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Il rapporto tra attività venatoria e mondo della ricerca non è stato sempre uguale nel corso del tempo. Nei fatti il modo più diretto per avere esperienza di un animale è forse quello di catturarlo, di conservarlo di confrontarlo con altri. Sulla spinta di “catalogare”, ed avere un’idea delle relazioni tra le specie, fino ad un certo punto, la figura del naturalista “romantico” ha coinciso con quella del cacciatore/collezionista. Lo stesso Darwin, da buon cacciatore, seppe trarre il massimo dalle sue osservazioni ed in merito all’ars venandi si esprimeva, in “Viaggio di un naturalista attorno al mondo”, in tal senso:

È stato detto che l’amore della caccia è una gioia inerente all’uomo, un avanzo di una passione istintiva. Se ciò è vero, son certo che il piacere di vivere all’aria aperta, col cielo per tetto e il terreno per mensa, è parte dello stesso sentimento; è il selvaggio che ritorna ai suoi usi nativi e barbari.

Si può affermare che la zoologia sia diventata una disciplina scientifica nel XIX secolo pur esistendo, di fatto, sin dall’antichità; ne sono esempio Aristotele o Plinio il Vecchio, solo per citarne alcuni. Per controparte la caccia si è trasformata nel tempo da attività finalizzata alla ricerca di cibo ad attività, passatemi il termine (poi vedremo che non è solo così), ludica.

Nel nostro paese, e non solo, oltre alla caccia come la conosciamo oggi la “fame” e le scarse possibilità economiche spingevano a ripiegare su altre forme, considerate forse meno “nobili” ma che permettevano di recuperare proteine da destinare alle mense delle famiglie dei meno abbienti. L’aucupio (da avis uccello e capere prendere) fatto con diverse tecniche tra le quali le panie, la prodina, la ragnaia, il paretaio, la Bressana, il roccolo ecc. la faceva da padrone. Nei primi del ‘900 diversi autori, come Ghigi, Ugolini e Toschi ne evidenziarono l’incompatibilità con la corretta gestione del patrimonio faunistico. La prima legge nazionale sulla caccia fu la n° 1420 del 24 giugno del 1923, e da li in poi queste forme furono progressivamente vietate. Oggi che le campagne si sono spopolate, nessuno, fatto salvo forse qualche bracconiere, utilizza più tali pratiche; eppure la selvaggina, migratoria e stanziale, ha subito un calo drastico. All’epoca avevamo sicuramente una biodiversità, sia faunistica che floristica, superiore a quella attuale e se da un lato l’abbandono delle campagne e delle montagne ha permesso il ritorno degli ungulati prima e dei predatori poi, dall’altro questo ha comportato la scomparsa o la rarefazione della “nobile stanziale” e, in genere, di numerose specie di uccelli.

Ad ogni modo l’attenzione alla fauna e, in qualche modo, alla sua gestione portò ad approfondire determinate tematiche e la legge 1016/1939 incaricò, quale organo di consulenza tecnico-scientifica del ministero della agricoltura e delle foreste in materia di caccia, il Laboratorio di zoologia applicata alla caccia, istituito presso l’Università di Bologna. Quello che successivamente diventerà prima l’Istituto nazionale per la fauna selvatica (INFS) e poi, nel 2010, confluirà assieme all’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente e per i servizi Tecnici (APAT) e all’Istituto Centrale per la Ricerca Scientifica e Tecnologica applicata al Mare (ICRAM), nell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA).

Alessandro Ghigi fondò il su citato Laboratorio di zoologia applicata alla caccia e, pur non essendo egli un cacciatore, approfondì molte tematiche relative alla gestione ed alla conservazione in relazione all’attività venatoria. Diverse erano le attività condotte e numerose furono anche le pubblicazioni. Tra i vari esperimenti condotti a Bologna vi furono quelli volti all’acclimatazione delle specie esotiche, come lo stesso Ghigi riporta nel volume “La Caccia”: “il ministero dell’Economia nazionale, incoraggiato anche da un voto del Comitato consultivo della Caccia dell’epoca, entrato in quest’ordine di idee, mi dette, fino dal 1925, l’incarico di compiere esperimenti in proposito, fornendo all’istituto zoologico dell’Università di Bologna i mezzi finanziari per costruire voliere e per acquistare selvaggina esotica”.

Quindi, in qualche modo, il mondo venatorio fu un interlocutore dell’accademia e molte operazioni furono condotte di concerto. Ma, ad un certo punto le strade si separarono. All’accademia furono riconosciuti i meriti di alcune di quelle operazioni, ai cacciatori solo gli errori (e.g. introduzioni). Forse il nascente movimento ambientalista cambiò la percezione dell’opinione pubblica che riconobbe (e riconosce) nel cacciatore un distruttore piuttosto che un possibile alleato nella gestione della natura e nella conservazione delle sue risorse. In breve, e, senza dilungarci eccessivamente, il cacciatore perde il connotato “bucolico” assumendo un’accezione negativa, losca fino ad andare in sinonimia con bracconiere. Certo un esame di coscienza è come sempre opportuno anche per i cacciatori che sicuramente non sono stati dei santi. Inoltre, benché i cacciatori abbiano partecipato attivamente alla nascita di associazioni ambientaliste, con l’avvento dell’animalismo è iniziato un processo di “emarginazione” o di “chiusura” che ha portato ad evitare il confronto; confronto nel quale il vantaggio, emotivo e sentimentale, è appannaggio degli animalisti. Tutto questo è avvenuto mentre la nostra cultura rurale invecchiava lasciando spazio all’inurbamento. Perdendo così quel bagaglio di “competenze” e nozioni sulle quali era fondato il rapporto uomo-animali vissuto “in campo” nell’esperienza quotidiana e favorendo, al contempo, il consolidamento e l’affermazione di un nuovo rapporto uomo-animali idealizzato e vissuto a distanza, magari in una stanza cittadina e comodamente seduti sul divano.

Quindi facendo un passo indietro siamo sicuri che il protezionismo totale, l’abbandono delle campagne e delle attività connesse con quei territori abbiano giovato alla conservazione? E non è possibile che l’Accademia, pur avendo cambiato in qualche modo gli interlocutori, oggi sbagli come sbagliava tanti anni fa quando, ad esempio, si voleva introdurre l’ammotrago in Italia?

Forse ci dobbiamo chiedere cosa vogliamo conservare in questo mondo plasmato a nostra immagine nel quale rincorriamo una naturalità “idealizzata”. L’uomo ha indubbiamente favorito e sfavorito specie, ciclicamente da quando è apparso su questo pianeta ma, se la misura deve essere la biodiversità (quale biodiversità poi?), allora alcune certezze nelle scelte vacillano. Qualsiasi cacciatore che abbia un briciolo di memoria, magari familiare, saprà restituire una descrizione attenta dei cambiamenti occorsi nei territori frequentati, ed è palese che il ruolo giocato in tali cambiamenti dallo stesso cacciatore, sia solo marginale o minimamente incidente. Inutile ostinarsi nei ripopolamenti di specie in quegli stessi territori ormai non più idonei seppure la memoria ci illuda.  L’attività venatoria non è solo quella attività ludica alla quale facevo riferimento in apertura al mio articolo, è al contempo controllo, presidio, e difesa del territorio. Ciò che dunque appare, in qualche modo palese, è che ragionando di conservazione non si possono mettere l’uomo e le sue attività fuori dal discorso in un approccio miope e volto ad accontentare sempre e solo un’unica parte che non è detto abbia ragione. Inoltre, e qui mi rivolgo a chi dovrebbe decidere e dettare le linee, il “non fare nulla”, il galleggiare, è comunque una scelta gestionale le cui conseguenze qualcuno dovrà pur pagarle.

Giuliano Milana


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Giuliano Milana

Giuliano Milana

Naturalista, biologo ed agrotecnico laureato.
Autore di pubblicazioni su riviste scientifiche nazionali ed internazionali, presidente di EPS Sardegna

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