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Renzo Videsott (Consulente scientifico del Parco Nazionale del Gran Paradiso) La riserva di caccia n°3 Maggio-Giugno 1972. 14-17 

L’etica della caccia ha radici antichissime e profonde. Purtroppo, devo sorvolare sugli insegnamenti etico-scientifici di Federico II Svevo, anche perché sono caduti nelle sabbie sterili dell’Europa meridionale; devo sorvolare pure sugli insegnamenti etico-scientifici dell’Imperatore Massimiliano I, anche se hanno originato l’odierna eletta etica venatoria e la scienza della caccia nell’Europa Centrale; al contrario, mi è doveroso fare un accenno all’etica moderna della caccia internazionale. Di fatto, per iniziativa del compianto Presidente del C.I.C. (Conseil International de la Chasse) conte Thurn Valsassina, sono stati approvati all’unanimità dall’Assemblea Generale del C.I.C., Parigi, 10-05-1963, alcuni principi fondamentali, fra i quali ho trascelto i tre seguenti:

  • Rispettando le specie animali, il cacciatore rispetta e protegge nello stesso tempo i luoghi dove esse vivono. Compiendo così un dovere primordiale, egli contribuisce alla conservazione degli equilibri biologici e viene a rappresentare un attivo guardiano della natura, da lui considerata come un tutto unico.
  • I principi così definiti escludono ogni discriminazione fra la selvaggina cosiddetta “utile” e quella detta “nociva”, poiché entrambe rientrano nell’equilibrio spontaneo della natura.
  • La caccia contribuisce a dare a colui che la pratica il senso della sua personalità. Essa risveglia nel vero cacciatore il senso di un’etica, senza la quale la caccia non può essere che la manifestazione nefasta e crudele di impulsi elementari.

Fin qui il C.I.C.. Con questi principi, io che in gioventù fui cacciatore, ed ora, con l’esperienza e gli studi, sono esclusivamente protettore di tutti i veri selvatici, specialmente dei grossi selvatici alpini, resto, scrivendo, teoricamente cacciatore, ma ad alto livello.

PASSIONE DELLA CACCIA

Tutti i carnivori hanno la passione della caccia. Il lupo che sbrana l’agnello, la lince che uccide il cerbiatto, il gatto che piglia il topo, l’astore che afferra il colombo, il luccio che insidia la carpa, il ragno che cattura gli insetti nella sua artistica rete, tutti costoro cacciano! Che anche gli uomini, per loro natura, siano cacciatori, lo prova, se non altro, il fatto che vi sono ancora oggi popolazioni primitive che vivono quasi esclusivamente di caccia. Anche se esse si trovano ancora in uno stadio che noi uomini “civili” abbiamo da tempo superato, ciò nondimeno, non abbiamo assolutamente, neppure noi, vinto quest’istinto trasmessoci dai progenitori. Il diritto morale di cacciare ha meno giustificazione del diritto di soddisfare la conservazione e la produzione della selvaggina cacciata. Sembrerebbe, a questo punto, giusta la conclusione che i cacciatori abbiano tutti i diritti di cacciare, perciò che dipenda solamente “dal come devono cacciare”. Quanto sono lontani, invece, da tutti i diritti, i cacciatori! Difatti si deve considerare che gli animali appena citati cacciano per sopravvivere, si proprio per togliersi la fame, anche con rischio, anche con fatica. Quasi nulla di tutto ciò avviene per la massa dei cacciatori d’Italia. Pertanto, vengono ammazzati animali anche utili per l’economia agraria e forestale e vengono ammazzati solo per divertimento, non già per necessità alimentari vitali. I cacciatori sono veramente agli antipodi di tutti i diritti quando ammazzano dei selvatici di valore, senza aver speso un solo soldo sia per la loro protezione (guardiacaccia), sia per la loro produzione (allevamenti, mangimi, ecc.). Insomma, troppi cacciatori si divertono freneticamente ad ammazzare animali che altri eletti cacciatori hanno allevato, alimentato, custodito. Ciò dipende in gran parte dal grado di evoluzione interiore e di istruzione da noi raggiunto, e da come noi sappiamo padroneggiare gli impulsi istintivi, ossia dipende dalla nostra onorabilità. Alla sfrenata bramosia, fin da giovani, deve opporsi il controllo di se. Dobbiamo constatare che sono ormai rari nella massa dei cacciatori i casi di vera e controllata passione per la caccia. Forse la vera passione i trova ancora nei nordici cacciatori del Ghiottone (Gulo gulo L.) i quali sugli sci seguono, fin quasi all’estremo delle forze, le tracce di questo insidiatore dei loro branchi di renne, con l’intento di ucciderlo; oppure nel cacciatore sulla montagna nevata che, non curando pericoli e fatiche, perseguita un vecchio camoscio dall’irta criniera. O sia pure in minor grado, si trova la vera passione in un cacciatore che fa la posta ad un capriolo o ad un altro maschio ben identificato, e non si dà tregua finché non lo ha colpito. O infine anche in chi, dopo un tiro non centrato, insegue con difficoltà la traccia del selvatico ferito, magari con l’aiuto del cane da pista, per dargli il colpo di grazia, risparmiandogli così le terribili sofferenze di una morte lenta per fatti infettivi. Per un qualsiasi tiro di caccia o alla selvaggina minuta, non occorre passione, basta una certa pratica venatoria. La vera passione si soddisfa anche col semplice “esser fuori”, perché l’attrattiva non è solo quella della selvaggina, ma proviene anche dalla bellezza della natura genuina. Non è sempre necessario sparare. A tal riguardo è da rilevare che nell’Europa centrale il vecchio saluto (ed augurio) di caccia “Weidmanns’ heil!” va sostituendosi con l’abituale saluto alpino “Guten Anblick” (buon spettacolo). Indice di un sottile mutamento, che sfugge al non intenditore, il quale crede che il cacciatore vada a caccia unicamente per sparacchiare insensatamente a tutto ciò che si para davanti al suo fucile. Però, in Italia, purtroppo, la massa dei cacciatori fa proprio così!

AMORE PER LA SELVAGGINA

Il buon cacciatore comprende altresì che la caccia, nella sua estrinsecazione più elevata, non è concepibile senza uno spiccato amore per gli animali in generale. Proprio dal contrasto dei sentimenti, il desiderio di caccia e l’amore agli animali cacciati, deriva quell’etica che sprona il cacciatore all’attività venatoria coscienziosa. Senza la coscienziosa attività venatoria, un individuo sarebbe senza ritegno; all’opposto un altro vorrebbe conservare ogni essere vivente affinché morisse di morte naturale. Il bracconiere – figura nota sia ai cacciatori sia ai protettori, ed a noi tutti massimamente invisa – ed il suo opposto, l’estremista zoofilo, senza discernimento delle situazioni naturali, rappresentano i suoi estremi. Nell’aureo mezzo sta il cacciatore coscienzioso che si sforza di agire con senno. Egli può ben abbattere il vecchio capriolo maschio o il cervo maturo, il grosso cinghiale o il vigile camoscio tarato, gli fa piacere misurare le proprie forze e la propria destrezza venatoria: purché sia certo che i giovani animali, i figli dei vecchi che vengono abbattuti, incalzino in modo abbondante; ma al cacciatore coscienzioso non passerà mai per la testa di puntare la sua carabina su una buona femmina feconda o su un promettente maschio giovane. E se talvolta ha il dovere di farlo, lo fa contro animo, e si sforza di farlo perché costretto, rendendosi conto che in tal modo egli giova alla collettività dei selvatici, la quale va proporzionata alle condizioni ambientali. Anche uccidere grossi selvatici ammalati, sofferenti o con qualche ferita, dei quali si è andati appositamente in cerca, è un penoso dovere che il cacciatore coscienzioso compie, sostenuto dalla coscienza di fare un’opera buona. In tutti questi casi egli si lascia trasportare, in definitiva, dall’amore per gli animali! Anche nella caccia alla selvaggina piccola, quali lepri, conigli, fagiani, anitre, l’etica della caccia fa prevalere solo l’incremento annuale che la riserva – curata dal cacciatore allevatore – produce; però il cacciatore coscienzioso vi caccerà ora più, ora meno, ossia preleverà sempre solo quel tanto (o quel poco o anche niente) che consenta di mantenere una sufficiente densità. È in fondo ciò che fa da secoli il contadino, il quale alleva i suoi volatili, e per farli prosperare deve anche eliminare qualche capo. Talvolta un buon tiro è più misericordioso della macellazione di animali, alla quale s’accompagna, quasi sempre, la brutalità. Difatti, ci sono molti cacciatori ai quali ripudia di scannare col coltello uno stambecco e un capriolo ferito. Il cacciatore coscienzioso rifugge dallo sguardo angosciato dell’animale inerme, ferito a morte, e preferisce, possibilmente, il tiro fulminante che, tra l’altro, frequentemente, risparmia al selvatico anche la vista spaventosa del cacciatore.

CONSERVAZIONE DELLE BIOCENOSI

Assieme alla passione per la caccia e all’amore per gli animali, un altro compito spetta anche alla etica venatoria: la conservazione delle biocenosi, le quali “coordinano la vita degli animali e delle piante”. Per la conservazione si richiede però una comprensione vasta dei reciproci rapporti esistenti nelle biocenosi stesse. Chi distingue la selvaggina in utile e in dannosa assumendo esclusivamente il punto di vista del cacciatore da strapazzo, sbaglia. Il carico dei grossi selvatici, che una riserva può sopportare, dipende prevalentemente dalla disponibilità di pascolo, il quale nel periodo vegetativo può consentire un’alta densità, ma in inverno, sulle Alpi, è il pascolo stesso che impone la riduzione dei selvatici in soprannumero e ci impone altresì – talvolta – l’alimentazione artificiale. Oltre a una certa densità di grosso selvatici, che naturalmente differisce da specie a specie, vi è ancora il pericolo di epizoozie. È la natura stessa che, così facendo, limita il super popolamento, se non riesce a sfoltire abbastanza con l’irradiamento nelle zone circostanti. Spetta però al cacciatore di far in modo che non si arrivi alle epizoozie, se vuole evitare alla selvaggina una lenta e dolorosa morte per malattia, ed a sé stesso la vista di animali morenti. Non sempre il cacciatore, fattosi razionale amministratore, riuscirà da solo in questo intento, ma gli occorreranno altri aiuti. Ad es. il cacciatore che, in primavera specialmente, avrà ridotto il numero delle volpi, per tutelare la selvaggina minore, in autunno, al contrario, dovrà essere grato alle volpi, allorché la mixomatosi fa strage fra i conigli selvatici ed ovunque ve ne sono di morenti con la pelle gonfia di flemmoni o ascessi: allora la volpe, colle sue catture, è valido agente di polizia sanitaria. Perfino l’aborrita cornacchia diventa un uccello utile! Si potrebbe continuare citando molti altri dati favorevoli ai rapaci, proprio molti, ma “a buon intenditor poche parole!”. Tanto, per coloro che non vogliono capire, è inutile scrivere. Già dagli accennati fatti, si deduce quanto relativi siano i concetti di “utile e di dannoso”. Ogni essere vivente ha il suo compito in natura. Capire questo è assolutamente necessario per un cacciatore che si voglia istruire. In un territorio intatto, è la natura che, dai primordi, regola ogni cosa, provvedendo che ogni essere – piante comprese – abbia sufficienti antagonisti, perché non prevalga numericamente una sola specie. Quanto più una specie tende a prevalere numericamente sulle altre, tanto più la Natura s’accanisce con ogni mezzo contro di essa per contenerla.   Questa fondamentale legge di natura si osserva nelle culture specializzate, prevalenti sulle altre forme di vita per opera dell’uomo, delle quali, ogni anno, si moltiplicano e si fanno più potenti, gli antagonisti … (crittogame, insetti, ecc.). Anche la specie di selvaggina è soggetta alla azione delle forze di contenimento e di riequilibrio. È però vero che quanto più numerosi sono gli antagonisti – ci sono regole democratiche anche in natura! – tanto maggiore è l’incremento numerico della specie aggredita e più breve è il tempo di sviluppo per i nuovi nati. I topiformi sono in testa a tutti, ma anche la lepre sventra varie covate all’anno, mentre il capriolo partorisce una sola volta e l’aquila infine nidifica alla età di 4-5 anni, deponendo una o due uova, e non tutti gli anni! Dal punto di vista ecologico è più importante selezionare geneticamente le specie per resistere – per qualche tempo …- hai antagonisti, oppure ricercare nuovi veleni per combattere i parassiti (sempre più resistenti a detti veleni) e favorire le culture specializzate? È possibile che l’uomo continui a lungo la via dei veleni, che intossicano oltre ai parassiti, anche qualsiasi altra forma di dente, uomo oh bimbo compreso?       Chi prevarrà alla fine, il tecnocrate oh la natura?

Nelle nostre campagne coltivate, la densità della selvaggina è strettamente condizionata da quello che l’uomo può tollerare senza eccessivo danno alle fonti della sua alimentazione, le quali devono aumentare sempre più, essendo l’uomo l’unico animale che, per le sue doti interiori, riesce a difendersi dalla naturale “riduzione di consistenza”.  Per conservare i suoi greggi l’uomo dovete, in alcuni luoghi, sterminare i grossi uccelli da preda, ma avrebbe dovuto solo limitarli. E deve arginare ampiamente i danni che la selvaggina fa ai suoi campi coltivati, e così ridurre il nostro più nobile selvatico, il Cervo (femmine comprese), chi è uno dei selvatici più capaci di difendersi e perciò altamente apprezzato dal cacciatore. Perfino al capriolo, in certi luoghi, non è consentito raggiungere la densità che potrebbe spontaneamente avere. Non è così per i camosci gli stambecchi, dato che in maggioranza vivono fuori dai boschi, sugli altissimi e dirupati pascoli. Così il cacciatore deve continuamente cercare una via di mezzo che si concili, da una parte, col suo desiderio di avere nella riserva molte specie e numerosi capi di selvatici, e dall’altra con i doveri derivatogli dalla sua conoscenza delle correlazioni esistenti e dalle imprescindibili esigenze dell’agricoltura e della selvicoltura. Anche se può sembrare un contro senso a prima vista, affermo che il cacciatore e coscienzioso dovrà pure essere il protettore di tutto il mondo animale libero, e non solamente della selvaggina di interesse venatorio. C’è chi ha detto giustamente: “la monotonia di un paesaggio denuncia che ci si trova nei pressi di un centro civilizzato”. Altri hanno detto: “la varietà di specie animali e vegetali rivela lo stato di benessere di un ambiente”. La varietà di animali dipende dalla varietà di piante. Nell’intento di ambientare nella sua riserva un gran numero di animali di specie, il miglior cacciatore diventa anche protettore del paesaggio ed avversario di chi vorrebbe sfruttare ogni metro quadrato di terreno. Deve altresì combattere l’erosione del suolo, anche mediante sistemazioni vegetali adatte. Deve ancora piantare alberi i cui frutti alimentino i selvatici.

Cacciatori, protezionisti e futuro della caccia

il vero cacciatore non rifiuta di discutere con i puristi-protezionisti della natura. Costoro amano la natura in modo diverso: nei boschi e nella campagna cercano un incontro incruento col mondo selvatico; vanno in cerca di pace. E invece, specialmente nei giorni festivi, si trovano fra gli spari dei cacciatori ed il vuoto di vita selvatica che si lasciano. Le schiere degli uni e degli altri – complici i veicoli e la vita delle grandi città – sono sempre più numerose, ma intanto il patrimonio venatorio su vaste regioni e ormai estinto o in via di annientamento. Il quadro di insieme si completa se è visto sullo sfondo della nostra legislazione, la quale considera – per principio – “res nullius” ogni animale selvatico e, purtroppo, anche gli uccelli migratori internazionali. Mentre s’assiste all’apocalittico, progressivo impoverimento delle risorse vitali e fondamentali della natura – dalla degradazione del suolo, all’inquinamento dell’aria, dei fiumi ed anche degli oceani – non è giusto che il nostro legislatore attribuisca la proprietà dei selvatici (anch’essi sono importante elemento dell’equilibrio naturale!) al primo uccisore che se ne impossessa. Codesto principio della “res nullius, affermano anche i puristi-protezionisti (eppure molte altre persone di solo buon senso!), andava bene per un tempo trapassato, preistorico quando la natura spontanea e genuina era la sola nutrice di quei pochi milioni di uomini che vivevano sulla terra. Non c’erano i quasi 4 miliardi uomini come ci sono oggidì, non si usavano veleni in agricoltura in silvicoltura, non sparavano in Italia 2 milioni fucili, muniti persino di cannocchiali, non esistevano richiami naturali o su nastro magnetico, e ogni altra sorta di moderne diavolerie (zimbelli eccetera). Gli appassionati protezionisti della natura credono che tutti i cittadini, anche in questa materia, abbiano uguali diritti: costoro che vogliono passeggiare sui monti e nelle campagne per rallegrarsi davanti alle espressioni vive canore del mondo selvatico, dovrebbero avere di fronte alla legge un posto almeno pari a colui che vuole cacciare. Ma cosa si vuol cacciare? Ormai su molti e basta i territori del nostro paese la caccia alla selvaggina stanziale, che non possiamo allevare, è quasi estinta, perché è stato distrutto il capitale venatorio. Ora e di turno in Italia l’eccidio degli uccelli di passo, che sono internazionali, che nessuno potrà allevare. Gli ecologi dimostrano che nel mondo, è indispensabile ricostruire almeno alcuni degli equilibri biologici infranti, e ricostruirli per il bene dell’umanità inflazionata. I sociologi affermano che le risorse della natura in quanto necessari all’uomo degradano anche a causa di un incontrollato individualismo; perciò per evitare, sia pur in parte, questa degradazione le risorse della natura vanno collettivizzate. Anche i migliori cacciatori, oltre ai protezionisti, vogliono la ricostruzione del capitale vivo della fauna selvatica. Ma questo punto il discorso s’arresta nei confronti di coloro che pretendono di poter ricostruire il patrimonio venatorio senza sacrifici, specialmente economici, e senza una disciplina. Suggerisco una base di discussione affinché, in via sperimentale, nelle zone venatoriamente più depresse o in via di degradazione, per mancanza di autodisciplina dei cacciatori, il diritto di caccia venga riconosciuto limitatamente alla selvaggina che i cacciatori stessi alleveranno o acquisteranno.  In pratica il diritto di cacciare potrà esercitarsi solamente su talune zone delimitate ed affittate o di proprietà, entro cui, mediante un’organizzazione cooperativistica tra cacciatori, si allevino o si mettano fagiani, quaglie, lepri, minilepri, caprioli eh quanti altri animali selvatici si potranno allevare artigianalmente o industrialmente. No quei giovani cacciatori, che pretendono di continuare a far man bassa delle risorse naturali, non faticheranno a comprendere che codesta iniziative sono l’unico modo per riempire il carniere non di rospi e di farfalle (qualche malignetto sussurra e …Non di gialline e non di frutta e ortaggi rubati o comperati ai contadini …). Così come ci sono per le velocità dei ciclisti i velodromi, per le corse degli automobilisti gli autodromi virgola e le autostrade, per le corse dei cavalli ippodromo, così altrettanto, per le fucilate dei cacciatori ci saranno i futuri …” cacciodromi” con lanci preventivi, a scelta, dei selvatici. Non siamo molto lontani dai “cacciodromi” perché già dei pescatori, all’insegna della pesca … sportiva, pescano trote anche nelle pozze scavate da una ruspa e lungo i torrenti, ad un tanto al chilo!   credo che ad un tentativo pratico sperimentale sarebbero interessati anche i protezionisti della natura, in quanto le zone fuori dei parchi di caccia oh “cacciodromi” rimarrebbero liberate, anzi disinfestate dalle fucilate dei bruciasiepi; D altra parte dovrebbero essere favorevoli gli stessi eletti cacciatori, i quali avrebbero, oltre alla loro selvaggina (allevata o comperata) anche quella che stravasa dalle zone circonvicine di caccia vietata per tutti; infine gli ecologi, i sociologi ed i cacciatori di immagini ( col teleobiettivo al posto del fucile! ) Potrebbero perseguire i loro studi e le loro aspirazioni. I turisti potrebbero vagabondare di domenica con diletto, senza paura di vedersi impallinati … mentre oggi (1972) hanno una maledetta paura!

Conclusione

“Un’etica nuova ed universalmente valida, che indurrà gli uomini – finalmente tutti affratellati! – Al pieno ed autocosciente rispetto di sé e di tutti gli esseri della terra “. Queste parole, che Mario Bianchini ha scritto a introduzione del suo volume “Viaggio attraverso la preistoria”, sono forse l’utopia di un moderno scienziato? Rispondo con le parole di Kant: “Le utopie sono dolci sogni, ma a tendere ad esse con ogni energia è dovere del cittadino e del capo dello Stato”.

Renzo Videsott

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