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Era il 1970 e, sul numero 3 de “La Riserva di Caccia” di quell’anno, compariva un articolo il cui titolo ha da subito attratto la mia attenzione: “la caccia del futuro”, a firma di Edoardo Beni.
La mia curiosità è stata poi ripagata, in quanto fin dalle prime righe si intuiva che l’autore immaginasse il futuro della propria passione nei successivi 20-30 anni; ed oggi, a quasi 50 anni da quella data, avrà indovinato la sua previsione?
Riporto testualmente alcune parti del citato articolo che credo possano essere di stimolo per una successiva discussione.

“Se qualcuno ci chiede oggi come e cosa sarà la caccia in Italia tra 20 o 30 anni, noi possiamo già rispondere con certezza cioè né intuire né supporre. Ripeto: con certezza. Ma che risponderemo con certezza? Risponderemo che tra 20 anni tutto della caccia sarà disciplinato e controllato; e chi vorrà dedicarsi all’esercizio venatorio, dovrà misurare, calcolare e valutare ogni atto da compiere che sia richiesto da quest’attività. Nessuno avrà da reclamare perché, tra vent’anni, sapremo benissimo che per non aver preso in precedenza quelle misure e attuato quel piano di controllo e di disciplina, ci siamo trovati senza la selvaggina e con la scontentezza cronica di tutti i cacciatori. Tra 20 anni non ci domanderemo nemmeno come sia stata possibile la realizzazione di un piano simile e di un risultato così felice, dato che i cacciatori di tutti i tempi non hanno mai inteso di accettare limitazioni e discipline ritenendole lesive della loro sacra libertà. Non ce lo domanderemo perché allo stato delle cose sarà talmente brillante e soddisfacente da farci dimenticare tutte le cocciutaggini passate. Diremo soltanto, come spesso abbiamo detto in casi analoghi: << Però! Ce n’è voluto per farcelo capire!>>. Saremo Sinceri, nonostante tutto. Ma se vorremmo proprio conoscere qualcosa su tutto quanto sarà stato possibile ottenere rimarremmo strabiliati dalla semplicità del fatto. […] Tutto sommato e tutto considerato avremo tra 20 anni quello che abbiamo ora nel perimetro d’una riserva di caccia gestita e curata da un concessionario, che ha capacità e passione per la natura e la selvaggina, anche se è sottoposto al vedersela uccidere o ad ucciderla egli stesso. […] Per la caccia e i cacciatori ho già scritto cose analoghe, prendendo sempre ad esempio quanto si ripercuote a favore della selvaggina e dei liberi cacciatori con l’esistenza e l’efficienza delle riserve private di caccia. Ancora i cacciatori non capiscono (o non vogliono capire?) certe cose elementari. Tra 20 anni le avranno capite, e allora, come già oggi i soci o i proprietari e concessionari di una riserva […] si autodisciplinano (è nel loro esclusivo e preciso interesse) senza bisogno di qualcuno che imponga loro certe limitazioni di carniere e certe proibizioni di tiro su animali da riproduzione, domani lo faranno tutti i cacciatori quando avranno capito, per esempio, che in una certa zona dove vi sono 3 coppie di fagiani non vi sarà più nulla se:

  • I fagiani li ammazzeremo tutti e 6
  • Ammazzeremo le 3 femmine, o anche soltanto 2

Al contrario, le tre coppie di fagiani potranno moltiplicarsi se:

  • Daremo alle fagiane il tempo e il modo di covare indisturbate
  • Lasceremo sopravvivere almeno 1 dei 3 maschi
  • Non faremo mai mancare loro il mangiare e il bere (non necessariamente in maniera artificiale NDR)

Oggi in molte zone libere accade che i selvatici esistenti vengano indiscriminatamente tutti uccisi (non ci sono controlli e non ci si autocontrolla) e quindi è ridicolo sperare nella riproduzione, o nei lanci di nuovi animali, che non si è mai sicuri se si accoppieranno. Per tirare qualche conclusione dirò insomma che non occorre davvero scervellarsi per trovare il modo e la forma per mettere le cose a posto nella caccia e sperare in un avvenire decoroso e almeno decente: basterà che si faccia domani quanto stiamo facendo oggi con le riserve private di caccia, o pressappoco. Il territorio nazionale, considerandolo una sola, immensa riserva (seppur suddivisa in tanti settori per motivi di pratica organizzazione) dove si rispetteranno certe regole come quella di risparmiare certe specie di selvaggina e certi soggetti per poter mantenere l’equilibrio riproduttivo; dove sarà vietata la caccia in certe giornate del mese; dove il carniere non potrà essere illimitato; dove si dovrà rispettare scrupolosamente l’ambiente in modo da conservarlo per i selvatici nella sua interezza naturale. Come vedete, la cosa è più facile di quanto pensino molti interessati all’esercizio venatorio, molti passionati di caccia preoccupati da quest’andazzo sempre più meschino e ridicolo di uno sport, che nei secoli ha sempre ambito a tener vive le sue tradizioni di nobiltà e di serietà.  Edoardo Beni

Di acqua sotto i ponti, da quel giugno 1970, ne è passata parecchia portando nuove leggi e nuove prospettive per l’attività venatoria nel nostro paese. Certo è che quanto predetto dal Beni non si è proprio dimostrato una “certezza” e, al netto dell’idea di pensare alla penisola come un’unica riserva, non tutti i cacciatori si sono mossi da certe convinzioni e comportamenti poco seri e nobili. E se oggi provassimo noi a chiederci come sarà la caccia tra 20/30 anni, quali sarebbero le certezze o le speranze?

Personalmente le speranze sarebbero quelle di avere dei cacciatori disponibili ad un approccio sempre più consapevole e scientifico alle tematiche della gestione e della conservazione della fauna selvatica di interesse venatorio e non, altrimenti l’unica certezza che ci resterebbe sarebbe quella di un futuro senza la caccia o, nella più rosea delle previsioni, senza la caccia come la conosciamo oggi. Consapevoli anche noi che la caccia nei secoli ha sempre ambito a tener vive le sue tradizioni di nobiltà e di serietà

 

Giuliano Milana

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Giuliano Milana

Giuliano Milana

Naturalista, biologo ed agrotecnico laureato.
Autore di pubblicazioni su riviste scientifiche nazionali ed internazionali, presidente di EPS Sardegna

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