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E’ stato appena pubblicato su JAD (Journal of Animal Diversity) un articolo (Gippoliti et al. 2020 QUI>) sulla conservazione e gestione del Cervo sardo che pone nuovi interrogativi e prospettive. A firmare l’articolo, oltre a Spartaco Gippoliti anche i nostri collaboratori Giuliano Milana e Manuela Lai.

Il Cervo Sardo (Cervus corsicanus) è di taglia più piccola rispetto ai “continentali”, con un’altezza alla spalla  di 75–90 cm per le femmine e 80-110 cm per maschi; di aspetto robusto e con gambe più corte; mediamente la lunghezza è di 175-185 cm per i maschi e 160 cm per le femmine mentre il peso degli adulti va dai 70/80 kg nelle femmine ai 105-120 kg nei maschi. Sebbene i cervidi possano cambiare le loro dimensioni corporee rapidamente come risposta all’insularità, confrontando le antiche rappresentazioni dell’arte sarda si intuisce che tali caratteristiche morfologiche erano già presenti durante l’età del bronzo. I palchi sono più piccoli rispetto a Cervus elaphus, sono lunghi mediamente 65 cm e pesano circa 550 g nei maschi adulti. Le stanghe hanno in genere solo 3 punte, sebbene siano noti palchi con 12 punte, lunghi fino a 77 cm e con un peso di 1,1 Kg;  le ramificazioni risultano più semplici, si hanno generalmente 4 o 6 punte contro le 16 – 24 del cervo europeo. L’ago e la corona sono generalmente assenti, mentre la parte terminale della stanga presenta una formazione allargata e tendente ad appiattirsi, fino a dare una forma finale a forcella. Altra peculiarità che caratterizza la specie è il manto scuro, soprattutto durante l’inverno. Il cervo sardo è dai più considerato una sottospecie del cervo nobile ma diversi tassonomi, tra cui Gippoliti, seguono la revisione di Groves e Grubb del 2011 che considera più idoneo considerarlo una specie a se stante.

Negli anni ’50 e ’60 erano rimasti circa 200 cervi in Sardegna mentre nel 1972 in Corsica la specie era definitivamente estinta. Le cause maggiori del declino sono da ricondursi principalmente alla frammentazione ed alla perdita dell’habitat (deforestazione, incendi ecc.) oltre che ad una caccia non gestita e/o al bracconaggio. In Sardegna, grazie a campagne di conservazione portate avanti dall’ Ente Foreste Sardegna (oggi Forestas) e dal WWF, la popolazione isolana è tornata a crescere e, nel  2015, venivano stimati oltre 8000 individui, saliti nel 2018 tra i 10.000 e gli 11.000.  Grazie a reintroduzioni, con individui provenienti dalla Sardegna, infine i cervi sono tornati anche in Corsica.

Il cervo sardo fu descritto, in origine, come una specie endemica per poi essere “declassato” a sottospecie del cervo europeo Cervus elaphus. Infatti le ricerche paleontologiche hanno escluso la presenza di rappresentanti del genere Cervus nella paleofauna delle due isole.  Da allora il Cervo sardo è stato quindi  considerato come un taxon introdotto in “tempi storici” e presente sulle isole, presumibilmente,  sin dall’inizio dal Neolitico, circa 8000 anni fa. Recentemente, attraverso lo studio genetico (mtDNA) di materiale subfossile comparato con campioni attuali, si è identificata l’origine dei cervi sardi. I risultati delle indagini molecolari stabiliscono che Cervus corsicanus era la specie di cervo originariamente presente nella penisola italiana. Questo ha dimostrato, quindi, che esistevano due popolazioni di cervi autoctone e geneticamente distinte nell’Italia continentale: una che abitava la regione settentrionale l’altra la regione centro-meridionale.

Fortunatamente oggi, grazie agli sforzi fatti, le popolazioni sulle due isole sono in crescita ma, nei fatti, non è stato stabilito o teorizzato alcun limite massimo alla crescita di tali popolamenti.  Questa, secondo gli autori dell’articolo, è causa di preoccupazione poiché, sia in Sardegna che in Corsica, non esistono predatori e la protezione a cui è sottoposta la specie esclude, attualmente, qualsiasi tipo di prelievo. L’aumento dei cervi è motivo di preoccupazione anche per il settore agricolo che risente dei danni operati dagli ungulati selvatici. Non va poi sottovalutato il possibile impatto sulla vegetazione autoctona come, peraltro, è riportato in letteratura per altre isole in assenza di predatori, e persino in zone continentali!  Cervus corsicanus non fa certo eccezione, anche se mancano sinora studi dettagliati.

Attualmente, come sappiamo, la caccia non è consentita e, per dirla tutta, vi è una forte opposizione pubblica a questa opzione gestionale (finalizzata non solo al controllo).  E’ chiaro che l’aumento numerico dei Cervi sardi sia sicuramente un passo positivo ma non si può trascurare, al contempo, che la specie non sia originaria della Sardegna (e Corsica).  Pertanto è necessaria una gestione che presti attenzione allo status della fauna  “artificiale” sarda in chiave sostenibile, senza interferire con l’ambiente e senza generare conflitti con le attività antropiche.  Considerando anche l’enorme numero di specie di piante endemiche sarde (186), che rendono la Sardegna un sub-hotspot di biodiversità, è fondamentale un approccio cauto capace di monitorare per prevenire le conseguenze del pascolo eccessivo. In tale direzione gli autori suggeriscono la caccia di selezione (con un prelievo basato su classi di sesso ed età), tale tipo di pratica mira al prelievo ed all’uso sostenibili della risorsa “cervo”, con chiare opportunità economiche derivanti, anche attraverso l’istituzione di una filiera delle carni di selvaggina. Inoltre, considerata l’unicità tassonomica del cervo e la bellezza paesaggistica della Sardegna, viene proposto un sistema di quote per la caccia al trofeo di alcuni maschi, un’attività che è ampiamente usata in altri paesi europei.  Questo permetterebbe di utilizzare i guadagni derivanti per finanziare la gestione delle stesse aree che ospitano i cervi.

Il secondo punto focale dell’articolo si concentra invece su un altro aspetto interessante. Se ci pensiamo la sopravvivenza di questo cervo è in realtà un caso unico. La Sardegna può, in effetti, essere considerata come un caso di conservazione “ex situ”, in quanto i cervi presenti sono il risultato di un’introduzione protostorica.  Non mancano esempi simili, seppur contemporanei, con popolazioni di ungulati sahariani mantenuti in ranch privati del Texas, che costituiscono una preziosa risorsa per la conservazione di taxa ormai estinti in natura come l’orice dalle corna a sciabola Oryx dammah. In base a queste premesse ed alla storia della specie, emersa da diversi studi, il suggerimento che viene dato è quello di impegnarsi nella reintroduzione di Cervus corsicanus anche nell’Italia peninsulare, in particolar modo nel meridione. La popolazione del bacino del Po del cervo della Mesola Cervus elaphus italicus, considerata per molto tempo l’unico cervo nativo della penisola italiana, sembra chiaramente diversa dal punto di vista filogenetico dall’antico cervo presente nel centro sud del Paese. Pertanto, C. e. italicus risulterebbe quindi inadatto a fornire esemplari per la reintroduzione al centro e Sud Italia.

In conclusione, nonostante le continue richieste di integrazione ed interazione tra diversi ambiti disciplinari, è palese come nella conservazione emergano ancora ampi spazi di miglioramento.  Le isole, come la Sardegna, hanno fornito un rifugio per una specie non autoctona e di provenienza continentale ma oggi è necessario porre molta cautela per fare in modo che questa popolazione, salvata da un antica traslocazione, possa essere gestita in maniera oculata senza causare problemi per specie veramente autoctone, ma anzi contribuendo a finanziare la biodiversità della Sardegna.

Per approfondimenti: A roadmap to an evolutionarily significant conservation strategy for Cervus corsicanus

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Redazione RM

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