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Tratto da La Riserva di Caccia n° 5/6  Settembre/Ottobre 1978: 16-17

Il capocaccia ha preparato gli appostamenti nel bosco, scegliendo i punti d’incrocio dei sentieri, le piccole radure, le strisce delle tagliate. Ci incamminiamo in silenzio dietro di lui, ed ognuno ha nel cuore la speranza di essere il fortunato che potrà atterrare la grossa belva. Siamo arrivati con l’automobile sulla via di asfalto, fino ai limiti della boscaglia nella riserva, che fu già reale, di Castelporziano ed è così netto il contrasto tra la strada asfaltata, che si snoda tra campi e ville, e questa selvaggia solitudine, che par di sognare. Siamo a quindici chilometri da Roma e ci stiamo inoltrando in una immensa foresta sulla quale i secoli sono passati come vento che appena sfiora e non lascia visibile traccia. E’ inverno: querce gigantesche levano verso il cielo azzurro i loro rami spogli e lecci neri e pugnaci fremono sotto il soffio di una fredda tramontana. Olmi antichi, dai tronchi cavi e deformi, intrecciano le loro ramaglie fitte, coperte di lichene e di muschio. L’edera verde si arrampica tenace lungo i tronchi rugosi. Là dove gli alberi sono più radi, crescono invece con straordinaria veemenza gli arbusti del sottobosco irto di spine e formano impenetrabili macchioni di pruno, altissimi ciuffi di ginestra e di scope arborescenti. Olivelle, corbezzoli, tamerici, lillatri e mille altre piante si contendono l’aria e la terra, addensandosi in labirinti inestricabili nelle forre e nei fossi d’erosione, mentre nelle bassure piccoli specchi d’acqua piovana occhieggiano tranquilli al sole. Vicino al mare fitte pinete aprono verso il cielo immensi ombrelli verdi e coprono la terra di un tappeto soffice di foglie aghiformi. Poche volte nella mia vita ho visto qualcosa di più suggestivo. Non le foreste nordiche, dove gli abeti e i larici si allineano con tranquilla bellezza sotto la neve; non le macchie cedue della Italia meridionale e della Sardegna, che sembrano cresciute a stento su di una terra senza linfa. Qui vi sono piante forti e gigantesche, dalle chiome immense provate da bufere di secoli, per le quali hanno congiunto le loro potenze creative il clima mediterraneo e la fertile terra laziale.

Il capocaccia mi ha assegnato la posta ed altrettanto in silenzio che si inizi la braccata. Su questi sentieri sono passati sovrani e principesse, patrizi ed ambasciatori; forse prima di loro sono passati i re pastori e Turno ha visto le querce che io vedo ed ha cacciato col lungo spiedo i feroci progenitori di quei cinghiali che io oggi attendo, all’incrocio di due piccoli sentieri, nell’antichissimo bosco. I cacciatori si sono appostati sotto la guida del capocaccia e tutt’intorno domina il silenzio. Ma non è silenzio. E’ un’immensa armonia di voci indefinibili, che danno all’orecchio ed allo spirito l’effetto di una musica solenne. Il vento che fa vibrare come innumerevoli corde i rami, le fronde e le erbe della boscaglia, ha forse la parte dell’arpista nell’immenso concerto silvestre: ed è un peccato che sia d’inverno e che quest’orchestra suoni senza i suoi primi violini – che sono certamente gli usignuoli – senza le note flautate dei nerissimi merli dal becco dorato, senza i trilli e i gorgheggi della innumerevole schiera di ospiti innamorati, che giungono quando i rami di biancospino si vestono a festa. Ora, di tanto in tanto, il sussurro del vento porta due note lievi, acute, metalliche: è lo squittire dei pettirossi. Molti ce ne sono nel bosco: si avvicinano confidenti; si posano vicino a me sui rami secchi; gonfiano al vento le piume rosse del petto e sembrano batuffoli lievi, come quelli chiusi nelle scatole profumate di cipria. Intanto il suono del corno lanciato ai quattro venti mi richiama all’ordine. Dal lato opposto del bosco si levano alte le grida dei bracchieri, e tosto incomincia la canizza. Pare che i forsennati spiriti delle selve abbiano dato inizio alla loro tregenda e che il vecchio Pan fugga inorridito verso i più reconditi nascondigli delle sue caverne. Comincia la parte più emozionante della cacciata: gli occhi fissano attenti i fitti cespugli del bosco e gli orecchi tentano di cogliere ogni insolito fruscio del fogliame. Da un attimo all’altro il nero grifo del cinghiale potrebbe sbucare come una catapulta dall’intrico dei rami bassi, e lanciarsi a corsa pazza sull’erba verde della radura. S’avvicina la rabbiosa canizza: la sento a trecento passi, a duecento: attendo nervosamente che da un attimo all’altro sbuchi il cinghiale. I primi cani braccano a cento passi: sento uno scricchiolio di rami ed un calpestio nelle foglie secche e mi volto, imbracciando, mentre il cuore pulsa ad alto regime. Ho una delusione perché dai cespugli sbuca velocissimo un capriolo, al quale non si può sparare. Vola a trenta passi una beccaccia e si rimette vicino, tra i cespugli. Due colpi secchi da una posta vicina richiamano bruscamente la mia attenzione. Avrà colpito il mio collega? Sarei veramente curioso di saperlo: ma so bene che non è né lecito né prudente abbandonare la propria posta. In mezzo al bosco continua l’alto clamore dei bracchieri e l’incalzante canizza. Colpi di fucile sparati in aria; richiami e incitamenti ai cani dispersi; grida e rumori d’ogni tono e di ogni timbro. Ancora una volta la canizza punta decisamente verso la mia posta e mi fa stare qualche minuto all’erta; ma poi va deviando verso le poste di sinistra, dove sento altri colpi di fucile, e altre fucilate echeggiano ancor più lontano. Il corno del capocaccia dà il segnale che la braccata è finita. Estraggo lentamente dalla doppietta le due cartucce, scelte con tanta cura fra le migliori di cui disponeva il mio armaiolo, e rimaste, purtroppo inesplose, mi avvio verso le poste donde erano venuti gli spari. Quivi un collega più fortunato contempla con sguardo soddisfatto un grosso cinghiale disteso su di un fianco, in un lago di sangue, che due cani magrissimi vanno leccando avidamente. Giungono cacciatori accompagnati da due battitori che portano un altro cinghiale ed un’istrice che, meno cauta del consueto, si è fatta trovare dai cani fuori della tana. Al tramonto cinque grossi cinghiali, un’istrice ed una volpe si allineano sull’erba insanguinata. I lunghi grifi scuri intonano perfettamente con i nodosi tronchi delle querce circostanti. Le ombre della sera scendono lentamente dalle chiome nere dei lecci, mentre i colombacci giungono altissimi nel cielo e calano come proiettili sulla boscaglia. Ci incamminiamo per i sentieri verso la strada d’asfalto, e sembra che il bosco non abbia fine. I tronchi secolari ingigantiscono col morir della luce ed i rami sembrano braccia protese verso il cielo. Di tutte le selve del Lazio due soli boschi sono rimasti: il Parco Nazionale del Circeo e la Riserva di Castelporziano. Sparita la selva di Terracina, sparita quella di Cisterna, spariti i boschi e le macchie di Nettuno e della Torre del Padiglione, sparita in gran parte la macchia di Campodicarne, spariti i mille piccoli boschi e macchie che punteggiavano la Campagna Romana. Forse anche qui – come ovunque – l’inesorabile fame di terra premerà per abbattere le querce ed i pini allo scopo di coltivare grano o piantare vigneti, di costruire alberghi, ville o centrali nucleari. Se anche fosse necessario rinunziare ad un boccone di pane o ad un’automobile per conservare questa antica incomparabile bellezza, io sarei il primo a sottoscrivere la rinunzia.

Pietro Chilanti

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Redazione LRC

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