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Come abbiamo più volte ribadito sulla nostra rivista la conservazione dovrebbe porre le sue attenzioni sulla specie, sugli habitat invece che sui singoli individui della specie stessa.

Quando abbiamo trattato di specie aliene invasive (IAS) e del loro impatto sulle specie autoctone abbiamo cercato di far comprendere che l’eradicazione e/o l’abbattimento delle prime fosse la via migliore, a volte l’unica, per la salvaguardia delle altre. Per animali non minacciati, che perdono la vita, altri, minacciati, sopravvivono. Tutto questo, nell’ottica della “conservazione compassionevole” non sarebbe consentito. Infatti quest’ultima ritiene che l’ uccisione di animali, anche in nome di obiettivi conservazionistici, non sia necessaria, poiché gli stessi obiettivi potrebbero essere raggiunti senza uccidere.
Su questo assunto gran parte del mondo scientifico non è assolutamente d’accordo e pur tenendo bene a mente che esistono accordi universalmente riconosciuti sull’importanza del benessere degli animali, tesi a ridurre la crudeltà, tale posizione “radicale” sulle uccisioni si dimostra, per la conservazione, errata o addirittura deleteria.

Per la conservazione compassionevole esistono quattro principi chiave:
•Non danneggiare,
•Gli individui contano,
•Inclusività
•Coesistenza pacifica

Tale visione è in contrasto con quanto asserisce la maggior parte degli zoologi della conservazione. L’essere “compassionevoli” non può e non deve precludere la possibilità di uccidere un animale se questa uccisione è indirizzata a ridurne le sofferenze, a migliorare la sopravvivenza della specie e del suo habitat, a salvaguardare altre specie più minacciate o anche la vita umana.
Ma poi l’essere compassionevole, l’evitare l’uccisione di un animale produce effettivamente un danno minore? Crea le premesse di una coesistenza pacifica come indicato nei principi chiave del “movimento”?
I fatti smentiscono le premesse. Lasciar proliferare specie invasive condanna e, di fatto , uccide individui ed arriva ad estinguere intere specie. Questo è più “etico” o “compassionevole” rispetto al controllo e all’eradicazione di una specie non minacciata e in “salute” nel paese di origine? Assolutamente no.
Sicuramente in questo esempio è forse più semplice criticare questo tipo di approccio ma analizzando il problema, anche in altri contesti, sicuramente si può arrivare alle medesime conclusioni.
Se immaginiamo l’Asia, l’Africa in cui specie carismatiche, come elefanti o grandi felini, entrano spesso in conflitto con gli insediamenti umani mettendo in pericolo vite e mezzi di sussistenza o, senza allontanarci troppo, immaginiamo gli allevamenti, le coltivazioni o le attività escursionistiche nel nostro Paese in relazione a cinghiali, orsi e lupi, come è giusto comportarsi?
L’approccio suggerito dal buonsenso è sempre il medesimo, se siamo difronte ad un individuo il cui prelievo non impatta minimamente sulla conservazione della specie allora la risposta è comunque la medesima. Ed infine un prelievo finalizzato ad un uso sostenibile della fauna selvatica come risorsa rinnovabile è forse meno compassionevole o più impattante di altre forme di sfruttamento che operiamo sul nostro pianeta e sulla conservazione stessa?
Quindi è lapalissiano che nella totalità dei casi la filosofica della “conservazione compassionevole” non rivolge in nessun modo il suo sguardo a quelli che sono gli obiettivi della conservazione della biodiversità. Imporre questa visione, inoltre, renderebbe tutto molto più complicato non riducendo ma inasprendo il “conflitto” in particolar modo in quelle comunità rurali che entrano maggiormente in contatto con la fauna selvatica e che ne hanno esperienza diretta, non filtrata o alterata da sovrastrutture culturali tipicamente “occidentali e urbane”.

Giuliano Milana

About the author

Giuliano Milana

Giuliano Milana

Naturalista, biologo ed agrotecnico laureato.
Autore di pubblicazioni su riviste scientifiche nazionali ed internazionali, presidente di EPS Sardegna

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