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Il “folletto del bosco”, come spesso viene chiamato il Capriolo, attira sempre di più le attenzioni del mondo venatorio grazie anche alla sua distribuzione e alla buona salute delle popolazioni. Frequentatore delle aree coltivate inframmezzate da boschi, il piccolo cervide trova qui il suo habitat ideale. Grazie alla sua distribuzione ed al recupero di territori nel nostro Paese è entrato a pieno titolo nella lista dei desideri di molti i cacciatori italiani. Ma quale capriolo abbiamo in Italia?

Il Capriolo europeo (Capreolus capreolus Linneus, 1758) è un ungulato ampiamente diffuso in Europa e in Asia, PIù a est è sostituito dal più grande Capriolo siberiano (C. pygargus Pallas, 1771). La tassonomia e la sistematica della specie si fonda sui caratteri morfologici e sulla genetica. Stando ai dati molecolari vengono attualmente confermate le seguenti sottospecie :

  • C. c. italicus Festa, 1925. Italia centro-meridionale
  • C. c. garganta Meunier, 1983. Spagna meridionale (anche se il fatto che questo nome possa riferirsi alla sottospecie di Capriolo nel sud della Spagna è in attesa di conferma)
  • C. c. capreolus Linnaeus, 1758.

L’attribuzione di C. c. caucasicus Dinnik, 1910, come nome per una sottospecie (di dimensioni maggiori) presente a nord delle montagne del Caucaso, è provvisoria. Gli animali presenti nel vicino oriente sono stati assegnati a C. c. coxi Cheesman and Hinton, 1923. Ulteriori revisioni sulla sistematica della specie non hanno confermato alcune delle sottospecie descritte in passato (e.g. C. c. transylvanicus Matschie, 1907; C. c. canus Miller, 1910; C. c. thotti Lönnberg, 1910; ecc.) e tutte queste popolazioni vengono oggi, tendenzialmente, attribuite alla forma nominale.

Per quanto riguarda il nostro Paese le popolazioni diffuse sull’arco alpino e nell’Appennino settentrionale, anche se vi è molta incertezza e forti perplessità, vengono attribuite a C. c. capreolus.  I nuclei “relitti” presenti nella Tenuta Presidenziale di Castelporziano (Lazio), nella Foresta Umbra (Gargano, Puglia) e nei Monti di Orsomarso (Calabria) rappresenterebbero le uniche popolazioni del Capriolo italico (C. c. italicus ); la sottospecie è stata reintrodotta sui Monti della Tolfa (2001 -2002), nel Parco Nazionale del Cilento (tra 2003 e 2015), nel Parco Nazionale dell’Aspromonte (tra 2008 e 2011), nel Parco Regionale di Gallipoli Cognato Piccole Dolomiti Lucane (tra 2012 e 2014). A queste reintroduzioni va aggiunta quella del 2001 in Sicilia, dove  è presente anche un piccolo nucleo di pochi esemplari allo stato di semi-cattività, la specie scomparve dall’isola intorno al 1800. Gli individui vivono attualmente in una zona recintata nel parco dei Nebrodi con la finalità di ottenere abbastanza esemplari per poter successivamente avviare una vera e propria reintroduzione. Il C. c. italicus è un endemita un tempo presente in tutta l’Italia centro-meridionale. La genetica conferma la sottospecie, in particolare in relazione alla popolazione di Castelporziano, mentre la popolazione della Toscana meridionale (colline senesi e Maremma-provincia Grosseto; occasionalmente anche nel Lazio settentrionale) potrebbe essere soggetta al rischio di ibridazioni con caprioli importati dall’Europa centrale. Nelle liste rosse italiane (IUCN), la sottospecie è valutata Vulnerabile (VU) vista la ristretta distribuzione e il problema della introgressione con la sottospecie nominale.

E’ probabile che il Capriolo italico sia probabilmente il risultato di adattamenti ad una maggiore mediterraneità incoraggiati da fenomeni di isolamento associati alle fluttuazioni climatiche – ed in particolare alle ultime glaciazioni – che hanno interessato l’Europa ma non le penisole mediterranee; di fatto la particolarità ed unicità di questo taxon merita particolare attenzione. Le principali minacce sono rappresentate dalla perdita di identità genetica dovuta a possibili introgressioni con materiale genetico proveniente da individui appartenenti alla sottospecie nominale; questo principalmente per le popolazioni dell’Italia centrale (e.g. Toscana). Per quanto riguarda invece le popolazioni del Gargano e di Castelporziano la minaccia maggiore sembrerebbe essere proprio riconducibile  all’isolamento geografico e quindi riproduttivo con un elevato rischio di inbreeding. Altri possibili fattori limitanti sono rappresentati dai cani vaganti e dalla possibile competizione con ungulati domestici.

Capriolo italico, Collezione Giuseppe Altobello [Provenienza Sesto Campano (CB) 20.06.1901], Museo di Zoologia dell’Università di Bologna.

A questo punto è interessante cercare di evidenziare le principali differenze “morfologiche” che caratterizzano la nostra sottospecie. Un primo aspetto riguarda  alcune analisi craniometriche comparative effettuate tra caprioli europei (provenienti dalle Alpi orientali e dall’Appennino tosco-emiliano) e caprioli italici (dalla provincia di Grosseto e da Castelporziano). I risultati mostrano chiaramente differenze dimensionali con il Capriolo italico che appare significativamente più piccolo rispetto alla sottospecie nominale. Ulteriori analisi hanno evidenziato differenze nella struttura del cranio. Come abbiamo accennato non è chiaro se tali differenze possano avere un qualche significato adattativo agli ambienti mediterranei oppure siano il risultato di colli di bottiglia nella demografia delle popolazioni relitte.  In merito alle differenze morfologiche esterne fra italicus e le altre sottospecie i caratteri risulterebbero essere:

  • Statura inferiore
  • Muso più scuro
  • Colorito generale più bruno e assenza di macchie golari

A tal proposito è interessante riportare quanto scritto da Festa, nel 1925, che descriveva così la sottospecie: “essa differisce […] per le dimensioni minori, per la tinta generale del pelame nell’abito invernale più volgente al bruno, con le punte dei peli fulvo-giallicce, per il colorito della fronte e della regione nasale più scuro di quello delle altri parti del corpo, e per la mancanza delle macchie bianchicce sulla gola e sul collo […]”

Le notizie sulla sottospecie nostrana sono abbastanza confortanti con un aumento nelle consistenze in molte delle aree interessate dalla presenza. Sicuramente l’attenzione e l’approccio a questa (sotto) specie è cambiato e si evolve tuttora anche da parte del mondo venatorio, sempre più disposto ad agire in modo da garantire la conservazione della selvaggina agendo con un prelievo cosciente e compatibile con le esigenze conservazionistiche.

Giuliano Milana

Per approfondimenti.

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Foto di copertina da Galleria Palazzo Quirinale

About the author

Giuliano Milana

Giuliano Milana

Naturalista, biologo ed agrotecnico laureato.
Autore di pubblicazioni su riviste scientifiche nazionali ed internazionali, presidente di EPS Sardegna

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