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Con piacere pubblichiamo questo articolo con la speranza di allargare gli orizzonti di molti amministratori troppo spesso legati a sterili ideologie lontane dal bene comune del mondo rurale.
Marco Franolich

In un recente articolo apparso su “The critic” (qui) Adam Hart, noto divulgatore e scienziato inglese (qui) racconta la sua esperienza restituendo un quadro di quello che è il rapporto tra caccia e conservazione in particolar modo in Africa ma non solo.

Poco più di 18 anni fa visitai l’Africa per la prima volta.  Ero eccitato, da bambino ero ossessionato dalla fauna selvatica africana e, una laurea in zoologia, non aveva smorzato il mio entusiasmo.  Viaggiando con un amico che era cresciuto in Zambia e in Sudafrica e che aveva trascorso l’anno precedente riempiendomi la testa di storie, volammo in Malawi, passammo una settimana lì e poi viaggiammo verso lo Zambia.
L’Africa che mi trovai di fronte, tuttavia, non era assolutamente come quella che avevo immaginato. Capii presto che, la mia idea di Africa, era un’idea romantica frutto dei  racconti dei primi esploratori che avevo letto avidamente e degli innumerevoli documentari visti in TV.  Mi sarei aspettavo di vedere gli “iconici” animali africani dappertutto ma, di fatto, il più grande mammifero selvatico che vidi in Malawi fu cercopiteco verde (Cercopithecus pygerythrus)  dall’aspetto dispiaciuto.  Il secondo mammifero più grande fu un topo morto, cucinato ed in vendita sul ciglio della strada.  Fino a quel punto i miei ricordi furono permeati non dalla fauna selvatica, ma dai panorami, dai “suoni” delle persone e, in particolare, dall’odore del carbone. Guidare in Zambia su strade tortuose circondate da macchia fu sicuramente più simile all’Africa che avevo immaginato nella mia mente.  Ma, nonostante ore a guardare fuori dal finestrino, la fauna selvatica non si stava ancora materializzando: vidi molte capre ma nessuna gazzella.  Dopo dieci ore di guida raggiungemmo la nostra destinazione finale: una proprietà della famiglia del mio compagno di viaggio che mi era stato detto fosse piena di animali selvatici. Appena superammo il pesante cancello e la recinzione elettrificata, trovammo impala,  gnu, il alcefali, lichi, eland, kudu e numerosissimi uccelli.  Un enorme e “scontroso” pitone volle salutarmi all’ingresso del mio alloggio inoltre individuammo un mamba nero sulla strada mentre ci recammo a cena.[…] Chiesi ai proprietari perché la loro proprietà fosse così piena di animali selvatici a differenza di quanto avevamo potuto osservare all’esterno. La risposta per me fu una grande sorpresa.  Il motivo per cui la fauna selvatica prosperava era che la proprietà ospitava cacciatori di trofei.
Imparai rapidamente che le persone, in gran parte americane ma anche europee, avrebbero pagato un sacco di soldi per cacciare una grande varietà di specie tra cui varie antilopi, zebre e giraffe e anche specie più piccole come l’istrice.  Oltre a vitto e alloggio, i cacciatori pagavano la caccia, il trofeo, la tassidermia e le spese di spedizione.  Il denaro generato pagava gli stipendi di un gran numero di dipendenti, molti dei quali vivevano nella proprietà con le loro famiglie.  Di fatto la caccia ha pagato  trivellazioni ed una serie di ulteriori lavori (tra cui dighe e sistemi di gestione delle praterie) che hanno permesso di garantire cibo e acqua agli animali che normalmente si spostavano su lunghe distanze. Con tali interventi gli animali prosperavano. […]

Non comprendevo fino in fondo il fatto che questi cacciatori volessero spedire a casa, a caro prezzo, “parti” degli animali che avevano sparato da appendere al muro..  L’idea di pagare una grossa somma di denaro per prelevare un animale semplicemente per mostrarne la testa sembrava, nella migliore delle ipotesi, strana. Imparai che molti di questi cacciatori desideravano  “entrare nel libro”, nella storia, sparando ad un animale con un trofeo degno di finire negli annali prodotti dal Safari Club International o dalla  Rowland Ward (ex società di tassidermia di Londra). Sfogliai quelle pubblicazioni e vidi un elenco sconcertante di misure di corna, di crani, di denti, di zanne e misure del corpo per valutare il “trofeo”. Imparai a conoscere la macellazione (non viene sprecato un briciolo di carne cacciata), la tassidermia, i documenti e i permessi richiesti ai cacciatori d’oltremare per esportare ed importare i loro trofei.  Fu, per non dire altro, una ripida curva di apprendimento.

Gli argomenti a sostegno della caccia al trofeo inizialmente non avevano ai miei occhi molto senso, nonostante vedessi gli ovvi benefici che sembrava portare alla proprietà in cui alloggiavo.  So che questi argomenti non hanno senso per una buona fetta di persone che oggi, spesso e pubblicamente, si oppongono alla caccia.  Dopo tutto come può la caccia contribuire alla conservazione degli animali?  Mi resi conto, tuttavia, che il motivo per cui per me l’argomento non aveva senso era in realtà molto semplice: nonostante avessi una laurea in zoologia a Cambridge e guardassi ogni documentario di Attenborough, non avevo assolutamente idea della  conservazione e della gestione della fauna selvatica nel mondo reale. L’Africa di cui avevo appreso dai documentari televisivi e le nozioni di cosa pensassi che la conservazione significasse vivendo e studiando nel Regno Unito, non somigliava affatto alla complessa situazione che mi si presentava adesso davanti.   La conversazione che ebbi quella prima notte in Zambia fu per me fondamentale.

Le grandi differenze che vidi tra le regioni che attraversammo  e l’ambiente ricco di fauna selvatica che stavo vedendo furono  riassunte quella sera con una frase che  avevo sentito molte volte quando si discuteva di caccia e conservazione: “Paga, rimane” in inglese “It pays, it stays.”  La realtà  è che in molte zone la “fauna selvatica” e gli habitat che la sostengono spesso hanno poco o nessun valore per le persone che ci vivono.  Se non può “pagare” tanto quanto carbone, capre, bovini o colture, non “resta” Per comprendere il concetto  “It pays, it stays” non è strettamente necessario prenotare un volo per l’Africa.  Se ci guardiamo intorno, in qualsiasi parte del mondo, vedremo la fauna selvatica e gli habitat messi da parte a favore di usi del territorio a più alto valore economico.  Nel Regno Unito, le abitazioni, le strade e i centri commerciali hanno chiaramente un valore economico immediato maggiore rispetto all’habitat naturale che sostituiscono.  È questa distruzione dell’habitat che rappresenta la più grande minaccia per la fauna selvatica a livello globale.

L’essenza della caccia per la conservazione  è che dà alla fauna selvatica, e soprattutto all’habitat, un vero valore economico.  Questo è ciò che sostengono in Sud Africa, Namibia, in Mozambico, Zimbabwe ecc.  È estremamente complesso considerando che ci troviamo in contesti diversi ma il principio di base è sempre lo stesso: in una determinata area la caccia rende la fauna selvatica più preziosa rispetto agli usi alternativi degli stessi terreni  come ad esempio l’uso agricolo. Naturalmente non funziona sempre tutto in modo regolare e possono esserci alcuni problemi come, ad esempio in alcune regioni, il livello di benefici per la comunità.  Ma più spesso funziona ed è uno dei motivi principali per cui il Sudafrica e la Namibia rappresentano modelli di successo per la conservazione. Si potrebbe definire il “It pays, it stays” come una nozione disgustosa perché conferisce un valore intrinseco alla fauna selvatica e al mondo naturale questo perché presuppone anche la caccia ma, tali atteggiamenti, sono in gran parte prodotti da una posizione di relativo privilegio.  Possiamo comprare tutto ciò di cui abbiamo bisogno per mangiare, inclusa la carne di animali che non dobbiamo mai uccidere.  Non viviamo con la paura di avere un bambino ucciso da un leopardo mentre va a scuola o che i nostri raccolti vengano distrutti da un elefante.  Siamo felici di sederci e guardare un cervo che distrugge il nostro orto e vederlo come un’opportunità di qualche “likes” su Instagram piuttosto che come fonte proteica o come una minaccia per il raccolto.[…]

Dal viaggio in Zambia nel 2001, ho avuto la fortuna di tornare nell’Africa meridionale molte volte come turista e come scienziato.  Molti di questi viaggi sono stati in Sudafrica, che è il paese dominante nell’industria venatoria, industria che ha comportato una notevole trasformazione delle terre e della fauna selvatica.  In pochi decenni, la capacità dei proprietari terrieri di trarre profitto dalle specie selvatiche che vivono nelle loro terre ha portato alla conversione di oltre 9000 allevamenti di bestiame e di altre proprietà in “allevamento di animali selvatici”.  Nello stesso periodo si è visto un aumento di quasi 40 volte dei grandi mammiferi all’interno del paese, nonché una spettacolare ripresa del numero di rinoceronti bianchi. Le proprietà private, che operano in gran parte sotto la bandiera del “It pays, it stays”, attualmente occupano un’area tre volte maggiore di quella di tutti i parchi nazionali sudafricani messi insieme.  La caccia è il motore finanziario di gran parte di questo “rewilding”.  Nello stesso periodo, il Kenya ha vietato la caccia e la fauna selvatica è diminuita di quasi il 70%.  Ci sono molti fattori che contribuiscono a questo disastroso declino ma, l’incapacità della popolazione locale di ottenere valore dalla fauna selvatica attraverso qualsiasi mezzo diverso dal turismo, ha avuto un ruolo centrale.  Il turismo è una cosa meravigliosa quando funziona ma, certamente, non è la risposta per molti dei luoghi più remoti in Africa attualmente gestiti attraverso la caccia.  Certamente non si è rivelato un successo in Kenya.  Il fatto evidente è che, quando la fauna selvatica non paga, viene sostituita da qualcosa che lo fa: molto spesso allevamento o agricoltura ma anche strade, ferrovie, industrie e abitazioni. La caccia ai trofei è un problema complesso.  Coinvolge popolazioni diverse di specie diverse in diverse regioni di diversi paesi in diversi continenti.  Parliamo molto spesso dell’Africa, ma “l’utilizzo sostenibile” della fauna selvatica attraverso la caccia regolamentata è il pilastro della conservazione nordamericana.  È anche una componente importante delle economie Inuit attraverso il bue muschiato, l’orso polare e altre specie cacciate ed è il motivo per cui il markhor ( Capra falconeri ) (un’antilope dalle corna a spirale originaria del Pakistan e dell’Afghanistan) prospera nelle remote regioni montane.  Ci sono molti altri esempi di conservazione di specie e habitat di successo raggiunti attraverso la caccia sostenibile in tutto il mondo. Ovviamente, la caccia non regolamentata e gestita male ha il potenziale per essere estremamente dannosa.  In passato, gli eccessi di caccia  hanno portato ad un enorme impoverimento delle specie selvatiche nell’Africa meridionale e l’estinzione di alcune.  Ma non possiamo confondere il passato con il presente;  nella maggior parte dei casi ora, le regole severe e la caccia regolamentata rappresentano una parte riconosciuta della strategia di conservazione per un gran numero di specie.  Non è il “selvaggio West” che molti commenti volgari dei media vorrebbero farci credere.

Il rovescio della medaglia è che la gestione venatoria non è sempre  ben regolata e perfettamente “pulita”.[…]. Ma nel complesso “l’utilizzo sostenibile” del prelievo dei trofei e come conseguenza carne”, è un uso del territorio che protegge la fauna selvatica su oltre un milione di miglia quadrate di terra in Zambia, Zimbabwe, Namibia, Tanzania e Mozambico, oltre alla grande quantità di  terra privata messa da parte per la fauna selvatica in Sudafrica.[…] In una proprietà in Namibia, un paese che come gran parte dell’Africa meridionale sta soffrendo una terribile siccità con gli animali che muoiono,  la fauna selvatica gode invece di ottima salute, questo solo per un motivo: la caccia. Il denaro generato dalla caccia ha finanziato i pozzi che forniscono agli animali l’acqua e l’alimentazione supplementare per mantenerli in vita.  La caccia paga anche per le 22 famiglie che vivono qui.  Senza caccia, questa terra sarebbe riarsa, gli animali sarebbero morti e quelle famiglie sarebbero senza reddito.  Che questo sia il risultato desiderato da molti che chiedono il divieto di caccia è qualcosa che trovo profondamente inquietante. La maggior parte di coloro che chiedono il divieto di caccia ai trofei lo fanno in definitiva perché credono che la caccia sia immorale.  In alcuni casi sono d’accordo con il loro. […]

Ma lasciare in declino la fauna selvatica quando esiste una soluzione funzionante per proteggerla, semplicemente perché il tuo privilegio e la tua prospettiva ti hanno portato a una particolare posizione morale personale, mi sembra un po’ arrogante.  Un altro argomento popolare è che la caccia al trofeo sta portando all’estinzione alcune specie come il leone.  Non è così i leoni sono minacciati principalmente dalla perdita di habitat e dall’uccisione da parte degli allevatori di bestiame, non dalla caccia al trofeo […]. Le chiamate a vietare la caccia o a mettere fuorilegge l’importazione e l’esportazione dei trofei si basano in gran parte sull’emozione e sulla sensazione che sia immorale.  Ricordando i miei sentimenti in Zambia 18 anni fa, capisco perfettamente questa posizione.  Ma situazioni complesse richiedono una comprensione più profonda […]. Coloro che chiedono divieti devono fornire alternative fattibili, il turismo non è la soluzione, almeno non in tutti i luoghi.

Se vogliamo che la caccia si fermi, dovremmo pagare per affittare la terra e far sì che la gente se ne occupi in un modo che noi, spesso non specialisti che vivono in paesi lontani, riteniamo opportuno.  Questo approccio, nel quale la popolazione locale è esclusa dalle proprie terre e dai benefici finanziari che la fauna selvatica ben gestita può offrire, è stata definita da alcuni neocolonialismo….tendo ad essere d’accordo con questa visione. Nonostante quanto scritto, non sono un sostenitore della caccia al trofeo.  Ma, a meno che non si riesca a trovare un’alternativa che sostituisca le entrate che la caccia garantisce, i divieti (in particolare quelli basati sul sentimento piuttosto che sulla scienza) o i divieti parziali, attraverso il controllo delle importazioni e delle esportazioni, legheranno solo le mani alle stesse persone che stanno lavorando per conservare la fauna selvatica.

In breve, i divieti faranno più male che bene.  La conservazione è complessa e le questioni relative all’utilizzo della fauna selvatica in diversi paesi sono da approfondire.  In un mondo in cui l’influenza di celebrità sul problema e un ambiente politico carico di rapide vittorie, dovremmo stare molto attenti a ciò che desideriamo.  Come ho visto in prima persona in così tanti posti nel mondo, quando l’habitat va, è andato per sempre.

Un articolo interessante che arricchisce di ulteriori dettagli quanto è ormai risaputo da tempo, ovvio ed opportuno fare dei distinguo e cercare di essere dei cacciatori migliori capaci di accettare la sfida che ci si pone innanzi. Ma è chiaro che la caccia possa e debba rappresentare una concreta opportunità di supporto e di finanziamento alla conservazione e allo stesso “rewilding” e questo, non solo in contesti come quelli africani ma anche in realtà a noi più vicine.

traduzione di Giuliano Milana

 

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Giuliano Milana

Giuliano Milana

Naturalista, biologo ed agrotecnico laureato.
Autore di pubblicazioni su riviste scientifiche nazionali ed internazionali, presidente di EPS Sardegna

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