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Filippo Patrizi La riserva di caccia n°2 Marzo-Aprile 1972. 12-13 

Animal propter convivia natum” e il cinghiale secondo Giovenale. I Romani, molto appassionati alla caccia al cinghiale, la praticavano per lo più a cavallo, inseguendo l’animale spinto fuori dalla boscaglia e colpendolo con uno stocco oppure lo stringevano verso un breve recinto ove lo catturavano con delle reti. Plinio, da buon naturalista, ne praticava assiduamente la caccia che lo appassionava molto. L’unico argomento di una delle sue lettere a Tacito è la prova di tale sua passione in quanto si parla solo dell’ abbattimento da parte sua di ben tre cinghiali. La tradizione di questa caccia è quindi antichissima e la sua essenza non è ancora oggi molto cambiata. Battitori, o più propriamente bracchieri o braccaioli, cani, appostamenti, grida, o “voci”, organizzazione e tattica cinegetica, questa è sempre stata la appassionante vicenda della caccia al cinghiale. Nei dipinti dei grandi pittori del sei-settecento si ammirano scene crude e violente che non suscitano certo pietà per la preda selvaggia e feroce. Essa viene sempre affrontata da gruppi di cacciatori e mai singolarmente e i volti di questi manifestano passione, lotta e tensione. Anche oggi la caccia al cinghiale è praticata in gruppo, spesso così numeroso, che gli stessi partecipanti non si conoscono tra loro. Ciò non di meno vi è tra tutti la massima cordialità e non vi è ombra di invidia scambievole come purtroppo accade in altri generi di caccia. Alla fine della giornata la soddisfazione è generale; ognuno ha la sua storia da raccontare e si sente partecipe del risultato finale sia che esso sia buono o cattivo. Anche se oggi, con l’arma da fuoco, il confronto tra l’uomo e la bestia è divenuto enormemente sproporzionato, con il cinghiale tale sproporzione non è quasi avvertita e ciò soprattutto per l’aspetto primordiale dell’animale stesso, per il suo procedere nel più folto dei cespugli e per la sua indole combattiva che spesso lo fa attaccante nei confronti della muta dei cani. Si può provare un sentimento di pena, traguardandolo nel cannocchiale crociato, prima di stringere il colpo, per il cervo o il camoscio che, ignari, sono fermi, sia pure a notevole distanza, e cadono poi fulminati sulle quattro zampe; non è facile invece avvertire tale sentimento nel prendere sotto mira anche un modesto cinghiale che si arresta nel folto di un macchione prima di saltare un breve spazio scoperto. Anche se ferito l’animale si presenta sempre violento e aggressivo. E’ strano a dirsi, ma il cinghiale può essere la grossa selvaggina che maggiormente può adattarsi alla progressiva urbanizzazione della campagna. La campagna infatti si spopola di agricoltori, ma si urbanizza con lo svilupparsi della viabilità. I boschi che non si tagliano più, i campi che sono lavorati solo con operazioni intense ma non quotidiane, sono condizioni favorevoli alla sosta dei cinghiali. La loro alta prolificità poi, l’adattamento alle temperature più varie, la capacità e la resistenza alla fatica della eventuale transumanza, la varietà del cibo alla quale si adattano, la resistenza alle malattie, la immobilità durante il giorno fanno di questi animali la selvaggina che, se opportunamente curata, potrà fornire ancora le vere emozioni di una caccia genuina. Il cinghiale è indubbiamente un animale dannoso all’agricoltura ed è senz’altro necessario che, se se ne vuole la sua diffusione, essa sia rigorosamente regolata. I danni provocati alle colture sono giustamente reclamati dagli agricoltori ed i riservisti ne sanno qualche cosa. Uno strano caso può essere citato anche dal sottoscritto dove proprio l’anno scorso in una riserva ove si allevano fagiani, durante l’estate vennero notate delle vere piccole stragi di fagianotti.  Fu finalmente ucciso un grosso cinghiale che, sfondata una gabbia da allevamento, se la stava ripulendo. Con ciò si vuole dire che determinati apprestamenti sono indispensabili qualora si voglia aumentare il numero dei cinghiali in una determinata zona onde rendere possibile una caccia proficua. È necessario innanzitutto delimitare la zona che deve essere eminentemente boschiva non dimenticando che opportune radure e abbondanti luoghi di abbeverata e di fresco ristoro sono indispensabili. La delimitazione della zona, ad evitare grossi danni alle colture, non può essere fatta che con rete metallica interrata e la sua altezza dal suolo può anche essere non eccessiva. Il foro della rete stessa può essere anche molto largo in modo da permettere alla lepre di poter transitare liberamente. Purché la zona prescelta sia vasta, queste recinzioni nulla tolgono allo spirito primitivo che che l’animale stesso esprime. Esse non sono certo una novità in quanto venivano usate secoli addietro in Francia e Germania e si costruivano in muratura. Esse favoriscono la riproduzione evitando i danni. Dal punto di vista cinegetico ed emozionale nulla si toglie al fascino della cacciata purché la braccata non abbracci l’intera area circoscritta, lasciando la possibilità all’animale inseguito dai cani di rifugiarsi in zona non battuta. Resta intatta così al cacciatore la responsabilità del colpo mancato che danneggia tutta la cacciata con l’uscita della muta dei cani dal raggio d’azione. Aumentare il numero dei cinghiali evitandone i danni non elimina certo l’onere dell’ alimentazione che naturalmente va commisurata ai soggetti presenti ed all’allevamento. Accorgimenti sul tipo di alimentazione nei vari periodi dell’anno e sul quantitativo sono essenziali per avere dei buoni risultati. Dove i cinghiali sono più numerosi, è strano a dirsi, ma aumenta anche la loro possibilità di difesa. Il cinghiale è coraggioso ed è restio a muoversi di giorno, ragione per cui, se nel perimetro di una battuta ve ne sono pochi, verranno massicciamente attaccati dai cani, se ve ne sono molti, quelli che fuggiranno davanti ai cani permetteranno agli altri di restare immobili nel loro nascondiglio fino a che i cani saranno stanchi e non verranno più a cercarli o, se vengono , basterà un loro grugnito per scacciarli. La protezione, l’alimentazione naturale ma predisposta e somministrata, la programmazione del numero e anche delle qualità dell’abbattimento, migliorano anche le doti sportive degli animali in quanto si possono ottenere dei grossi solitari né più e né meno come si possono ottenere dei “capitali” di cervo capriolo. Nelle riserve dove i cinghiali sono stati largamente protetti ed incrementati la taglia media di questi animali è nettamente superiore a quella della libera caccia. Il cinghiale e la sua caccia riesce inoltre a soddisfare il più gran numero di cacciatori senza arrecare eccessiva molestia all’ambiente naturale. A tale proposito basterebbe citare una riserva tipica da cinghiale nella quale vengono abbattuti annualmente circa 200 animali in una decina di giornate di caccia facendovi partecipare complessivamente oltre 1000 cacciatori che per lo più rimangono soddisfatti anche se i colpi sparati e andati a vuoto superano i 2000. Da notare che se poi si volesse incrementare tale riserva come ulteriori impianti essa potrebbe raddoppiare le sue prestazioni. Molte altre riserve da cinghiali potrebbero sorgere in tutta Italia e molte migliaia di veri calciatori potrebbero trovare la soddisfazione della loro passione. Non si creda però che spazio faccia selvaggina, come si continua ancora e falsamente a predicare. Tutto va organizzato e tutto è oggi dispendioso. E necessario, per questo iniziativa e operosità personale e lo scopo al quale si deve tendere deve essere quello di creare organizzazioni serie e durature che garantiscano funzionalità e tutela della natura in tutti i suoi più genuini aspetti.

Filippo Patrizi

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