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Viviamo in un mondo in continuo cambiamento, o meglio viviamo in un mondo nel quale la nostra mano ha condizionato e condiziona il pianeta tanto da definire questa nuova fase “antropocene”. Una nuova era geologica, nella quale all’uomo e alle sua attività sono attribuite le cause principali delle modifiche territoriali, strutturali e climatiche. Non che la Terra senza l’uomo non cambi ma i ritmi sono  lenti, non sempre graduali, e solitamente meno repentini.
A questo punto vi starete chiedendo dove sto andando a parare con questo mio discorso.
Semplicemente vorrei concentrare l’attenzione su quanto accaduto nel, seppur breve, arco temporale degli ultimi 30/40 anni e come questo abbia condizionato ed avuto ripercussioni su cose solo apparentemente distinte. Citando il sommo poeta posso affermare, a 40 anni, di essere nel “mezzo del cammin di nostra vita” quindi pur non essendo e sentendomi vecchio ho assistito in prima persona alle modifiche negli “usi” e nei “costumi” occorse attorno a me. Ritengo che chiunque abbia avuto la fortuna di crescere, in particolar modo, in piccole realtà rurali abbia assistito al medesimo iter .
Lasciando da parte tutto quello che ha riguardato le attività commerciali, i grandi centri e la scomparsa o la “resistenza” delle botteghe, quello che più cattura la mia attenzione sono i comportamenti e la percezione comune di alcune azioni un tempo (30 anni fa!) comuni e consuete ed oggi considerate “superate” o addirittura quasi un tabù.
Non voglio essere tacciato come retrogrado e quindi viva Dio se sono ulteriormente migliorate le condizioni generali e se anche nelle campagne ormai si possa rimanere “connessi”, ad ogni livello, non solo con le vicine città ma con il mondo intero.
Il mio focus, sicuramente di parte, si concentra principalmente su cose che, appartenute alla mia infanzia, oggi a malapena resistono sotto gli attacchi di un mondo e di “uomini” che non riconosco più. Forse, mai come prima, oggi si parla di ruralità, di filiera, di prodotti bio, di slow food, di paesaggio e territorio eppure ci sono cortocircuiti cittadini, pensieri urbani che alterano la percezione e il significato di questi concetti. Per me bambino era normale aiutare ed assistere mio nonno mentre uccideva ed eviscerava un coniglio, un pollo, un maiale o accompagnare mio padre a caccia. Lentamente queste pratiche comuni e consuete per molti sono diventate prerogativa di pochi resistenti, ed i conigli ormai scorrazzano negli appartamenti – a volte dormono nei letti – con gente che si batte perché siano riconosciuti come animali d’affezione. Questo non ci ha condizionato solo nei comportamenti ma ha modificato nella sostanza anche i paesaggi: spopolamento dei paesi e delle montagne, abbandono e modifica intensiva dell’agricoltura e dell’allevamento. Il tutto con ripercussioni floristiche e faunistiche, favorendo il recupero o il proliferare di determinate specie a spese di altre. Lo abbiamo ripetuto più volte anche sulle pagine della nostra rivista (La Riserva di Caccia), la conservazione non può prescindere dalla gestione, dalla ‘cura’ del territorio, dal monitoraggio permanente, che garantiscono un futuro migliore e sostenibile di ogni attività “rurale”. Molti sostengono che la caccia vada vietata in quanto esistono gli allevamenti di bestiame per soddisfare il bisogno proteico ma l’allevamento intensivo è migliore della caccia? Migliore per chi? Non certo per il pianeta in quanto gli allevamenti industriali inquinano. Non per l’uomo in quanto la grande richiesta di foraggio sottrae spazio all’agricoltura, per non considerare il massiccio uso di antibiotici e della chimica in genere che si ripercuote sulla nostra salute. Infine non è di certo migliore per gli animali, in quanto la selvaggina fino a poco prima del prelievo è, per definizione, libera da ogni costrizione. Se si prendono in considerazione le conseguenze per la salute umana e le condizioni di vita degli animali stabulati in maniera intensiva sostenere l’abolizione dell’attività venatoria perché esistono gli allevamenti è un modo di ragionare al contrario, paradossalmente se ci sta a cuore l’ambiente occorrerebbe bensì favorire la caccia per diminuire l’impatto dell’allevamento industriale. Ed invece assistiamo all’esplosione demografica di popolazioni di ungulati e anziché approfittare dell’occasione prendiamo in considerazione costosi e scarsamente funzionali programmi ‘anticoncezionali’ per non ricorrere al prelievo venatorio!
Quindi ci piace il bio, la filiera corta, l’eccellenza locale, siamo disposti anche a spendere di più ma la nostra percezione è cambiata, la nostra mano è distante dal quel prelievo nella forma e nella sostanza.
Siamo convinti che i nostri gesti prescindano dalla violenza fino a ritenere responsabili di macchiarsi di sangue il piccolo allevatore o il cacciatore. Tralasciamo la cultura rurale che queste figure conservano, confondiamo i termini e, nel calderone, il prelievo sostenibile finisce assieme al bracconaggio e l’allevamento assieme ai lager per bestiame. Nei fatti un cacciatore o un allevatore nell’atto di togliere una vita se ne assumono la responsabilità e, nonostante la “modernità”, permangono in questo atto il rispetto della spoglia e i riti di ringraziamento.
Ho premesso che il mio sicuramente sarebbe stato un parere di parte, non voglio però incensare la categoria, sono pienamente convinto che attraverso la riscoperta di valori, tradizioni e con il supporto tecnico scientifico la caccia possa avere un ruolo anche in questo mondo attuale, un ruolo utile e in alcuni casi fondamentale nella gestione e nella conservazione della natura e della ruralità.

Giuliano Milana

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Giuliano Milana

Giuliano Milana

Naturalista, biologo ed agrotecnico laureato.
Autore di pubblicazioni su riviste scientifiche nazionali ed internazionali, presidente di EPS Sardegna

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