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Nova Delhi: una fototrappola ha restituito l’immagine di una tigre in fin di vita, successivamente, gli esami sulla carcassa, hanno rivelato il motivo del decesso: un “classico” laccio. Questo ha provocato ferite importati (come la perforazione della trachea) che con il passare dei giorni si sono infettate indebolendo l’animale. In quest’area, dell’India meridionale, le pratiche illecite di cattura degli animali selvatici sono diventate sempre più comuni nel corso della pandemia; le persone, senza lavoro e reddito, hanno cercato metodi alternativi per fare soldi e per nutrire la propria famiglia.

Dall’inizio del blocco dovuto al COVID-19, almeno quattro tigri e sei leopardi sono stati uccisi dai bracconieri, stando a quanto dichiarato dalla “Wildlife Protection Society of India”. Tra le vittime anche gazzelle, scoiattoli giganti, cinghiali e uccelli come pavoni e polli sultano. In molte altre parti del mondo “in via di sviluppo”, il lockdown ha suscitato preoccupazione per l’aumento della caccia illegale alimentata principalmente dalla carenza di cibo e dal minor controllo da parte delle forze dell’ordine. Al contempo, però, la chiusura delle frontiere e le restrizioni hanno rallentato il commercio illegale di alcune specie (e derivati).

Tra le specie a destare maggior preoccupazione proprio il pangolino, chiamato in causa anche per l’origine della pandemia stessa ( QUI>). Questi vengono catturati in alcune aree dell’Africa e dell’Asia, e commercializzati principalmente in Cina e nel Sud-est asiatico, dove la loro carne è considerata una prelibatezza e le loro squame utilizzate nella medicina tradizionale.

Già ad aprile, stando ad un rapporto della Wildlife Justice Commission, i contrabbandieri stavano accumulando scaglie di pangolino in diversi paesi del sud-est asiatico in attesa della fine della pandemia. Altre “materie prime” considerate preziose seguono altri canali commerciali, il corno di rinoceronte viene accumulato in Mozambico, mentre i commercianti di avorio, sempre nel sud-est asiatico, cercano di vendere le scorte di avorio accumulate a partire dal divieto cinese del 2017 (riguardante il commercio di prodotti in avorio). La pandemia ha aggravato la situazione dato che molti clienti cinesi non sono stati in grado di recarsi nei mercati dell’avorio in Cambogia, Laos e altri paesi. “Sono alla disperata ricerca di toglierselo di dosso. Nessuno vuole rimanere bloccato con quel prodotto“, ha dichiarato Sarah Stoner, direttore dei servizi segreti della commissione.

Il commercio illegale di pangolini è continuato “senza sosta” in Africa, ma il commercio internazionale è stato interrotto dalla chiusura dei porti, ha affermato Ray Jansen, presidente del gruppo di lavoro africano dei pangolini: “Abbiamo assistito ad alcuni scambi per via aerea mentre le principali rotte navali sono ancora chiuse ma ci aspettiamo il peggio una volta riaperte le vie di navigazione“.

Gli stessi timori si sono avuti anche in Africa anche se in gran parte non si sono materializzati. Emma Stokes, direttrice del Programma dell’Africa centrale della Wildlife Conservation Society, ha affermato che il pattugliamento dei parchi nazionali, in diversi paesi africani, è stato considerato  essenziale anche durante il “blocco”. Ma anche in Africa si è avuto un maggiore impatto del bracconaggio fuori dai parchi, la stessa Stokes ha affermato: “Ci aspettiamo un aumento del bracconaggio principalmente finalizzato al reperimento di carne di animali selvatici per cibo”.

Lo stesso Jansen ha affermato che il bracconaggio, con finalità alimentari, è in forte aumento, soprattutto in alcune parti dell’Africa meridionale: “Le popolazioni rurali stanno lottando per sfamare se stesse e le loro famiglie“.

Anche da altri parti dell’India non arrivano buone notizie, un rinoceronte è stato ucciso il 9 maggio nel Parco nazionale di Kaziranga, il primo caso dopo oltre un anno. Come in altre parti del mondo, i bracconieri a Kaziranga recuperano, seppur misere, somme di denaro che sono comunque qualcosa con le famiglie che perdono il lavoro a causa del covid.  Nel vicino Nepal, dove il virus ha avuto importanti ripercussioni sui flussi turistici, il primo mese di blocco ha visto l’aumento dei crimini ambientali come bracconaggio e disboscamento illegale.

Per molti “migranti” che tornano nei loro villaggi dopo aver perso il lavoro, le foreste restano la “fonte più semplice” di sostentamento. Si registrano casi anche in Cambogia: “Improvvisamente le popolazioni rurali non sanno a chi rivolgersi se non alle risorse naturali e assistiamo ad un picco del bracconaggio“, ha affermato Colin Poole, direttore regionale del gruppo del Greater Mekong.

Tutte queste preoccupazioni, legate anche al possibile legame tra questo commercio e il coronavirus, hanno portato alcuni gruppi di ricerca, nel campo della conservazione, a chiedere misure per contenere il pericolo di nuove pandemie. Tra queste anche il divieto di vendita, per fini alimentari, di carne proveniente da animali selvatici. Altri sostengono che, il trattato internazionale noto come CITES, che regola il commercio di piante e animali, dovrebbe essere implementato per considerare anche problemi di salute pubblica.

E’ chiaro che questa pandemia possa rappresentare per tutti noi un invito alla riflessione sulla direzione che sta prendendo il mondo. Non è possibile però scegliere il destino delle comunità rurali/locali “da remoto” senza calarsi nelle diverse situazioni, non si può certamente generalizzare imponendo dei divieti che porterebbero, sicuramente, in direzioni totalmente opposte rispetto alle premesse.

La redazione

Fonte: QUI >

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Redazione LRC

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