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E’ possibile che le dinamiche connesse alla fauna possano, in qualche modo, influenzare le abitudini venatorie dei cacciatori italiani?

Per rispondere a questa domanda è utile analizzare , secondo me, quanto occorso in Italia a partire dal secondo dopo guerra. Il nostro Paese ha vissuto, in questo lasso di tempo, dei sostanziali cambiamenti che hanno modificato profondamente il territorio e, di conseguenza, le faune ad esso associate. L’abbandono delle campagne/montagne ed il recupero di bosco e macchia, pur essendo il risultato di mutazioni nelle nostre “abitudini”, possono essere interpretati anche come frutto di una scelta gestionale “inconsapevole” o “indiretta” che ha avuto come conseguenza quella di avvantaggiare/svantaggiare diverse specie. Indubbiamente gli ungulati in genere hanno beneficiato della “nuova” situazione venutasi a creare ampliando la loro distribuzione e i loro contingenti numerici un po’ in tutta la penisola. L’aspetto più interessante, associato a questo aumento, è probabilmente qualcosa che esula dalla descrizione sistematica o ecologica delle specie interessate invadendo invece la sfera venatoria con ripercussioni dirette sui cacciatori e sul loro “modus operandi”.

La caccia di selezione, da sempre associata alle tradizioni venatorie mitteleuropee e più comune nel Nord Italia, in tempi “relativamente” recenti è diventata una realtà capace di coinvolgere, passo dopo passo, il nostro Paese procedendo verso sud…dal loden al fustagno, dal waidmannsheil al “viva Maria”. Questo, sicuramente, in parallelo con la ripresa e la riconquista di territorio da parte degli ungulati (cinghiale, capriolo, cervo, daino etc.).

Uno dei punti forse più importanti, connessi con la maggior diffusione della caccia di selezione, è stato quello di proporre un cambiamento di paradigma, nell’approccio alla propria passione, da parte del cacciatore. Avvicinando quest’ultimo ad una forma di prelievo maggiormente connessa con la gestione e basata sul concetto cardine del prelievo sostenibile a carico della risorsa rinnovabile fauna selvatica. Si sviluppa così e si diffonde maggiormente un concetto di prelievo virtuoso, basato sulle consistenze numeriche, sull’incremento utile annuo, sulle classi di sesso ed età delle popolazioni oggetto della gestione venatoria; tutto ciò restituisce un cacciatore maggiormente in linea con aspetti legati alla conservazione della natura e delle risorse a questa connesse. Questo anche grazie ai corsi di abilitazione (secondo norme ISPRA) alla selezione che forniscono ai cacciatori informazioni e nozioni in materie che troppo spesso vengono affrontate, solo marginalmente, nel classico esame per la licenza venatoria.

Lo abbiamo ripetuto più volte sulla nostra rivista, la sfida del cacciatore del nuovo millennio sarà quella di dimostrare l’attualità del proprio agire, la compatibilità e la sostenibilità dell’attività venatoria in un quadro più ampio di gestione ed utilizzo della risorsa fauna anche in un’ottica “protezionistica” atta a permettere di perpetuare l’amore per l’ars venandi anche alle generazioni future.

Quindi, al termine di questo breve discorso, credo che la risposta alla domanda iniziale sia sostanzialmente un si! Solo essendo capaci di reagire prontamente ed in maniera adeguata ai cambiamenti faunistici, anche attingendo a tradizioni venatorie apparentemente estranee o lontane dalla nostra cultura, sarà possibile continuare a coltivare la nostra passione.

Giuliano Milana

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Giuliano Milana

Giuliano Milana

Naturalista, biologo ed agrotecnico laureato.
Autore di pubblicazioni su riviste scientifiche nazionali ed internazionali, presidente di EPS Sardegna

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