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Recentemente su Discovermagazine è stato pubblicato un articolo (qui) che descrive i risultati di uno studio condotto in Vietnam. Riportiamo anche noi la notizia dello studio nel quale viene sottolineato l’importante ruolo che i cacciatori possono ricoprire nella conservazione di una specie in pericolo di estinzione.
Dopo aver esercitato su una rara specie di tartaruga una pressione venatoria talmente forte da averla quasi condotta all’estinzione, i cacciatori locali hanno deciso di collaborare con degli scienziati fornendo le proprie conoscenze collettive al fine di preservare la specie.
La tartaruga dal guscio molle gigante dello Yangtze (Rafetus swinhoei) è la più rara del mondo, si contano infatti un solo esemplare maschio in cattività ed un altro esemplare, di sesso non noto, che vive in natura nel Vietnam. Una volta largamente diffusa in tutto il fiume Rosso e nella pianura alluvionale cinese del fiume Yangtze questa specie, dalle ragguardevoli dimensioni, negli ultimi decenni ha subito un notevole declino che l’ha portata vicino all’estinzione a causa di fattori come la perdita di habitat, il bracconaggio e la cattura finalizzata al commercio illegale.
A seguito della morte in Aprile dell’ultimo esemplare di sesso femminile il futuro di questa specie criticamente minacciata è piuttosto preoccupante. Tuttavia, dal confronto con cacciatori anziani in merito a queste tartarughe, emergono nuove speranze. “Il livello di conoscenza scientifica è lungi dall’essere sufficiente in Vietnam e probabilmente questo spiega perché tale specie possa sembrare così rara”, ha affermato Luca Luiselli, ecologo tropicale dell’Institute for Development Ecology Conservation & Cooperation, un’organizzazione no profit con sede a Roma, in Italia. Luiselli è stato coautore dello studio, che ha preso in considerazione quanto dichiarato dai cacciatori, pubblicato online il mese scorso sulla rivista Aquatic Conservation.
Il team di ricerca ha intervistato 10 cacciatori esperti che vivono nel Vietnam centro-settentrionale. In interviste private, gli uomini hanno descritto i loro ricordi della specie e il suo declino. Dallo studio è emerso che nove di questi cacciatori siano convinti del fatto che queste tartarughe ancora vivano in natura.
Questo tipo di informazioni, definite dai ricercatori “conoscenza ecologica locale”, forniscono le conoscenze necessarie in “aree sconosciute alla scienza, ma molto conosciute dalla popolazione locale”, ha dichiarato John Fa, ecologo della conservazione presso la Manchester Metropolitan University nel Regno Unito che non ha partecipato a questo studio.
L’autore principale della ricerca, l’ecologo Thong Pham Van, ha condotto interviste indipendenti per ogni cacciatore in lingua vietnamita nativa usando un questionario sviluppato dal Centro di conservazione del Santuario delle tartarughe di Parigi.
Sulla base delle risposte dei cacciatori, i ricercatori hanno appreso che il numero di tartarughe ha iniziato a diminuire rapidamente durante gli anni ’80, un periodo economicamente tumultuoso in Vietnam. Le continue pressioni hanno causato un calo secondario nei primi anni ’90, dopo di che ci sono stati pochi avvistamenti.I cacciatori stimano di poter ricordare le dimensioni di circa un terzo degli esemplari catturati in oltre quattro decenni. I maschi erano più grandi delle femmine ma il peso medio stimato tra tutti gli individui era comunque 120 libbre (circa 54 kg) confermando in tal modo il dato che la indica come una tra  le più grandi tartarughe di acqua dolce del mondo. La maggior parte degli intervistati sostiene che le tartarughe seguano una dieta onnivora – una differenziazione dalle diete “quasi prettamente carnivore” tipiche di specie strettamente imparentate, ha dichiarato Luiselli; tra gli stessi intervistati, molti hanno affermato di aver visto gli animali nutrirsi di piante galleggianti. E, soprattutto, tutti tranne uno credevano che le tartarughe potessero ancora essere trovate in Vietnam. Esistono diverse foto presunte, sebbene nessuna rappresenti una prova definitiva. Nel 2018, un’associazione no profit con sede nel Regno Unito ha affermato di aver identificato almeno una tartaruga della specie usando il DNA ambientale raccolto dal lago Xuan Khanh, ma le prove sono indirette. La reale riscoperta di una specie di tartaruga, che si riteneva estinta, ha dei precedenti. Infatti, lo stesso Luiselli aveva ritrovato in Sud Sudan, fornendo questionari ai pescatori locali, la tartaruga alata della Nubia (Cyclanorbis elegans), considerata estinta. Sulla base delle loro risposte, Luiselli è stato in grado di catturare diversi individui “proprio dove gli dicevano di guardare”. “Abbiamo notato che anche le specie più minacciate possono essere abbastanza abbondanti”, ha dichiarato Fa. “Il Vietnam è un paese di cui sappiamo molto poco, ma stiamo avendo tante sorprese”. Ad esempio, la Saola (Pseudoryx ngethinhensis), è stata fotografata in Vietnam nel 2013 per la prima volta dal 1999. Più di recente trappole fotografiche, posizionate nelle foreste di pianura, hanno immortalato, dopo 29 anni di mancate osservazioni, il Tragulo del Vietnam (Tragulus versicolor) un piccolo mammifero ungulato noto anche  come “cervo topo”.Il team dovrà ora portare avanti la ricerca di queste rare tartarughe in natura. Per  altri ecologi, comunque, l’affidabilità degli studi basati su questionari rimane dubbia. Uno di questi, Whit Gibbons erpetologo dell’Università della Georgia, ha affermato che i risultati di questo tipo di approccio di ricerca, possono essere fuorvianti: “Le persone possono dimenticare, possono mentire o possono ricordare in maniera errata”.
Luiselli, per contro, ritiene che tali sondaggi possano fornire informazioni preziose. Per esempio, conducendo studi pilota in Nigeria che hanno confrontato la conoscenza dei serpenti tra i locali con i suoi dati di monitoraggio, ha scoperto che i risultati erano comparabili e coerenti. Il gruppo sta intervistando i pescatori al fine di poterli coinvolgere nei trappolamenti da condurre nei luoghi potenzialmente più idonei. La speranza è quella che le nuove tartarughe catturate siano d’aiuto nel programma di allevamento in cattività, attualmente in stallo, e nel fornire nuove e preziose informazioni su una specie sfuggente e difficile da studiare. Gibbons pensa che ci riusciranno, ma teme che qualsiasi sforzo di conservazione sarà messo in discussione qualora non vengano affrontati i molteplici fattori di stress che le tartarughe incontreranno: “Qualcuno le troverà, ma questo potrebbe non fare la differenza [per la loro sopravvivenza] senza cambiamenti negli atteggiamenti culturali e nel contenere il degrado dell’habitat “. Questo tipo di studio evidenzia, ancora una volta, l’importanza che possono avere i cacciatori (e i pescatori) nel monitoraggio e nel controllo del territorio e delle specie presenti; senza però tralasciare le responsabilità che ricadono sulla categoria nella conservazione e nel rispetto di quelle stesse specie il cui futuro dipende anche dai nostri comportamenti.

Manuela Lai

 

About the author

Manuela Lai

Manuela Lai

Naturalista ed agrotecnico laureato.
Esperta di wildlife economy, filiera, uso sostenibile e valorizzazione delle carni di selvaggina. Influencer e blogger del wild food.

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