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Per milioni di anni, un ruolo fondamentale nei processi biologici è stato svolto dalle barriere ecologiche costituite da oceani, montagne, deserti e fiumi. L’isolamento ha poi reso possibile la formazione di un’ampia varietà di ecosistemi all’interno dei quali le specie si sono differenziate seguendo distinti percorsi evolutivi; a questo è seguita la colonizzazione, tramite processi generalmente lenti di dispersione naturale, di nuove aree geografiche. Questo ha rappresentato uno dei motori dell’evoluzione. Tuttavia, oggi viviamo in un’epoca profondamente dominata dall’influenza dell’uomo sull’ambiente. Questa dominanza, che ha fortemente alterato tali processi naturali, si palesa negli impatti sugli ecosistemi e nella diffusione di specie invasive a livello mondiale. Quando parliamo di impatti non possiamo che associarli ad attività che, in qualche modo, favoriscono i cambiamenti climatici nonché a scelte che portano alla frammentazione degli habitat spesso correlata a cambiamenti, nell’uso del suolo, associati all’attività agricola e all’espansione urbanistica (ne abbiamo parlato qui: https://lariservadicaccia.com/2020/03/25/il-ruolo-della-selvaggina-nellesplosione-di-una-pandemia/). In merito alle specie invasive, va sottolineato che queste sono ritenute una delle maggiori minacce alla biodiversità globale; l’uomo, in tal senso, può incidere in maniera diretta attraverso movimenti intenzionali e non intenzionali di animali e piante. Troppo spesso, tuttavia, gli sforzi per arginare tale diffusione sono stati limitati, se non vanificati, dalla mancanza di tempestività e di risorse economiche, sovente, troppo limitate. Il cinghiale (Sus scrofa), attualmente è il mammifero, non domestico, con il più ampio areale globale di distribuzione. La specie, originaria di Eurasia e di parte del Nord-Africa, ha avuto modo di espandersi demograficamente, grazie ad introduzioni antropiche nonché a fenomeni di dispersione naturale, arrivando ad essere presente in tutti i continenti, tranne l’Antartide. L’ampia distribuzione geografica della specie unitamente alla sua natura generalista, alla maturità sessuale precoce, alla enorme capacità riproduttiva ed alla plasticità trofica hanno fatto si che riuscisse ad adattarsi facilmente ed a sopravvivere in un’ampia gamma di ambienti. I cinghiali, una specie, oggi, altamente invasiva in Nord America sono considerati degli ibridi discendenti dal cinghiale eurasiatico (Sus scrofa scrofa) e dal maiale domestico (Sus scrofa domesticus). L’arrivo in Canada, del cinghiale, si colloca tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90. Alla base di questa introduzione ci fu un’iniziativa di diversificazione agricola, promossa dal Ministero dell’Agricoltura, per diversificare le specie animali ed integrare i redditi dei produttori, che prevedeva l’allevamento di questa specie al fine della commercializzazione delle carni. Ma, come forse poteva essere facile prevedere, non passò tanto tempo prima che diversi esemplari riuscissero a fuggire, alcuni scavando sotto le recinzioni altri invece liberati intenzionalmente dagli allevatori in seguito ad una flessione nella domanda delle carni. Sulla base delle condizioni climatiche, ritenute altamente proibitive e quindi fortemente in grado di costituire un fattore limitante per la sopravvivenza dei fuggiaschi, questa dispersione di fauna alloctona venne gravemente sottovalutata. Come detto, i discendenti di questi cinghiali, si sono incrociati con maiali domestici e il tutto ha originato le popolazioni rinselvatichite che stanno rapidamente conquistando il territorio canadese (tutto il Canada occidentale e centrale, dalla Columbia Britannica a Manitoba e oltre). Anche negli Stati Uniti, i suini selvatici sono considerati la specie invasiva più dannosa. L’aumento esponenziale della consistenza numerica amplifica l’impatto sulle attività antropiche, nello specifico aumentano i danni alle attività agricole e alle proprietà terriere, aumenta il rischio di trasmissione di malattie all’uomo, agli animali domestici ed a quelli allevati, aumentano gli incidenti stradali nonché i danni ai boschi con una possibile alterazione nella loro naturale rigenerazione. Nondimeno, l’attività di scavo del suolo finalizzato alla ricerca di rizomi, radici, tuberi e bulbi e la predazione a carico di insetti, molluschi, pesci, roditori, insettivori, uova e nidiacei di uccelli, anfibi, lucertole e serpenti possono creare squilibri ecosistemici. Questi suini possono arrivare a pesare 600 libbre (circa 273 kg) o più e sono equipaggiati di difese affilate. La loro condizione di ibridi ha consentito che si espandessero rapidamente rendendoli particolarmente tolleranti al freddo estremo ed incrementando la loro capacità riproduttiva. Anche nella consistenza delle cucciolate si evidenzia un aumento, tanto da portare i ricercatori dell’Università del Saskatchewan a parlare di “super maiali”. Quando si ha a che fare, come nel caso di questi suini, con specie invasive a rapida espansione, è fondamentale disporre di informazioni aggiornate relative alla loro distribuzione spaziale, anche attraverso una mappatura puntuale delle popolazioni. Questo è fondamentale per organizzare una gestione efficace ed è essenziale aggiornare il dataset costantemente così da poter pianificare al meglio lo sforzo nel controllare, limitare o addirittura (nei casi più estremi) eradicare la specie.  Questi aspetti mettono in luce, ancora una volta, l’importanza della gestione e soprattutto quanto sia importante agire nelle prime fasi di dell’invasione. Infatti, come si può facilmente intuire, contenere/eradicare un numero esiguo di esemplari è molto più semplice. Temporeggiare, in questi casi, può essere deleterio sia in una prospettiva ecologica che da un punto di vista meramente economico. Optare per un approccio di tipo “sentimentale” di matrice animalista a scapito di uno gestionale, con prospettive di eradicazione tempestiva, potrebbe rappresentare una scelta totalmente controproducente. Lasciar proliferare indisturbata una specie altamente invasiva potrebbe avere un impatto devastante su più fronti, sia sulla fauna autoctona che sul comparto agricolo, e su tutti quegli aspetti già trattati in questa discussione. Infine, nel caso specifico, non possiamo non considerare che il problema potrebbe essere convertito in risorsa grazie ad una filiera di carni, ad altissima qualità organolettica, prive delle sostanze tipicamente in uso negli allevamenti intensivi e, per tali motivi, molto pregiate.

Manuela Lai

Per approfondimenti:
https://www.nature.com/articles/s41598-019-43729-y

About the author

Manuela Lai

Manuela Lai

Naturalista ed agrotecnico laureato.
Esperta di wildlife economy, filiera, uso sostenibile e valorizzazione delle carni di selvaggina. Influencer e blogger del wild food.

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