), specie non particolarmente patogena per l’uomo ma potenzialmente importante per il maiale domestico. Il problema di interazione con i suini si pone comunque nel caso di piccole produzioni locali o allevamento semi-brado, mentre il passaggio di questo patogeno al comparto industriale appare decisamente poco probabile. Tra l’altro, l’infezione da B. suis potrebbe anche avere un impatto su specie a notevole valenza conservazionistica, come l’orso marsicano, influenzandone negativamente la dinamica nel tempo a causa delle sue caratteristiche di cronicità. Non sembra invece che il cinghiale possa fungere da serbatoio di altre specie del genere Brucella ed in particolare per quelle tipiche dei ruminanti domestici, come B. abortus o B. melitensis.

Per quanto concerne la tubercolosi nel nostro Paese, è ancora in fase di studio se la malattia nel cinghiale sia più probabilmente espressione di un mantenimento della malattia nella popolazione, oppure di infezione contratta dalla condivisione dell’ambiente con altri ospiti selvatici o domestici. Poiché il cinghiale, data la sua modalità di alimentazione (grufolamento), è certamente un buon “raccoglitore” dei micobatteri che causano la malattia, questa specie può fungere anche da indicatore dell’eventuale presenza dei patogeni in un territorio. In ogni caso, l’interpretazione di eventuali riscontri deve sempre essere oggetto di attenta analisi, anche in relazione alla complessa sistematica ed ecologia dei micobatteri. A supporto di questo assunto, a titolo esemplificativo vale la pena di ricordare come in alcune popolazioni di cinghiale sia stato isolato esclusivamente Micobacterium microti, specie non patogena per l’uomo ed il cui serbatoio naturale sono i micromammiferi. L’associazione tubercolosi-cinghiale che spesso viene fatta deriva in realtà dalla situazione di altri paesi in cui questa specie è effettivamente serbatoio di tubercolosi ma questo accade soprattutto a causa del mantenimento artificiale di densità di popolazione “innaturalmente elevate” (in Spagna, ad esempio, fino a 90 capi/100 ha).

Infine, una zoonosi che certamente molti avranno sentito nominare è la trichinellosi.

La trichinellosi o trichinosi è causata da nematodi appartenenti al genere Trichinella di cui oggi conosciamo otto specie diverse (Trichinella spiralis, Trichinella nativa, Trichinella britovi, Trichinella murrelli, Trichinella nelsoni, Trichinella pseudospiralis, Trichinella papuae, Trichinella zimbabwensis) ed almeno tre genotipi distinti. È stato calcolato che circa dieci milioni di persone sono a rischio nel mondo. L’unica specie autoctona italiana è Trichinella britovi, ma in passato ci sono stati focolai umani causati da importazione di altre specie quali la Trichinella spiralis.

Questo parassita inizialmente si localizza a livello intestinale per poi dare origine a una nuova generazione di larve che migrano nei muscoli, dove poi si incistano. La trasmissione all’uomo avviene esclusivamente per via alimentare, attraverso il consumo di carne cruda o poco cotta contenente le larve del parassita. In Italia, il veicolo di trasmissione è la carne suina (maiale o cinghiale), equina e più raramente di carnivori selvatici (volpe). Nell’uomo e negli animali il quadro clinico varia dalle infezioni asintomatiche a casi particolarmente gravi, con alcuni decessi. La sintomatologia classica è caratterizzata da diarrea (che è presente in circa il 40% degli individui infetti), dolori muscolari, debolezza, sudorazione, edemi alle palpebre superiori, fotofobia e febbre. Non ci sono pubblicazioni sui segni clinici o sulle caratteristiche che tale malattia assume nei cinghiali, tuttavia in questi animali l’infestazione può raggiungere alte prevalenze rappresentando un grosso problema di sanità pubblica. Nel gennaio del 2013, in Alta Valle del Serchio, in provincia di Lucca, 26 persone, cacciatori e loro familiari, sono state colpite da trichinellosi a seguito dell’ingestione di salsicce di cinghiale crude contaminate.

Anche in questo caso il cinghiale non è tanto l’ospite di mantenimento ma è comunque a rischio di infestazione a causa della sua occasionale necrofagia. Questo è il motivo per cui i cinghiali cacciati dovrebbero essere sottoposti al controllo sanitario per questo parassita. Nel tempo, questo patogeno nel nostro Paese sta diventando sempre meno frequente e le positività sono sempre più rare non solo nel cinghiale ma anche nelle specie dove nel passato era estremamente comune, come ad esempio la volpe. E’ interessante notare come alcuni studi abbiano ipotizzato che questa “tendenza del parassita verso l’estinzione” potrebbe essere legata alle trasformazioni negli ecosistemi occorse negli ultimi decenni ed in particolare all’ impoverimento nella biodiversità di alcune aree, ancora a sottolineare il legame profondo tra l’ambiente e le dinamiche delle popolazioni animali.

MALATTIE CON IMPATTO SUGLI ANIMALI DOMESTICI

Poiché il cinghiale e il suino domestico sono biologicamente la stessa specie, sono sensibili alle stesse patologie. Per questo motivo, le più temute infezioni del cinghiale sono due malattie virali specifiche dei suidi: la Peste Suina Classica, oggi assente in Italia, e la Peste Suina Africana, attualmente assente in Italia continentale, ma ancora endemica in Sardegna. ( quiqui )

Queste infezioni sono altamente patogene e contagiose, costituendo inoltre un pesante ostacolo avendo come ricaduta un impatto economico importante su l’allevamento degli animali domestici. La positività infatti è causa, tra l’altro, di blocchi delle movimentazioni di animali e prodotti derivati con gravi conseguenze dal punto di vista economico, a maggior ragione in un paese come il nostro, dove il suino è la base di prodotti molto pregiati e universalmente conosciuti. Seppur dovute a due virus diversi, l’elevata mortalità ed il tipo di lesioni, a carattere soprattutto emorragico, le rendono praticamente indistinguibili senza appositi esami di laboratorio. Su queste due malattie è sempre opportuno mantenere viva l’attenzione, date la presenza ormai praticamente ubiquitaria del cinghiale, la minaccia che “bussa” dall’ est Europa per la PSA e tutte le problematiche inerenti la gestione venatoria della specie cinghiale che abbiamo già trattato su queste pagine ( quiqui ).

MALATTIE CON IMPATTO SUGLI ANIMALI SELVATICI

La malattia di Aujeszky, detta anche morbo di Aujesky o pseudorabbia, è una malattia virale del suino causata da un Varicellovirus (Herpesvirus suino 1). Non si tratta nello specifico di una malattia importante per la conservazione del cinghiale ma presente, seppur in modo disomogeneo, nelle popolazioni del suino selvatico del nostro Paese. Questa patologia è tradizionalmente importante nell’ allevamento suino, ma il passaggio dal cinghiale al suino del comparto industriale in Italia è pressoché assente. Di fatto è stato evidenziato che nei maiali di allevamento circolano ceppi diversi da quelli che circolano nel cinghiale. La malattia di Aujeszky, può avere però un impatto, oltre che su suini allevati allo stato semi-brado, principalmente e soprattutto su altre specie selvatiche come ad esempio i grandi predatori. Questo non in modo cronico (come la già citata brucellosi), ma decisamente acuto. Infatti, mentre nel cinghiale essa è spesso praticamente asintomatica, nei carnivori come il cane o come lupi e orsi, qualora ad esempio ingeriscano visceri o carni crude di cinghiali o maiali infetti si può sviluppare una gravissima encefalite, spesso ad esito letale, con un conseguente possibile impatto sulla conservazione di queste specie.

Concludendo, quello che abbiamo provato ad evidenziare in questo breve excursus è l’importanza di una adeguata formazione che possa aiutare chi opera con il cinghiale a porre le dovute attenzioni nel garantire la massima sicurezza per se stesso e per gli altri.  La gestione delle specie, e del cinghiale in particolare, non può essere vista in un’unica prospettiva ma vanno considerate le possibili ripercussioni economiche e sociali, nonché le ricadute sulla biodiversità e su un contesto ambientale che non è un’entità statica, ma subisce continue trasformazioni alle quali anche i patogeni si adattano e nelle quali possono verificarsi situazioni nuove e impreviste. La conservazione non passa né attraverso un atteggiamento da spettatori inermi  né con approcci intrisi di sentimentalismo mirati esclusivamente al proteggere per “abbandonare” bensì attraverso scelte gestionali mirate alla difesa delle diverse entità faunistiche o di interi habitat.

 

Giuliano Milana & Manuela Lai