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Le razze domestiche di Piccione, pur non essendo rare, occupano un posto rilevante nella cultura umana e negli ecosistemi urbani. Sempre più spesso le persone, ed in particolare i bambini in conseguenza dei moderni stili di vita, si trovano a vivere in aree urbane dove hanno uno dei pochi contatti con la natura e gli animali, proprio con i piccioni. Questo inevitabilmente comporta, nei confronti di questo animale, reazioni diametralmente opposte da parte di chi con esso convive quotidianamente.

Da dove vengono i colombi domestici?

Il Colombo domestico (Columba livia domestica) è un’entità faunistica originatasi a seguito di un lungo processo di domesticazione, iniziato tra 5 e 10 mila anni fa, nella Mezzaluna Fertile. Qui le popolazioni locali, ormai stanziali e dedite all’agricoltura, iniziarono ad allevare giovani di Colombo selvatico (Columba livia). L’uomo, nel corso dei millenni, ha allevato i piccioni operando una selezione artificiale per favorire alcuni caratteri quali le dimensioni, la prolificità, le caratteristiche delle carni, la capacità di orientamento e la bellezza del piumaggio; dando così origine a numerose razze. Tra esse, di rilievo per la cultura e l’economia delle società umane, vi è sicuramente il Piccione viaggiatore, utilizzato come efficace e fondamentale mezzo di comunicazione fino ai due eventi bellici mondiali del secolo scorso. In conseguenza di tutto ciò, il Colombo (Columba livia) è oggi presente con tre entità differenti: a) il Colombo selvatico originario, con popolazioni viventi negli ambienti rupestri di elezione o in aree urbane localizzate; b) le numerose razze domestiche allevate e mantenute in tale stato; c) le popolazioni di colombi rinselvatichiti che si sono sviluppate specialmente, ma non esclusivamente, nelle città a partire dalla fine del XVIII secolo, con un ulteriore significativo incremento nel corso del secondo dopoguerra.

Le attuali popolazioni di Colombo “urbano” (per gli inglesi “feral pigeon”), presenti nelle principali città, hanno avuto origine da esemplari sfuggiti al controllo dei proprietari: abbandonati o scappati dalle colombaie, ex colombi viaggiatori, piccioni rilasciati nel corso di manifestazioni, piccioni scampati alla pratica (un tempo diffusa) del tiro al piccione ecc. (L’Hurlingham Club di Londra fu  fondato nel 1869 espressamente per il tiro al piccione, quando la pratica fu resa illegale nel 1921, fu inventato il tiro al piattello) tutti questi appartenenti pertanto a forme domestiche di Colombo selvatico. L’apporto, proveniente da colombi selvatici, nella formazione delle attuali popolazioni urbane è da ritenere minoritario, sebbene sia presumibile un certo scambio genico, fenomeno che attualmente costituisce un problema di inquinamento genetico per le relitte popolazioni di Colombo selvatico che sopravvivono soprattutto in Sardegna e in alcune zone appenniniche.

Quindi da un punto di vista zoologico, il Colombo di città  rappresenta un’entità particolare e distinta che non sarebbe da assimilare né alla forma selvatica, né a quella domestica. Si tratta infatti di un animale domestico rinselvatichito, che attualmente si comporta come un selvatico, avendo però le origini più prossime alla forma domestica. Una volta tornati in libertà, in una condizione di sinantropia, sono stati favoriti dalla maggior disponibilità alimentare garantita dallo sviluppo dell’agricoltura e dall’espansione urbanistica. Quest’ultima mette a disposizione cibo e un ambiente vicariante molto simile alle pareti rocciose che sono l’habitat originario ed elettivo del Colombo selvatico.

Un’ulteriore difficoltà che riguarda le attività connesse allo studio e gestione dei piccioni è la terminologia con cui vengono definiti individui e popolazioni. In altre parole, colombo o piccione? Nelle pubblicazioni recenti sono state impiegate numerose combinazioni diverse tra nomi in italiano e nomi scientifici, tra cui “Piccione urbano”, “Piccione torraiolo”, “Colombo urbano”, eccetera. Pur riconoscendo che il nome di “piccione” è stato spesso utilizzato nella letteratura scientifica italiana, recente e passata, va sottolineato che tale termine indicava, in origine, i pulli dei “colombi”, spesso utilizzati a fini alimentari. Di fatto piccione deriva, dal latino Pipio-(gen. pipionis), che indica proprio i nidiacei, quelli che, appunto, “pigolano” anziché tubare, animali che venivano e vengono diffusamente e comunemente utilizzati per la tavola. Il termine è quindi entrato nell’uso comune grazie proprio alla sua diffusione nell’uso alimentare/commerciale. In generale, stando alle ultime pubblicazioni, si suggerisce di sostituire il termine “piccione” con “colombo”, indicando la specie nel suo insieme semplicemente come Colombo Columba livia, in analogia ai termini usati per il Colombaccio Columba palumbus e la Colombella Columba oenas.

Darwin adorava i colombi

L’interesse per i colombi da parte del famoso naturalista inglese si evince dal fatto che gran parte del primo capitolo de “On The Origin of Species”, nel quale Darwin descrive le molte razze che possono essere create artificialmente, sia ad essi dedicato.  Oltre a fornirci cibo, fertilizzanti e divertimento, anche i colombi hanno svolto un ruolo utile in medicina. La prolattina, l’ormone responsabile della produzione di latte nei mammiferi, fu isolata per la prima volta nel 1933 nei colombi; lo stesso ormone stimola gli uccelli maschi e femmine a secernere il “latte del gozzo”, una sostanza risultante dallo sviluppo delle cellule epiteliali che tappezzano il gozzo e che viene utilizzato per nutrire i pulli.

Colombi in guerra e in pace

I colombi sono probabilmente più famosi per la loro capacità di “homing”, ovvero di ritrovare la strada di casa e consegnare i messaggi. Questa fu sfruttata per la prima volta 3000 anni fa. Siria e Persia, nel V secolo a.C.,  avevano fitte schiere di colombi dedite al trasporto di messaggi. Nel 1850, il nascente e famosissimo servizio di notizie di Paul Julius Reuter utilizzava “piccioni viaggiatori” per percorrere i 120 km tra Aquisgrana e Bruxelles. Vennero gettate così le basi per un’agenzia di stampa globale.

La loro abilità nel trasporto dei messaggi fu sfruttata moltissimo durante le due guerre mondiali: nei primi anni ’40, l’American Signal Pigeon Corps era composto da 3.150 soldati e 54.000 colombi. Circa il 90 % dei messaggi arrivò a destinazione. Fino al punto che di 54 medaglie assegnate nella seconda guerra mondiale, 32 andarono ai colombi.

I “piccioni viaggiatori” sono ancora impiegati?

Ancora oggi i piccioni viaggiatori restano un mezzo utile di comunicazione in aree remote. Viviamo nell’epoca della comunicazione digitale eppure nel 2009, in Sudafrica, un colombo ha percorso 80 km per portare una memory stick, da 4 Gb, da una sede all’altra della società Unlimited. Tutto è nato da una battuta in merito alla lentezza del servizio di ADSL fornito dal locale gestore Telkom. Per portare da una sede all’altra la memory stick il colombo ha impiegato 1 ora e 8 minuti. Dopodiché c’è voluta un’altra ora per scaricare i contenuti nel computer di destinazione. Due ore, 6 minuti e 57 secondi in tutto. Nello stesso lasso di tempo la linea ADSL aveva trasmesso solo il 4% della stessa quantità di dati. Forse, per questo, non sorprende affatto che i talebani abbiano proibito alle persone di possedere o usare i piccioni viaggiatori in Afghanistan.

Nonostante decenni di ricerche, non siamo ancora sicuri di come i colombi possano tornare a casa con tale apparente facilità. In parte questa confusione è dovuta al fatto che razze diverse sembrino basarsi su diversi segnali. La maggior parte dei ricercatori concorda nel ritenere che i colombi usino il sole e/o il campo magnetico terrestre per orientarsi nei lunghi viaggi, con l’uso della vista che diventa più importante nei pressi della loro colombaia; ulteriori studi suggeriscono che anche l’olfatto possa avere un ruolo determinante.

Come e soprattutto perché si è trasformato in un problema?

Il motivo fondamentale è che la tecnologia moderna ha rapidamente ridotto la nostra dipendenza dai colombi.  Ciò che vediamo oggi, nelle maggiori città di tutti i continenti (tranne l’Antartide), è solo la conseguenza della stretta associazione tra uomo e colombi durata per diversi millenni; sembrerebbe difficile comprendere il perché questi siano poco graditi. Dopotutto, sono tra i pochi uccelli che frequentano abitualmente e in gran numero le nostre città. Questo nonostante molte persone gradiscano la loro presenza fino a trasformarli in vere e proprie attrazioni tipiche di determinate mete turistiche come Trafalgar Square a Londra e Piazza San Marco a Venezia.

Si dice spesso che i piccioni siano una vera seccatura, ma quali sono esattamente i problemi? La lamentela standard è che ce ne sono troppi e quindi devono essere controllati. Si dice anche che i colombi siano “sporchi” perché sporcano le strade e gli edifici. Il colombo è portatore di circa 60 malattie, alcune delle quali potenzialmente mortali, contagiose per l’uomo e per gli animali domestici, i cui agenti patogeni vengono trovati nei suoi escrementi. Citandone alcune tra le più comuni e pericolose: Salmonellosi, Criptococcosi, Istoplasmosi, Ornitosi, Aspergillosi, Candidosi, Clamidosi, Coccidiosi, Encefalite, Tubercolosi, ecc.

Gli agenti patogeni di queste malattie vengono trovati negli escrementi. Non è necessario il contatto diretto: il vento, gli aspiratori, i ventilatori possono trasportare la polvere infetta delle deiezioni secche negli appartamenti, nei ristoranti, negli uffici, negli ospedali, nelle scuole, ecc., contaminando gli alimenti, gli utensili da cucina, la biancheria, ed innescando i processi infettivi. Associata alle colonie di volatili, c’è sempre la presenza dei loro ectoparassiti, in particolare pulci, cimici, zecche (zecca molle del piccione  Argas reflexus) ed acari, che spesso causano forti infestazioni all’interno di edifici ove sono posti i nidi, soprattutto all’interno dei sottotetti. Solai sporcati dagli escrementi; guano e carcasse che contaminano pericolosamente l’ambiente. I parassiti, potenzialmente dannosi anche per l’uomo, sono fonte di seri problemi igienico-sanitari, essendo a loro volta vettori di gravi malattie infettive. Inoltre, il guano dei colombi, sciogliendosi con le piogge, causa il deterioramento dei monumenti e dei fabbricati: la componente acida del percolato scioglie il carbonato di calcio danneggiando marmi ed intonaci, costituendo una minaccia, in particolar modo, per le nostre città d’arte. Oltre al danno strutturale si deve considerare che il composto organico a reazione acida, offre un substrato ideale per la proliferazione di organismi quali muffe e funghi.

Non ci resta dunque che prendere atto della realtà complessa che ruota attorno a questa specie. Non possiamo però fare a meno di sottolineare che, seppur rappresentino ormai una peculiarità della nostra quotidianità, debbano comunque essere, in qualche modo, gestiti.

Manuela Lai

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Manuela Lai

Manuela Lai

Naturalista ed agrotecnico laureato.
Esperta di wildlife economy, filiera, uso sostenibile e valorizzazione delle carni di selvaggina. Influencer e blogger del wild food.

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