Print Friendly, PDF & Email

Negli USA così come in tutto il mondo l’ambiente si può considerare come una risorsa condivisa da diversi fruitori quali escursionisti, trekker, biker, cacciatori, birdwatcher ecc. Potrebbe essere una simbiosi ma oggi, quella stessa simbiosi, è fuori controllo: l’interesse degli americani per la caccia è in costante declino e questo, paradossalmente, comporta conseguenti tagli ai finanziamenti per la conservazione che derivano in gran parte dalle licenze di caccia, dai permessi e dalle tasse sulle armi da fuoco, sugli archi e sulle altre attrezzature.  In base ai dati, forniti dal “U.S. Fish and Wildlife Service”, anche se sempre più persone sono coinvolte in attività all’aria aperta, le vendite di licenze di caccia sono calate dai circa 17 milioni dei primi anni ’80 ai 15 milioni dello scorso anno. L’indagine, condotta dall’agenzia nel 2016, prevede un ulteriore calo a 11,5 milioni negli anni a venire.
Il conseguente deficit finanziario che ne deriva colpisce molte agenzie faunistiche statali. Ad esempio, nel Wisconsin un mancato introito, stimabile tra i 4 e i 6 milioni di dollari, ha costretto il Department of Natural Resources a ridurre le pattuglie di guardia e le operazioni di controllo a carico delle specie invasive. Il legislatore del Michigan ha avuto non poche difficoltà a reperire i fondi per salvare alcuni dei progetti faunistici dello stato, mentre altri programmi chiave, come la protezione delle api, rimangono “tristemente sotto finanziati”. Alcuni stati, incluso il Missouri, si sono visti costretti a convogliare sulla conservazione le entrate derivanti da altre imposte. In Pennsylvania – dove la commissione sulla caccia ottiene oltre il 50 % delle entrate da licenze, permessi e tasse – l’agenzia ha dovuto annullare diversi progetti, rimandare l’acquisto di veicoli e lasciare decine di posti di lavoro vacanti, questo avendo anche affrontato il virus della “West Nile” nel tentativo di proteggere creature rare come il roditore Neotoma magister.

In tale direzione una commissione nazionale ha richiesto di sviluppare un nuovo modello di finanziamento per scongiurare misure di emergenza molto più costose per le specie a rischio. Stando ad un rapporto della National Wildlife Federation, pubblicato nel 2018, la situazione già critica peggiorerà ulteriormente, con un terzo delle specie selvatiche americane che vedranno aumentare il loro rischio di estinzione. A dicembre ambientalisti e cacciatori si sono riuniti a Washington per presentare due progetti di legge bipartisan volti a individuare nuove fonti di finanziamento e a facilitare il reclutamento di nuovi cacciatori.

La necessità di intervenire sta diventando sempre più urgente anche a causa del continuo consumo di habitat e di nuove problematiche come i cambiamenti climatici e le malattie. I problemi finanziari crescono mentre i cacciatori “storici” invecchiano e le nuove generazioni rivolgono la loro attenzione ad altre attività, quali sport o addirittura hobby indoor come i videogiochi. Molti stati stanno cercando di escogitare metodi per favorire e divulgare la cultura venatoria cercando di attrarre anche il pubblico femminile, le minoranze e il numero crescente di persone interessate al consumo di prodotti genuini e a km zero.

Il Colorado ha organizzato una campagna “Hug a Hunter” (letteralmente abbraccia un cacciatore) per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla gestione della fauna selvatica e le opportunità ricreative all’aperto. La Pennsylvania, dove negli ultimi dieci anni il numero dei cacciatori autorizzati è sceso da 927.000 a 850.000, sta cercando di arrestarne il declino con il programma “R3 activities “. R3 sta per “3 erre” ovvero Recruitment (reclutamento), Retention (fidelizzazione) e Reactivation (riattivazione); le attività R3 cercano di attirare nuovi simpatizzanti e di aumentare i tassi di partecipazione alle attività all’aperto. Quest’anno lo stato sta addirittura revocando il locale divieto di cacciare di domenica per aumentare le opportunità venatorie per le famiglie che lavorano durante la settimana. La “commissione venatoria” sta inoltre valutando di portare camion attrezzati per cucinare e servire piatti a base di selvaggina alle riunioni delle comunità locali per permettere alle persone di familiarizzare con questo tipo di alimento. In aggiunta, sta pianificando l’organizzazione di giornate formative sul campo per i giovani e le neo-cacciatrici. Ad ottobre, Derek Stoner, coordinatore della commissione di caccia, ha organizzato una battuta di caccia al cervo per 20 neo-cacciatori/trici, molti dei quali provenienti dalla città, con 14 istruttori addestrati presso il John Heinz National Wildlife Refuge a Tinicum, a sud di Philadelfia. Alcuni stati però sono in controtendenza, ad esempio il New Mexico, dove il numero di cacciatori autorizzati è cresciuto di quasi il 10% negli ultimi quattro anni. Qui si attribuisce il successo a strategie R3 oltre che a misure atte a rendere disponibili online le domande di licenza e a raggiungere i residenti di etnia latino-americana.
Molti gruppi nazionali di associazioni in difesa della caccia, come Backcountry Hunters e Anglers, hanno cercato di far crescere l’interesse tra le persone che non hanno avuto modo in precedenza di conoscere l’attività venatoria. Altri gruppi mirano a creare esperienze che attraggano le donne, tra cui la BOW (Becoming an Outdoors Woman) e National Wildlife Federation’s Artemis. Ad ogni modo il legame tra caccia e conservazione risale a più di un secolo fa, quando uomini, privi di qualsiasi nozione ecologica, portarono sull’orlo della distruzione la popolazione di bisonti ed estinsero la Colomba migratrice (Ectopistes migratorius) che era praticamente l’uccello più abbondante del Nord America. Non c’è da stupirsi quindi che ai cacciatori sia stato chiesto ripensare il loro modo di agire e di pagare i loro eccessi. Il presidente Theodore Roosevelt, amante della vita all’aria aperta, favorì una svolta “etica” che combinò caccia e conservazione anche attraverso il  Pittman-Robertson Act del 1937. Questa “legge” impose un’accisa dell’11% sulla vendita delle armi da fuoco; i proventi di questa tassa annualmente vengono destinati alle agenzie statali per la conservazione. Non mancano le critiche che incolpano il sistema di porre troppa attenzione sulle specie (mammiferi e uccelli) cacciabili ma, nei fatti, se ne è dimostrata l’efficacia nel recupero di specie che erano in forte declino come l’oca canadese (Branta canadensis) e il cervo dalla coda bianca (Odocoileus virginianus).

A dicembre, il Congresso ha modernizzato il Pittman-Robertson Act dando agli stati una maggiore discrezione sull’uso dei fondi federali per il reclutamento. I legislatori della Camera hanno anche preso provvedimenti bipartisan per il Recovering America’s Wildlife Act, che fornirebbe ogni anno agli stati, ed alle tribù, 1,4 miliardi di dollari provenienti dal fondo generale, per ripristinare gli habitat ed attuare strategie in chiave conservazionistica. Il disegno di legge si dirige ora verso il Parlamento per essere approvato definitivamente.  “È emozionante vedere i cacciatori lavorare con gruppi “più verdi” “, ha detto O´Mara presidente della National Wildlife Federation.

E nel nostro paese? Nel corso della fiera HIT Show di Vicenza sono state presentate le risultanze dell’ultimo censimento sull’abilitazione all’esercizio venatorio eseguito, per conto delle associazioni venatorie, dallo studio Freni. La ricerca effettuata a partire dal 2000 ha permesso di evidenziare l’andamento delle richieste all’abilitazione alla caccia negli ultimi venti anni. E’ emersa una profonda contrazione sia del numero delle sessioni di esame che del numero degli iscritti, mentre nel 2000 le sessioni di esame sono state 1900 con 20000 esaminati nel 2018 siamo calati a 530 sessioni e c.ca 8000 esaminati. Sugli 8175 esaminati il 94% è rappresentato da uomini (77% under 40 23% over 40) mentre il 6% da donne (79% under 40 21% over 40). Queste ultime sono risultate essere anche più studiose rispetto ai colleghi maschi con il 72% di promosse contro il 70% dei maschi. La presenza femminile attuale (6%) è in aumento rispetto agli anni precedenti, nel 2000 infatti le donne rappresentavano solo il 2%-3% del totale. La presenza di uomini e donne under 40 si è ridotta in entrambi i casi di 11 punti percentuali; nel 2000 gli uomini <40 erano l’88% e le donne il 90% mentre nel 2018 si è passati rispettivamente al 77% e al 79%. Un po’ ovunque, in lieve flessione rispetto al passato, la percentuale dei promossi che attualmente si attesta a 3 su 4 esaminati. Lo studio ha diviso la penisola in 4 macroaree ed è interessante come si evidenzino differenze lungo lo stivale. La riduzione negli ultimi 20 anni ha avuto il seguente andamento:

Area 1 – nord ovest meno 50%

Area 2 – nord est meno 30%

Area 3 – centro+ Sardegna meno 70%

Area 4- sud meno 60%

Nonostante la riduzione nelle Aree 3 e 4, queste rimangono le zone dove si concentrano maggiormente gli esaminandi, praticamente 2 su 3.

Lo studio ha poi evidenziato le differenze nell’esame e i materiali messi a disposizione dalle diverse commissioni. Giungendo quindi a delle considerazioni finali e a dei suggerimenti verso i cacciatori e le associazioni venatorie che li rappresentano.

Il substrato nel quale si opera è oramai ostile e l’innalzamento della sensibilità sociale preme sulle Commissioni: gli esami sono più impegnativi e orientati ad accrescere sia la consapevolezza dell’uso dell’arma che il rispetto del territorio. La flessione del numero degli esaminandi potrebbe essere legata anche alla falsata figura del cacciatore diffusa mediaticamente. È quindi necessario rinnovare e riorganizzare l’immagine del cacciatore per attrarre più giovani e recuperare la tradizione della passione venatoria. Questo può avvenire intensificando sempre di più il coinvolgimento dei cacciatori legandoli al territorio ed impegnandosi in una caccia sostenibile che abbia un ruolo nel controllo e nella gestione della fauna selvatica. Inoltre, lo studio suggerisce di cercare di informare i non addetti ai lavori su quanti e quali siano i danni procurati dagli animali selvatici, di comunicare l’impegno delle associazioni nella nascita di una filiera tracciata della carne di selvaggina promuovendone l’impiego in cucina e valorizzandola anche a livello scientifico ed accademico

Altri aspetti, che secondo lo studio vanno evidenziati, riguardano la tutela del territorio che è determinata dalla presenza del cacciatore, un cacciatore che per ottenere la licenza si impegna nella conoscenza della normativa, dell’habitat faunistico e delle buone pratiche per il rispetto del territorio. Tutto questo per restituire dignità alla pratica venatoria in accordo allo spirito del tempo. Andrebbero quindi realizzati eventi e convegni orientati a far conoscere gli aspetti concreti dell’attività venatoria al pubblico dei più giovani, restituendo dignità alla tradizione.

La sfida è ardua, ciò che ci viene chiesto è di riscoprire e diffondere una cultura un tempo fortemente radicata nel nostro paese, figlia di quella ruralità che muore anch’essa sotto i colpi di uno sviluppo “urbanizzante” che fa della natura e degli animali qualcosa di stereotipato ed intoccabile, non senza conseguenze. Più volte su queste pagine si è prospettata una rivoluzione paradigmatica che possa ridare al cacciatore un ruolo centrale nella conservazione; questo passa sicuramente attraverso la collaborazione dei diversi portatori di interessi coinvolti nella gestione faunistico-venatoria: cacciatori, agricoltori e ambientalisti. Il futuro della caccia sarà meno incerto se sapremo essere in grado di formare le nuove generazioni per svolgere la nostra passione in un’ottica di utilità generale finalizzata alla gestione razionale di risorse (paesaggio, ambiente, fauna) senza la cui conservazione ogni uso attuale o futuro è (e sarà di fatto) impossibile, a prescindere dalla caccia.

Giuliano Milana

About the author

Giuliano Milana

Giuliano Milana

Naturalista, biologo ed agrotecnico laureato.
Autore di pubblicazioni su riviste scientifiche nazionali ed internazionali, presidente di EPS Sardegna

Translate »