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Gli archeologici sostengono che alla base della rapida espansione dell’Homo sapiens, attraverso la maggior parte dei continenti, durante il tardo Pleistocene, vi fosse la socialità nonché la propensione all’utilizzo di “nuove” tecnologie e simbolismi. Questa espansione, che determinò lo spostamento di numerose popolazioni arcaiche in tutto il Vecchio Mondo, spinse l’uomo anche in ambienti estremi.

In tal senso, le foreste pluviali rappresentavano certamente un esempio di ambienti estremi e, fino a poco tempo fa, non vi erano prove del passaggio, in questi luoghi apparentemente impenetrabili, di Homo sapiens. La svolta è arrivata grazie ad uno studio (QUI >) condotto da Michelle Langley della Griffith University in Australia con il coinvolgimento di ricercatori di Griffith, MPI-SHH e del Dipartimento di Archeologia del governo dello Sri Lanka. Da questo lavoro, svolto sulla base di scavi all’interno della grotta Fa-Hien Lena, nel sud-ovest dello Sri Lanka, sono emerse prove importantissime e cruciali per comprendere le capacità adattative e la flessibilità culturale di cui gli esseri umani avevano bisogno quando si muovevano, per la prima volta, nei diversi ambienti dell’Asia. Le analisi hanno portato alla luce i primi manufatti microlitici della regione; questo attesta un’attività di caccia principalmente indirizzata verso scimmie e scoiattoli. Inoltre, emergono per la prima volta, fuori dall’Africa, le prove dell’utilizzo della tecnologia di arco e frecce con tradizionali, ma nel contempo innovative, punte di matrice ossea. Emergono anche diversi kit di strumenti, realizzati con ossa e denti, che venivano utilizzati per la realizzazione di manufatti, con materiali vegetali e/o in pelle, riconducibili a capi di abbigliamento, reti oltre che monili dal significato simbolico.

Fig. 1 da : https://advances.sciencemag.org/content/6/24/eaba3831

L’analisi dei resti faunistici, recuperati contestualmente, ha determinato che gli strumenti ossei siano stati realizzati in loco. Infatti, accanto a pezzi grezzi, strumenti incompiuti, pezzi di scarto e frammenti rotti di manufatti finiti, sono stati rinvenuti, anche, diversi pezzi che mostrano segni di taglio coerenti con quelli prodotti durante le attività di creazione e riparazione, suggerendo che anche la manutenzione delle armi veniva regolarmente praticata. Dei manufatti presenti, realizzati su osso, alcuni, per dimensioni, morfologia, peso ed usura  sono assimilabili a delle punte di frecce. Sono state identificate tre grandi categorie di punte: unipoints, bipoints e geometrics; la maggior parte costituite da frammenti che presentano tracce e fratture da impatto, seppur non abbastanza complete per poterne determinare la forma originale. Le “unipoints” presentano delle tacche sui lati, sinistro e/o destro, attorno alla linea mediana; queste indicano un possibile aggancio fisso mediante legature ( Fig. 1, D ed E ). Una tacca simile è stata osservata anche su un certo numero di punte “bipoints” ( Fig. 1, C e F ) mentre le restanti, “geometrics”, non mostrano alcun segno che suggerisca il fissaggio su un “ramo” ( Fig. 1, A e B ). Solo su una punta si evidenziano delle decorazioni o delle scanalature atte a contenere del  veleno ( Fig. 1 C). Tutte le punte risultano essere state ricavate da ossa lunghe di  Cercopiteco.

I segni di usura, la forma ed il confronto con altri manufatti atti alla caccia, suggeriscono l’uso che veniva fatto di queste punte. Prima dell’introduzione del fucile da caccia, archi, frecce e cerbottane sono state le armi di elezione per la caccia alle scimmie in diverse parti del mondo (Sud America, Asia e Africa). Entrambe queste tecnologie richiedono punte leggere; la differenza principale risiede nel fatto che le frecce per l’arco necessitano di un lungo stelo ligneo mentre i dardi della cerbottana sono più leggeri, compatti e dotati di un sistema che ne permetta il lancio attraverso la cerbottana stessa. I materiali sono di origine vegetale e/o ossea: la scelta ovviamente è correlata con quello che è disponibile nell’ambiente. L’usanza di “arricchire” le punte delle frecce con del veleno, era abbastanza comune.

Resti di pesci sono stati trovati in tutti gli strati degli scavi effettuati presso la grotta di Fa-Hien Lena, con due famiglie – siluridi (pesce gatto) e ciprinidi (carpe) – identificati. Studi etnochimici dello Sri Lanka mostrano che questi pesci venivano catturati utilizzando una varietà di tecniche, tra cui l’uso di piante ittiotossiche, la pesca subacquea, la pesca con la lenza e l’uso di canestri e reti di canna. In alternativa, le punte piccole ed accuratamente sagomate potrebbero aver funzionato come uncini all’interno di trappole o reti; questa tecnica era utilizzata per catturare sia prede arboree che terrestri.

L’analisi dei dati metrici suggerisce che le dimensioni delle punte ossee sono aumentate gradualmente, in lunghezza assoluta, nei diversi strati analizzati. Questa espansione delle dimensioni è correlabile con un aumento dello sfruttamento dei mammiferi più grandi, in particolare i suidi, i cervidi ed i bovidi, dimostrando notevoli progressi nello sviluppo delle tecniche di caccia.

Sono stati inoltre rinvenuti altri strumenti, di origine ossea, atti a lavorare pelli di animali, fibre vegetali od entrambi; gli autori sono propensi a ritenere che, nel clima particolare di questi ambienti, tali materiali fossero fondamentali per creare “barriere” utili nello scongiurare malattie trasmissibili attraverso punture di insetti.

Vi sono, infine, prove evidenti della produzione di monili come perle colorate, realizzate con noduli di ocra rossa, nonché altre perle ottenute da conchiglie finemente lavorate, provenienti dalla costa attraverso il commercio o i viaggi.

Tutte queste scoperte suggeriscono l’esistenza, già all’epoca, di una rete “social” che permetteva il passaggio di nozioni nelle foreste pluviali dell’Asia.

Manuela Lai

PER APPROFONDIMENTI  QUI >

About the author

Manuela Lai

Manuela Lai

Naturalista ed agrotecnico laureato.
Esperta di wildlife economy, filiera, uso sostenibile e valorizzazione delle carni di selvaggina. Influencer e blogger del wild food.

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