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A Tultepec, in Messico, ciò che veniva creato per dare accoglienza a cose, oramai, prive di utilità ha, paradossalmente, portato alla luce una scoperta sensazionale da più punti di vista. Laddove, infatti, doveva nascere una discarica era, da “sempre”, custodito il più grande sito di caccia ai mammiferi preistorici mai trovato nello Stato. Gli archeologi del National Institute of Anthropology and History (INAH) hanno individuato, all’interno del sito di scavo, un sistema di trappole a caduta verso le quali i cacciatori raccoglitori spingevano le proprie prede. Queste enormi trappole erano state scavate in un’area situata in quella che un tempo era la conca lacustre del Messico, comprendente, fra gli altri, il lago di Xaltocan; lago prosciugatosi poi a seguito delle glaciazioni. In quest’area, pianeggiante, i cacciatori costruirono un sistema di trappole che doveva fornire loro valide alternative, meno dispendiose e faticose rispetto alle classiche, per la cattura degli animali. Il sistema constava di più trappole più o meno in linea; le due analizzate, risultano distanti 40 metri una dall’altra. Si è arrivati ad identificarle come trappole in seguito alla scoperta, mano a mano che gli scavi portavano alla luce nuovi elementi, di pareti insolitamente verticali – con angoli di circa 90 gradi rispetto al pavimento dello scavo – che di certo non possono essere ritenute opera di madre natura bensì frutto del lavoro dell’uomo. La conferma definitiva è arrivata grazie al ritrovamento, sul fondo di queste, di grandi quantità di ossa di Mammut (Mammuthus columbi) – 800 ossa, appartenenti a 14 esemplari, risalenti a circa 15,000 anni fa. Queste trappole furono probabilmente utilizzate da gruppi, più o meno numerosi, di cacciatori che, con l’aiuto di torce, cercavano di separare singoli mammut dalla loro mandria per spingerli nelle fosse. Segni individuati sulle ossa, confermerebbero che queste popolazioni non sprecavano nessuna parte dell’animale, probabilmente, nutrendosi anche degli organi ed usando le ossa stesse per ricavarne degli strumenti o, addirittura, per utilizzarle in cerimonie e rituali. Inoltre, i segni delle ferite, rimarginate, presenti anch’essi sulle ossa, indicano che lo stesso animale poteva essere braccato per anni prima di venire abbattuto definitivamente.
Con la prosecuzione degli scavi, sono emerse ulteriori informazioni. Probabilmente, infatti, oltre a queste trappole, ricavate scavando nelle terre alluvionali del vecchio lago, i ricercatori hanno scoperto un ulteriore metodo di caccia. I mammut diventavano facili prede dei cacciatori quando, recandosi a bere nelle pozze palustri, residuo dell’antico lago, rimanevano intrappolati nel fango diventando, così, facili prede dei cacciatori sempre alla ricerca di carne per sfamarsi e di pelli per resistere alle temperature dell’epoca. Quest’ultima scoperta, ha restituito i resti di ulteriori 60 mammut e ha portato gli archeologi messicani a teorizzare un’altra tecnica di caccia, finora solo ipotizzata. Difatti, affrontare questi maestosi pachidermi, non doveva essere cosa semplice seppur molto ambita. I ricercatori sono convinti che risultasse molto più semplice cacciare questi animali quando limitati nei movimenti, a causa del fango, e pertanto impossibilitati a fuggire da lance e frecce. Gli scheletri rinvenuti, appartengono sia ad individui adulti (maschi e femmine) sia a piccoli. Lo stato di conservazione dei reperti sembra essere migliore in quelli provenienti da quelle che erano le rive del vecchio lago rispetto a quelli recuperati verso la zona centrale dello stesso.

Manuela Lai

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Manuela Lai

Manuela Lai

Naturalista ed agrotecnico laureato.
Esperta di wildlife economy, filiera, uso sostenibile e valorizzazione delle carni di selvaggina. Influencer e blogger del wild food.

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