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L’ecologia è materia che si inserisce in ogni forma di attività dell’uomo. Infatti il rapport uomo-ecologia potrebbe a ragione essere capovolto poiché le attività umane si svolgono incontestabilmente tutte in un quadro basilare che le comprende e le condiziona. Quest’ultimo in definitiva non è che l’ambiente con tutte le sue componenti indissolubilmente concatenate e dipendenti. La caccia, comunque la si consideri, sia come attività economica od anche puramente sportiva, si svolge in natura ed ha per oggetto la selvaggina, cioè un bene naturale (rinnovabile ndr) che per prodursi e vivere richiede una serie di condizioni squisitamente biologiche. Parlare perciò di selvatici e di attività sportive ad essi connesse che si svolgono all’aria aperta, significa introdurre un discorso essenzialmente ecologico. E’ opinione corrente che l’attività venatoria soffra nel nostro Paese di un periodo di profonda crisi, crisi che investe sia la produzione della selvaggina sia il sistema di caccia che tale selvaggina consuma. Ambedue questi problemi, intimamente connessi, sono di natura ecologica: il primo di carattere più biologico, il secondo condizionato anche da componenti giuridiche e sociali, le quali tuttavia non esulano, come intendiamo dimostrare, dallo stesso inquadramento ecologico.

La selvaggina è infatti elemento vitale di un complesso ecosistema. Essa è intimamente legata al terreno che condiziona pure tutti gli altri elementi che le sono necessari per vivere e per moltiplicarsi, cosicché può dirsi che essa stessa è un prodotto del suolo. Secondo la nostra legge sono “selvaggina” la totalità degli Uccelli e molti Mammiferi, esclusi naturalmente quelli insignificanti dal punto di vista sportivo, come i Toporagni, ovvero dannosi e perseguiti in ogni tempo come Topi e Ratti. Ebbene questi animali, appartenenti a numerose specie, sono raramente ubiquitari, al contrario ciascuno è caratteristico di un determinato ambiente, nel senso che vive e prospera in esso e non in altri, o perlomeno non altrettanto bene come nel suo tipico habitat. In un biotopo forestale vivranno ad esempio forme forestali caratteristiche e diverse secondo i diversi tipi di boschi o foreste. Lo stesso dicasi se trattasi di savana, di steppa, di palude e via dicendo. Le correlazione fra le specie che compongono la selvaggina come pure fra le altre specie animali e vegetali, di cui le prime si nutrono, e l’ambiente che le ospita, sono talvolta così strette da rendere impossibile la vita a determinate forme, laddove il loro indispensabile ambiente naturale viene a mancare. Uno dei casi più tipici ci viene offerto dagli uccelli acquatici che formano uno dei più preziosi contingenti della selvaggina migratoria di grande valore naturalistico e sportivo. Questi uccelli, estremamente specializzati, coi loro becchi caratteristici atti a raccogliere ed a cercare cibo nell’acqua, con le loro zampe estremamente allungate o palmate atte a camminare nel limo o nei terreni allagati o a nuotare in superficie od in profondità, non possono evidentemente vivere fuori dalle zone umide in cui si sono evoluti. La soppressione di tali zone significa l’automatica scomparsa di tali specie. Infatti nessun trampoliere né palmipede potrebbe adattarsi a vivere in un ambiente radicalmente diverso.

Anche l’adattamento agli ambienti vicarianti presenta dei limiti. Le “valli” attuali delle Venezie e delle Delta Padano sono ancora atte ad ospitare popolazioni migranti di tali uccelli, sebbene abbiano perduto gran parte delle loro qualità di lagune naturali o di paludi; lo stesso dicasi per le “saline”, formazioni artificiali, ma che riproducono molte di quelle condizioni che si verificano in natura e che ancora consentono la vita di numerosi trampolieri e palmipedi. E’ ovvio che allorquando le nostre valli saranno ulteriormente inquinate o trasformate in senso artificiale, ovvero del tutto bonificate e sostituite da solido terreno asciutto, magari occupato da centrali termonucleari o da grattacieli balneari, diverranno pure deserte di voli.

Da ciò  deriva la preoccupazione dei naturalisti e degli stessi cacciatori, i quali hanno assistito fino ad oggi del tutto impotenti all’intensificarsi della trasformazione fondiaria, la cosiddetta “Bonifica”, che ha progressivamente ridotto lo spazio vitale della fauna acquatica. Da ciò risultano inoltre gli sforzi di quegli Enti e di quelle Associazioni che hanno a cuore la sopravvivenza di tale fauna. Fra gli altri citiamo il Waterfowl Research Bureau, un’Associazione Internazionale per la tutela della selvaggina acquatica che sta elaborando un progetto di convenzione internazionale per la conservazione delle ultime zone umide nel mondo, al quale si appresta ad aderire la maggior parte dei paesi compresi il nostro. Questi concetti, d’altronde semplici ed oseremo dire elementari sono abbastanza chiari alla maggior parte dei nostri cacciatori, sebbene non tutti siano edotti del fatto che la nostra legislazione venatoria non si fonda esattamente su di essi. Infatti la disponibilità del suolo, secondo la nostra legge, è del tutto distinta da quella della selvaggina che pure la produce. La prima appartiene al proprietario o possessore del fondo, la seconda, teoricamente “res nullius” diviene praticamente disponibile solo per il cacciatore che la scova. Tuttavia e malgrado tutto questa seconda disponibilità è condizionata dalla prima, se è vero, come abbiamo affermato, che la selvaggina è il risultato di una condizione alimentare, ovvero un prodotto del suolo.

La cosa può essere facilmente dimostrata. Supponiamo che in un terreno ricoperto di boschi e foreste viva selvaggina tipica di quell’ambiente, ad esempio Beccacce, Tetraonidi od altre specie forestali. Il cacciatore può frequentare il bosco sia esso terreno libero o zona di caccia controllata, la qual cosa è la condizione più comune, e cacciarvi tale selvaggina, ma non potrà impedire che il terreno possa essere diboscato e destinato ad altro uso. In tal caso non vi troverà più la selvaggina consueta e prediletta. Lo stesso dicasi di una zona umida nella quale il cacciatore non potrà più ritrovare gli acquatici allorché il proprietario o il possessore avrà deciso di bonificarla. Nella stessa condizione e per certi aspetti più grave, vengono a trovarsi le Amministrazioni Pubbliche Regionali o Provinciali, quando con la istituzione di Zone di ripopolamento e cattura, Bandite o Zone di Rifugio vengono ad operare, come si verifica nella maggior parte dei casi, in terreno altrui. Se è vero, come abbiamo sopra detto, che la selvaggina è più o meno strettamente condizionata dall’ambiente in cui vive, ne deriva che per ottenere il suo incremento occorre realizzare l’optimum della condizioni ambientali, intese queste in sensu lato, di clima, suolo, vegetazione e quindi possibilità alimentari. Realizzando e potenziando queste condizioni riusciremo a creare le premesse di un fecondo ripopolamento. In altri termini potremo coltivare e migliorare la selvaggina, come si coltivano i frutti della terra. Di cui la necessità di disporre non solo del selvatico, ma anche del terreno che lo produce, poiché un divorzio fra i due termini del binomio sarebbe irrazionale ed inammissibile. Vaste zone di terreno si trovano nel nostro Paese in condizioni di scarsa utilizzazione agricola e forestale e con bassi redditi. La destinazione di questi terreni potrebbe essere quella della produzione faunistica. Questa non può consistere nella semplice immissione di selvaggina e regolazione della caccia come si usa fare abitualmente nel migliore dei casi, ma in una serie di opere di assetto idrogeologico, distribuzione di pascoli e radure, piantagioni di essenze vegetali idonee, coltivazioni di seminativi e frutti appetiti dalla selvaggina che si vuole produrre ecc. Tutte queste operazioni costituiscono una vera coltivazione del prodotto selvaggina. Un’Azienda di questo tipo è stata concepita ed in gran parte attuata negli esperimenti del Prof. Ugo Baldacci realizzati nella Riserva di Miemo (Pisa). Si tratta di esperimenti i quali, rimangono un fenomeno apparentemente senza possibilità di generalizzazione. A tale mancata realizzazione si oppone il regime venatorio attuale, col voler ritenere la selvaggina come estranea al possesso del suolo anche quando è evidente che ciò è contro la realtà e la razionalità. Sembra infatti a molti cacciatori che questi concetti vengano ad urtare contro i costumi venatori italiani di carattere popolare anche se questi costumi non sembrano atti a risolvere la crisi nella quale si dibatte attualmente la caccia nel nostro Paese. Sembra in altre parole che la selvaggina, un prodotto del suolo, con le conseguenze che abbiamo cercato di lumeggiare, sia qualcosa di antisociale che tenderebbe a ripristinare inammissibili privilegi. Pare naturale coltivare qualsiasi prodotto del suolo per ottenere un raccolto migliore e più abbondante e compensare il coltivatore per questa sua fatica, non altrettanto naturale fare la stessa cosa con la selvaggina, sebbene anche questa sia suscettibile di dare un prodotto migliore e più abbondante.

Le leggi dell’ecologia non possono essere violate senza che i beni della natura non vengano degradati. Noi crediamo che una saggia soluzione debba trovarsi. La disponibilità del suolo e della selvaggina per la salvaguardia e l’incremento dello sport della caccia, nel rispetto del lavoro e dei diritti di ognuno. Crediamo infine che solo ciò che è ecologicamente valido, possa essere anche socialmente equo, poiché l’uomo stesso è inserito come un anello di una catena nel grande sistema della natura.

Prof. Augusto Toschi

La riserva di caccia n°1 1973

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Redazione LRC

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