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In un momento storico che ci vede costretti all’interno delle mura domestiche, stiamo riscoprendo un rapporto con il cibo che nella nostra specie, ormai, va oltre la semplice necessità di nutrirsi. Ma, è sempre stato così? Evidentemente no. Sempre più spesso la scelta di una, tra le infinite diete, non è dettata dalle esigenze reali del nostro organismo bensì dalle mode del momento. Non sempre, per ovvie ragioni, questo è stato possibile. Un aspetto cruciale, che non possiamo sottovalutare, é lo stretto rapporto che lega la nostra salute con l’alimentazione. Tra le tante varianti attualmente presenti, nel panorama dei regimi alimentari, spicca senza dubbio la Paleo dieta. La sua peculiarità risiede nel fatto che si possano mangiare solo carne, pesce, frutta, verdura e semi eliminando tutti i legumi, i cereali, il latte ed i suoi derivati ovvero tutti quegli alimenti entrati nell’alimentazione dell’uomo in seguito all’avvento di agricoltura ed allevamento. Siamo innatamente propensi a fare la semplice equazione antico uguale salutare; indubbiamente, da un certo punto di vista, questo può essere vero dato che prima non si aveva a disposizione tutta la “chimica” che oggi, invece, occupa gran parte del processo produttivo. Tuttavia, un recente studio (https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S1040618220300203?via%3Dihub#!), ha sollevato dubbi sulla effettiva salubrità degli alimenti costituenti il regime alimentare dei nostri antenati. Al di là degli aspetti meramente nutrizionali collegati a questa dieta, che sono stati trattati in più articoli dedicati, voglio verificare, servendomi di questa ricerca, gli eventuali aspetti negativi riscontrati nell’alimentazione dei primi umani in Norvegia settentrionale. Pare infatti che il cibo ingerito, da alcuni di loro, possa non solo essere stato malsano ma addirittura tossico; attraverso l’assunzione di pesce, potrebbero aver assorbito una quantità di metalli pericolosi, 20 volte maggiore rispetto alle dosi consigliate per l’uomo. A queste affermazioni si è giunti grazie all’analisi di resti di merluzzo e di ossa di foca trovati in antiche fosse, utilizzate per la spazzatura, di otto siti archeologici diversi nei pressi di Varenger. Lo studio di questi resti, appartenenti ad animali che erano parte integrante della dieta degli uomini vissuti in quell’area, tra i 6300 ed i 3800 anni fa, ha evidenziato la presenza di tagli nelle ossa di foca, che lasciano intendere che questa venisse utilizzata principalmente come alimento e non esclusivamente cacciata per la sua pelle, nonché alti livelli di mercurio nei resti di merluzzo. Ma, tenendo presente che al tempo non erano certamente presenti le ingenti attività antropiche alla base di questo tipo di inquinamento, mi viene spontaneo domandarmi quale possa essere stata la causa all’origine di tale “avvelenamento”. L’ipotesi più accreditata è quella che attribuisce un ruolo determinante ai cambiamenti climatici, occorsi in quel periodo, nell’aumento di piombo, mercurio e cadmio nell’acqua. I metalli pesanti sono componenti naturali della crosta terrestre, presenti naturalmente sulle coste: si ipotizza che attraverso l’erosione delle scogliere e l’innalzamento del livello del mare, questi ultimi che non possono essere degradati né distrutti, siano in esso confluiti andando a contaminare la vita marina. In piccola misura, questi elementi entrano nel nostro corpo tramite cibo, acqua ed aria e, come elementi in tracce, sono essenziali per regolare il metabolismo del corpo umano (per esempio selenio, zinco, rame). Tuttavia, a concentrazioni più alte possono portare, appunto, ad avvelenamento.

In particolare, dall’analisi dei resti in questione, è emerso che il cadmio superava di 20 volte il livello odierno riscontrato nel merluzzo, di 15 volte nella foca; in entrambi i casi, la quantità di piombo era “solo” di 4 volte maggiore rispetto ad oggi. Il livello di mercurio, invece, risultava alto ma ancora al di sotto del limite raccomandato e gli stessi valori sono stati riscontrati nel pescato di adesso. In conclusione, lo studio non ha permesso di scoprire quanto questi cibi contaminati abbiano influenzato in modo negativo la vita degli abitanti in quanto, la loro dieta oltre a merluzzo, foca, balena, delfino ed eglefino o asinello (Melanogrammus aeglefinus) includeva anche frutta, verdura e carne di renna, castoro e coniglio ovvero cibi “terrestri” che potrebbero aver mitigato gli effetti dei metalli pesanti nell’organismo. Ad incidere su una “incompleta” scoperta è intervenuto il fatto che si avessero a disposizione campioni di resti relativi ad un nucleo abitativo molto ristretto; l’obiettivo dei ricercatori pertanto è quello di riuscire a studiare ulteriori resti animali al fine di avere prove sufficienti a dimostrare se effettivamente, gli organismi marini di quell’epoca fossero contaminati da sostanze tossiche ed inquinanti.

Manuela Lai

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Manuela Lai

Manuela Lai

Naturalista ed agrotecnico laureato.
Esperta di wildlife economy, filiera, uso sostenibile e valorizzazione delle carni di selvaggina. Influencer e blogger del wild food.

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