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Molti di noi, più o meno giovani, ricordano il tempo delle starne; alcuni perché hanno avuto la fortuna di viverlo altri perché cresciuti con i racconti dei nonni e dei padri che rendono epica la caccia a questo galliforme, tipico di alcuni dei contesti ambientali del nostro Paese e che ha regalato pagine immortali all’ars venandi italica. Non mi dilungherò sugli aspetti genetici relativi alla sottospecie, endemita della nostra penisola, cercando invece di porre l’attenzione sul progetto LIFE PERDIX che cerca di restituire la Starna agli ambienti e, forse, ai cacciatori italiani.

L’areale storico della Starna italica (Perdix perdix italica Hartert, 1917) comprendeva gran parte del territorio nazionale, con limiti attitudinali che escludevano le quote oltre i 1500-1800 m s.l.m. Oltre ad alcune zone del Mezzogiorno.

Il progetto “LIFE PERDIX” è portato avanti da diverse associazioni/istituzioni come ISPRA, Parco del Delta del Po, Federazione Italiana della caccia, Legambiente ecc. Citando testualmente: il progetto ha lo scopo di realizzare un «Progetto dimostrativo» di recupero della Starna italica tramite selezione genetica (da conservare per il futuro), e di reintroduzione al Mezzano (FE). Il Progetto LIFE PERDIX rappresenta una grande occasione per riportare la Starna al Mezzano e per rilanciare questo territorio anche per le attività cinofile. Un’opportunità per valorizzare questo territorio, migliorando il «capitale naturale» come fonte di sviluppo economico indotto, grazie a un consistente investimento dell’Unione Europea

• AREA DI IMPLEMENTAZIONE: ZPS “VALLI DEL MEZZANO”

• DURATA : 01/01/2019 – 31/12/2024 (6 anni)

• BUDGET DEL PROGETTO : € 5.280.000

• CONTRIBUTO FINANZIARIO UE : 3.803.450 (72%)

• CO-FINANZIAMENTO DELL’E.N.C.I. : € 200.000 (3,8%)

• BUDGET FEDERCACCIA : € 1.559.40

Le cause che hanno portato ad una riduzione della starna sono state:

  • Modificazioni negli agroecosistemi agricoli

  • Intensificazione dell’agricoltura

  • Largo impiego di fitofarmaci e diminuzione degli Insetti

  • Distruzione dei nidi e mortalità dei pulcini

  • Diminuzione delle coltivazioni di frumento e delle foraggiere

  • Espansione dei boschi e dei cespugli

  • Frammentazione dell’habitat ed isolamento delle popolazioni

  • Pressione venatoria elevata (anni ‘70 e ‘80)

  • Ripopolamenti con alcuni milioni di starne importate

  • Ripopolamenti con starne d’allevamento e possibile diffusione di patologie

  • Incremento dei predatori opportunisti

Alla luce dei “fattori limitanti” riportati appare palese che, anche a fronte di un forte impegno, economico e di energie intellettuali, alcuni di questi difficilmente possano essere rimossi completamente minando, nei fatti, la buona riuscita del progetto a scala più vasta. Seppur si possa riuscire ad avere qualche risultato a livello locale più complesso sarà ottenerli a livello nazionale. Sicuramente sarà difficile ripristinare gli agroecosistemi agricoli, spingere verso un ritorno ad un’agricoltura di tipo estensivo con una diminuzione nell’utilizzo della chimica, così come fronteggiare l’espansione e il recupero dei boschi. In un periodo come quello attuale, con un protezionismo totalitario ed imperante, proposte di gestione boschiva sembrano sempre più complicate se non addirittura impraticabili con tutte le conseguenze gestionali che si portano dietro. Ovvero, ripetendo un mantra che ormai è praticamente onnipresente nei nostri articoli, la non gestione, il non fare nulla, ha comunque esiti gestionali e restituisce “risultati” e conseguenze sulle componenti degli ecosistemi. La situazione futuribile, attualmente, è quella di un’espansione sempre maggiore di quelle specie legate ad habitat forestali, come gli ungulati insegnano, su tutto il territorio nazionale con una conseguente riduzione a spese di altre specie; come, peraltro, accaduto in passato a ruoli invertiti con gli ungulati relegati a pochi e ristretti contesti.

Sicuramente gli ultimi punti sono i più perseguibili, la pressione venatoria diminuisce e diminuirà, in parte per il numero di cacciatori praticanti, in parte per le modifiche degli interessi su selvaggine alternative e attualmente più abbondanti.

Quindi ben vengano i progetti a tutela e a supporto della fauna selvatica, anche quella di interesse venatorio, oltre che per l’opportunità di dialogo tra portatori di interesse che difficilmente trovano, oramai, modo e luogo di confronto ma attenzione a non illudersi di poter facilmente tornare indietro di 50 anni senza incidere profondamente su percorsi difficilmente perseguibili nel mondo attuale.

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Redazione RM

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