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In uno studio appena pubblicato  sulla rivista scientifica Journal of Environmental Management (https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0301479720300062) gli autori hanno analizzato il modo in cui i parchi nazionali in Europa gestiscono le popolazioni degli ungulati presenti al loro interno. L’interesse primario dello studio è stato quello di stimare quanto questa gestione fosse in linea con la “naturalness”, ovvero con le condizioni di “naturalità”.

Infatti, stando alle linee guida della IUCN le aree protette, in particolare i parchi nazionali, dovrebbero in qualche modo minimizzare gli interventi umani così da non danneggiare la biodiversità ed i processi ecologici. Pertanto, applicando queste linee guida alla gestione degli ungulati, il contenimento delle popolazioni dovrebbe essere idealmente assicurato, dalla predazione, dalla competizione interspecifica e dalle disponibilità trofiche. Non sempre però questo tipo di approccio costituisce una via praticabile; ad esempio, in molti parchi, l’incidenza della predazione è del tutto assente o comunque troppo bassa. I predatori di ungulati, in particolare lupo e lince, sono scomparsi da gran parte dell’Europa e solo di recente hanno iniziato a ricolonizzare il continente senza per questo concentrarsi esclusivamente sugli ungulati selvatici. Quindi, a causa del conflitto tra uomo e fauna selvatica in molti paesi, per mantenere basse le densità, si ricorre agli abbattimenti o alla caccia propriamente detta. Spesso anche questo tipo di azione è comunque insufficiente per controllare efficacemente gli ungulati. Le conseguenze sono facili da intuire: densità elevate si ripercuotono negativamente sulla vegetazione (ed a cascata su altre specie animali) ed entrano ulteriormente in contrasto con le attività antropiche. Tra le strategie adottate dai parchi oltre alla caccia si ricorre all’alimentazione artificiale. Il foraggiamento è finalizzato, in particolare durante l’inverno, ad impedire o comunque limitare il sovra pascolo mentre la caccia è indirizzata a ridurre direttamente le consistenze dei branchi. Tuttavia, queste pratiche cozzano con le suddette linee guida della IUCN per le aree protette.

Lo scopo dello studio è stato proprio quello di valutare tali attività rispetto alle indicazioni IUCN. E’ stata quindi esaminata la qualità della gestione e quanto questa fosse in linea con la “naturalità” tenendo in considerazione la biodiversità, la presenza di specie domestiche, la possibilità di svolgere l’attività venatoria e la fornitura di alimentazione artificiale. Inoltre, sono stati valutati altri fattori, come l’estensione e gli anni passati dall’istituzione di ogni parco nazionale.

I risultati mostrano che nel 67,9% dei parchi nazionali la fauna selvatica viene gestita, con gli abbattimenti (40,2%) o con la caccia (10,5%) o con entrambi (17,2%). L’alimentazione artificiale viene utilizzata nell’81,3% dei parchi e solo il 28,5% delle aree protette presenta una zona di “non intervento” pari ad almeno il 75% dell’area totale, come invece suggerito sempre dai criteri IUCN. Inoltre, la gestione degli ungulati differisce notevolmente nei diversi paesi, questo probabilmente a causa delle diverse storie, delle tradizioni venatorie e dei contesti culturali e politici nei quali si opera. La gestione degli ungulati è influenzata anche dagli obiettivi e dalle dimensioni del parco nonché dall’impatto umano sul paesaggio ma, rimuovendo queste variabili dai modelli predittivi, si sono viste solo delle minime deviazioni. Ad ogni modo nelle aree con una maggiore pressione antropica, la biodiversità tende ad essere inferiore mentre aumenta di contro il numero di specie domestiche presenti. In conclusione, molti dei parchi nazionali europei non soddisfano gli obiettivi gestionali suggeriti dalla IUCN. Contrariamente a quanto avviene negli Stati Uniti e nel Canada l’Europa attualmente non ha una politica comune per la gestione degli ungulati all’interno dei parchi nazionali e, per tali motivi, gli autori suggeriscono di favorire strategie comuni di gestione integrata.

Una cosa che però vorrei aggiungere, come commento a quanto appena esposto, è che spesso l’uomo viene considerato come qualcosa di esterno alla natura ed alle politiche gestionali. Tralasciamo pure l’importanza di tutelare tutte quelle attività antropiche che, in qualche modo, hanno garantito la conservazione di determinate aree o che comunque hanno interagito, in una “gestione” più o meno inconsapevole, con quei territori a ridosso se non all’interno dei parchi stessi. Parchi che non sono sistemi chiusi ma permeano con le loro scelte gestionali il tessuto che li circonda. Ben venga allora la naturalità o il rewilding, che tanto piace, ma occhio alle conseguenze di determinate scelte unidirezionali che, in assenza di intervento umano, comunque ottengono risultati che non necessariamente favoriscono la biodiversità e contemporaneamente la convivenza con l’animale uomo e le sue attività. In fondo è probabile che, anche nel nostro paese, un uso del territorio più corretto e consapevole possa riuscire assai più utile alla difesa di molte specie rispetto ad una serie di interventi volti a proteggere singole specie. I parchi nazionali, giustamente, debbono proteggere ma una gestione illuminata delle “produzioni animali” e “vegetali” potrebbe sicuramente garantire minori conflitti oltre a favorire la nascita di filiere ed eccellenze senza per questo rinunciare alla conservazione.

Giuliano Milana

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Giuliano Milana

Giuliano Milana

Naturalista, biologo ed agrotecnico laureato.
Autore di pubblicazioni su riviste scientifiche nazionali ed internazionali, presidente di EPS Sardegna

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